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Il “Trovatore” che tocca il cuore

N. 60 - Novembre 2021

 

Il “Trovatore” che tocca il cuore

Il critico inglese Julian Budden scrisse del Trovatore: “Neppure con il Nabucco, Verdi toccò così rapidamente il cuore del suo pubblico”. Lo stesso Verdi scelse l’argomento drammatico

El Trobador, dello scrittore spagnolo Antonio Gracia Guttierez, non tenendo conto del desiderio di Salvatore Cammarano, suo librettista, che mirava di stendere i versi per un Re Lear. Questo indica che Verdi aveva capito di quali emozioni avevano bisogno gli ascoltatori che vivevano nel periodo storico del “romanticismo”, nel quale i forti sentimenti, sia in ambito letterario che musicale, si opponevano alla vendetta ed alla superstizione.

Senza fine le avversità affrontate da Verdi e prima fra tutte la morte improvvisa di Cammarano che non aveva ancora terminato il III atto. Esso sarà portato a termine dal napoletano Emanuele Bidera; nella città partenopea avrebbe dovuto avere luogo la prima rappresentazione. I disaccordi con il Teatro San Carlo fecero optare Giuseppe Verdi per il Teatro Apollo di Roma. Un tempo questo Teatro era meglio conosciuto come “Tordinona” e fu sede delle carceri dell’Inquisizione, dove si praticavano torture che fecero morire personaggi famosi come il filosofo e frate domenicano Giordano Bruno, che vi resistette per 80 mesi, fino a quando, denudato, fu arso vivo.

In questo tetro luogo, gruppi di 4 o 5 malviventi alla volta, venivano appesi alle merlature, con ai piedi un cartello indicante il reato commesso; questo sino alla fine del 1400, quando si preferì infliggere la morte per decapitazione.

Orbene, il 19 gennaio 1853, il successo del Trovatore fu tale che la scena finale tra Manrico ed Eleonora, venne bissata ben 2 volte. Un trionfo costato sacrifici, problemi finanziari e di prassi esecutiva; tant’è che furono solo due le stelle tra i cantanti a ricoprire i ruoli principali di Manrico ed Eleonora.

Giuseppe Verdi in quel periodo fu addirittura vittima di un furto. Due ladri, scassinato il suo scrittoio, asportarono napoletani d’oro e rotoli di lire austriache, ma furono riconosciuti e licenziati. Erano alle sue dipendenze.

A questa serie di gravi problemi si aggiunse anche la morte dell’amata madre, che lo colse tanto impreparato da non riuscire ad arrivare al suo capezzale prima del trapasso.

Le note acute che fuoriescono incontrollate dalla gola dei tenori, ovvero i famosi “do di petto (che non sono di petto ma di testa), non sono stati mai scritti da Giuseppe Verdi. I tenori di allora come quelli di adesso, hanno voluto e vogliono dimenticare la grande lezione di Gioachino Rossini.

Riccardo Muti coraggiosamente ne propose la versione filologica dell’opera.

Mirella Golinelli

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