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Il suolo perso è perso per sempre

N. 70- Settembre 2022

 

 

Il suolo perso è perso per sempre

E’ uscito, lo scorso 27 luglio, il report annuale “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA) in cui viene fornita un’analisi aggiornata dei processi di trasformazione della copertura del suolo in Italia.

Il quadro che emerge non è solo preoccupante. E’ tragico.

Come infatti recita il rapporto stesso “Il consumo di suolo, non solo non rallenta, ma nel 2021 riprende a correre con maggiore forza, superando la soglia dei 2 metri quadrati al secondo e sfiorando i 70 chilometri quadrati di nuove coperture artificiali in un anno, un ritmo non sostenibile che dipende anche dall’assenza di interventi normativi efficaci in buona parte del Paese o dall’attesa della loro attuazione e della definizione di un quadro di indirizzo omogeneo a livello nazionale”.

Quando si parla di consumo di suolo troppo spesso dimentichiamo che quello che consumiamo non è semplicemente “territorio”, bensì tutto quello che il suolo fa.

Sul suolo si produce la quasi totalità del cibo che consumiamo. Il suolo consente di immagazzinare e purificare l’acqua, bene sempre più prezioso, consentendo alle forti piogge di infiltrarsi, rallentandone il deflusso e rappresentando di fatto la nostra più importante difesa dalle inondazioni. Il suolo è anche, fra le altre cose, il più grande serbatoio esistente di CO2 e ci permette di mitigare e rallentare i cambiamenti climatici già in atto.

Ma il suolo è, soprattutto, una risorsa non rinnovabile: quando viene impermeabilizzato è perso per sempre e non svolge più tutte queste funzioni “vitali”. Anche se il Ministro delle Infrastrutture e dei trasporti Giovannini ha recentemente dichiarato che c’è un consumo di suolo buono ed uno cattivo, visto lo scempio che è stato fatto del territorio italiano e viste quante sono le zone industriali abbandonate e le infrastrutture viarie inutilizzate ed inutili, viene difficile pensare che un’ulteriore impermeabilizzazione dei suoli possa essere “buona”.

In molti, troppi casi, quando si autorizzano queste nuove impermeabilizzazioni, ci si trincera dietro la necessità di voler creare nuovi posti di lavoro, laddove in realtà a farla da padroni sono poi i poli logistici, strutture notoriamente altamente automatizzate che occupano pochissimo personale su superfici enormi.

Le conseguenze economiche del consumo di suolo sono esorbitanti; a fronte di apparenti vantaggi nell’impermeabilizzare superfici, ci sono costi nascosti che superano i benefici. Il rapporto sul consumo di suolo ha stimato che l’impermeabilizzazione e l’artificializzazione del suolo degli ultimi 15 anni stanno producendo un costo per la collettività di circa 8 miliardi di Euro l’anno, che potrebbero incidere in maniera significativa sulle possibilità di ripresa del nostro Paese.

Uno dei dati salienti che emerge dal rapporto di ISPRA-SNPA è che in Italia, sommando l’area di ogni edificio, la superficie totale occupata è di 540 000 ettari (5400 km2), che è aumentata di 1125 ettari nel 2021 e che, di tutti questi edifici, oltre 31 000 ettari (310 km2) risultano non utilizzati e degradati. Una superficie pari all’estensione di metropoli come Milano e Napoli messe assieme.

Al posto di nuove costruzioni occorrerebbe invece una seria politica di recupero delle aree industriali dismesse e di riqualificazione di quelle residenziali degradate. L’alibi che ripristinare aree dismesse sia troppo costoso rispetto all’utilizzo di suoli agricoli non può più essere addotto. I costi per la collettività sono altissimi e i beneficiari delle nuove costruzioni non se ne fanno carico se non in piccolissima parte e anche le compensazioni che vengono realizzate non riguardano mai il bene che viene consumato. Nella migliore delle ipotesi ci si lava la coscienza piantando qualche albero o allestendo un parco pubblico. Anzi, molto spesso, le compensazioni riguardano altre opere infrastrutturali, utili all’economia e alla gestione delle municipalità che le ospitano, che producono però un ulteriore danno visto che si compensa la perdita di suolo consumandone altro.

Outlet Fidenza Village (PR). Foto aeree del 2000 e del 2021 che mostrano il consumo di suolo nella campagna di Fidenza (PR). Sui suoli più fertili di tutta la Pianura Padana per costruire una superficie commerciale di poco più di 5 ettari, è stata impermeabilizzata un’area di circa 40 ettari a cui vanno aggiunte tutte le infrastrutture viarie e tutti i terreni oramai inutilizzati rimasti intrappolati tra le strade, gli svincoli e la ferrovia. Senza dimenticare che nello stesso ambito è stato costruito un edificio industriale (celle frigorifere) su una superficie di circa 20 ettari a nord dell’autostrada. (Foto in alto Regione Emilia Romagna, 2000; foto in basso Google, 2021

Come racconta Paolo Pileri del Politecnico di Milano nel suo libro “Che cosa c’è sotto: il suolo, i suoi segreti e le ragioni per difenderlo” l’inizio della fine è cominciato con l’introduzione degli oneri di urbanizzazione messi a disposizione dei Comuni (Governo Moro Ter, 1967, confermato dalla Legge Bucalossi, 1977). Poi, dal 2000, è proseguito attraverso leggi che ne hanno svincolato l’utilizzo esclusivo dai lavori pubblici in favore della spesa corrente (governi Amato, Berlusconi e Prodi), accompagnate da un graduale calo dei finanziamenti agli enti locali e dalla sciagurata introduzione del “Credito di imposta” (Leggi Tremonti, bis, ter e quater). Tutti questi provvedimenti hanno accompagnato la crescita sregolata dell’urbanizzazione, determinando impennate nel consumo di suolo e lasciandosi dietro l’abbandono delle aree dismesse o ancor peggio gli scheletri di capannoni costruiti solo per ottenere crediti di imposta, col silenzio assenso di (quasi) tutti i sindaci e i politici.

Stiamo consumando una risorsa non rinnovabile, che una volta persa non potrà svolgere più, da lì in poi, tutte quelle funzioni che sono essenziali per la nostra esistenza, generando così un danno alla collettività enormemente superiore ai benefici dell’edificazione, diretti e indiretti.

Francesco Malucelli

Foto in alto: L’ecomostro di Punta Perotti (BA) prima dell’abbattimento nell’aprile 2006 (foto https://bit.ly/3Qm4FK4)

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