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Note e spade: il duello Gluck-Piccinni

N. 72- Novembre 2022

 

 

Note e spade: il duello Gluck-Piccinni

Molti dei compositori contemporanei a Pergolesi si fecero trascinare dalle tendenze di gusto del pubblico, producendo opere a buon mercato. Ci voleva una riforma. Fu così che Maria Antonietta (che alla Corte austriaca aveva avuto come precettore Gluck) spianò la strada parigina al maestro bavarese il quale, solo 15 anni prima della sua morte, rinnegò il mondo musicale in cui si era destreggiato sino a quel momento, per venire a Milano con Sanmartini, recarsi poi a Londra, dove conoscerà il mai eguagliato G.F. Haendel ed esibirsi persino in un concerto di bicchieri. L’accordatura dipendeva dalla quantità d’acqua che vi era in ciascun bicchiere che divenuto strumento, emetteva una sola nota e si avvaleva dello stesso principio che regolava la glasharfe o arpa di vetro imparentata con la glasharmonika a coppe di vetro rotanti, il cui suono pare avesse effetti terapeutici già nel ‘700.

Gluck deve parte della sua fortuna all’ambasciatore genovese a Vienna, il Conte Giacomo Durazzo che sovrintendeva a tutti i teatri della Capitale austriaca. Lo spirito di Durazzo concernente la filosofia e le questioni riguardanti il “dramma in musica” rimase tutto francese, sino a coincidere con il sistema naturalistico di Rousseau, ma non dimenticando il pensiero artistico degli italiani come il conte Francesco Algarotti e lo storico prelato Lodovico Antonio Muratori. Maria Antonietta fu impavida e risoluta nel porre Gluck all’attenzione della corte francese, anche se fu sempre osteggiata dall’ultima “grande favorita”-dopo la Pompadour – del Re Luigi XV, Madame Du Barry. La prediletta nei suoi 50 anni di vita ordì intrighi d’ogni genere ma morì quattro anni dopo l’inizio della Rivoluzione Francese, nel “periodo del terrore”, sotto la ghigliottina. Stessa sorte toccò a Maria Antonietta la quale, prigioniera alla Bastiglia, soleva cantare accompagnandosi con la spinetta, un’aria di Jaen Paul Egide Martini, dal titolo “Plasir d’amour”, nella quale ricordava la sua spensierata vita a Le Hameau de la Reine: un luogo straordinario, che circondava un laghetto artificiale, in prossimità della Reggia di Versailles, ma segreto e vietato a chi non faceva parte dell’entourage della Regina.

Plasir d’amour ne dure qu’un moment – Chagrin d’amor dure toute la vie”; questi i versi di Jean Pierre Claris de Florian apposti sulla melodia del tedesco Martini, che fu inserita nella raccolta di Arie Antiche del Parisotti vol.3° e mai dimenticata, tanto da essere rivisitata da Elvis Presley con  il titolo di “Can’t help falling in love”.

IL DUELLO

Gluck (1714- 1787) ed i suoi sostenitori appoggiavano le teorie del tedesco, mentre i nemici, supportati dalla Du Barry, buttarono sulla pedana il più famoso musicista italiano di quel tempo: Nicola (Niccolò)Piccinni (1728- 1800), un uomo mite che si trovò tra le mani un’ingombrante e controversa spada. Duello storico impari, nel quale il Piccinni osservava i vorticosi mulinelli dello spadone di Gluck ma anche buffo, perché alla teoria programmatica di Gluck, si contrapponeva quella del meridionale Piccinni, il quale sin dalle prime composizioni si guadagnò i favori del pubblico che godeva a fior di pelle dell’immediatezza della sua musica. Gluck però lo sovrastò in tutto, per il suo carattere violento e battagliero. Egli voleva reinnalzare l’ideale artistico e concedere sempre più, una maggiore forza drammatica, alla musica. Alcuni storici si domandarono se quella di Gluck fu una vera riforma. Analizzando la sua vittoria, pare infatti che essa si debba solo ai musicisti “minori”, i quali, assetati di successo e facili guadagni, troppo concessero alle fioriture improvvisate da parte di cantanti impreparati o preparati con gli stessi propositi, all’introduzione in maniera smodata di balletti che nulla avevano a che fare con il testo e la musica, ma pure agli sciocchi librettisti che svendevano gli argomenti delle trame.

Per Piccinni il boccone fu veramente amaro. Egli compose ben 130 titoli operistici tra l’Italia e Parigi mentre Gluck pensava solo a primeggiare tra una composizione, un litigio e due tiri di sciabola. Il musicista tedesco scrisse l’opera Ifigenia su libretto di Nicolas Francois Guillard, tra il 1778 ed il ’79, alcuni mesi dopo che, per primo, Piccinni aveva musicato lo stesso titolo Ifigenia in Tauride, su libretto di Alphonse du Congè Dubreuil.

Il titolo gluckiano esordì nel 1779, quello del barese Piccinni, nel 1781. Una sconfitta per chi aveva trionfato nel mondo dell’opera con La Cecchina, ovvero la buona figliola. Il maestro dell’opera buffa napoletana ora riposa nel cimitero parigino di Passy, dove, nel 1868, spirò Gioacchino Rossini.

Mirella Golinelli

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