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Rigoletto e la censura

N. 72- Novembre 2022

 

 

Rigoletto e la censura

Nel triennio 1851/53, il Maestro Giuseppe Verdi compose la “trilogia popolare”, formata da Rigoletto, Trovatore e Traviata, con la quale si rese immortale. Per tutte le tre opere, innumerevoli furono le difficoltà di allestimento, stesura musicale e librettistica, formazione del cast per evidenti complessità della linea melodica e caratterizzazione ed introspezione dei personaggi “cantanti-attori”.

E’ il 28 settembre 1850, quando il librettista Francesco Maria Piave, caro al Maestro Verdi, come lo fu Temistocle Solera, annuncia a Giulio Ricordi che manca solo metà atto per completare “La Maledizione”, titolo originario dell’opera Rigoletto che mutò infinite volte a causa della censura. Mentre Verdi e Piave sono in viaggio per Trieste, apprendono la seccante notizia che la censura austriaca aveva osteggiato pesantemente il libretto di Piave, il quale si era ispirato al dramma di Victor Hugo “Le Roi s’amuse”, ovvero “Il Re si diverte”. Essendo codesto un argomento scostumato, aveva anche ottenuto un’ostile accettazione, sia in Germania che a Parigi, perché in esso erano narrate le vicende dissolute dell’esistito Re di Francia, Francesco I°.

Il grande dilemma   della censura, fu quello:” Gobba NO o gobba SI?” Alle già molteplici difficoltà si aggiunse inoltre l’obiezione sulla difformità del protagonista, il quale però celava un cuore appassionato. Tra i vaneggiamenti registici in un arco temporale vicino a noi, va ricordato l’allestimento che inaugurò la stagione del Maggio Musicale Fiorentino, nel 1984, dove Rigoletto cantò senza gobba e la svilita messa in scena in abiti “fuori epoca” del 2010 a La Fenice di Venezia. Piave, riuscì a terminare il suo libretto solo seguendo obbligatoriamente le 5 indicazioni particolareggiate, indicate dal Marzari del Teatro La Fenice; giungendo così ad un compromesso, nel rispetto della Famiglia dei Gonzaga, che a Mantova aveva dato una nuova ambientazione alle vicende di Rigoletto. A causa della censura, i delicati fatti di natura domestica narrati nella “Maledizione” (che muterà titolo in Rigoletto, solo nell’ultima e definitiva stesura librettistica) , dovettero far ricorso ad altri escamotage, nel primo decennio di rappresentazione dell’opera, per continuare ad essere rappresentati.

Il titolo forse più utilizzato fu “Il Viscardello”, nelle zone di Modena, Reggio, della Toscana e dello Stato Pontificio. Con questo titolo l’azione scenica veniva trasferita da Mantova a Boston, Gilda non veniva rapita e il duca di Mantova diveniva Duca di Nottingham. Con il titolo di “Il Lionello”, la produzione aveva luogo solo nel Regno delle 2 Sicilie ed il titolo “Clara di Perth”, fu utilizzato una sola volta a Napoli nel 1853. Dal 20 settembre 1870, quando “i tenori dello Stato Pontificio” scomparvero, Rigoletto (la cui prima rappresentazione venne ospitata da La Fenice di Venezia l’11 maggio 1851 ed il cui ruolo principale del melodramma è affidato alla voce di baritono) rimase l’unico titolo arrivato sino ai nostri tempi. Ed ora il lettore, rimarrà con un palmo di naso, leggendo quanto la Gazzetta Musicale di Parigi, scrisse riguardo all’opera di Giuseppe Verdi “la Partitura è povera di melodie e manca completamente di pezzi concertati….”. Cercando di modellare l’armonia sui grandi Maestri della Scuola Tedesca, la critica italiana attacca Verdi asserendo: “…non farebbe male (il Verdi) a ritemprare le sue idee melodiche alla fonte di Rossini (Rigoletto venne confrontato con la Semiramide di Rossini)  e di Bellini. Una chicca? Nel libretto di Piave, compare un’aria d’opera scritta per Maddalena (mezzosoprano) e non in partitura, dal titolo: “Il poveretto”; questa, divenuta “aria da camera” ed attribuita a Manfredo Maggioni, è datata 1847 ed è stata inserita nella raccolta delle “Arie da camera” edite da Ricordi, dove però non è stata citata la sua collocazione. originaria.

Mirella Golinelli

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