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I dolori di Puccini

N. 91- Luglio-Agosto 2024

 

 

 

I dolori di Puccini

Nel 2024 si celebrerà il centenario della scomparsa di Giacomo Puccini che nacque nel dicembre 1858 a Lucca. Lo uccise un tumore alla laringe (organo della fonazione) che scoprì avere nel 1923, un anno prima. Puccini grande fumatore, cacciatore e dalla vita sentimentale vivace, vantava uno stuolo di donne le quali perdevano completamente il lume della ragione per le trame delle sue opere che, sempre, evidenziavano la figura femminile in tutte le sue fragilità; meno invece per la sua musica.

Il cognome Puccini, ha radici molto lontane. Ancora oggi a far parlare di sé è Giacomo Puccini Junior; il compositore di quella Tosca che salutò il nuovo secolo dal Teatro Costanzi di Roma, il 14 gennaio 1900 e di quella incompiuta Turandot che verrà rappresentata nel 1926, due anni dopo la sua scomparsa. A trentasei anni, Giacomo J. donò una parte di quella che era stata, per Casa Puccini, l’importante biblioteca di Famiglia, costituita da 696 manoscritti stesi di pugno da Giacomo Senior (1712-1781), Antonio (1747- 1832), Domenico (1772-1815) e Michele (1813-1864), i quali mantennero viva l’arte della composizione musicale nella città lucchese per ben 5 generazioni.

Giacomo Puccini senior

Il maestro di Cappella di San Petronio a Bologna impartì lezioni all’antenato Giacomo Puccini Senior, il quale divenne creatore di linee melodiche vocali di grande bellezza, supportate da un’orchestrazione sviluppata su basso continuo. Furono perciò le scuole napoletana e bolognese ad influire sul risultato delle loro composizioni che ancora oggi ascoltiamo.

Interessanti sono le 20 Lamentazioni che hanno mantenuto questo nome per tutti i tre secoli nei quali i Puccini, hanno composto musica. Giacomo Senior ne compose 11, Antonio 7 e Domenico 2; tutte furono concepite per una sola voce solista che si espande in virtuosismi canori, i quali ne esaltano la stesura.

Nel maggio 1923 Giacomo J. si trovava a Vienna, per veder rappresentate al Teatro Lirico Nazionale, molte delle sue opere. Entusiasta dell’idea e della visione che in Austria avevano di “teatro” e del successo che ottennero i suoi titoli, tornato in Italia propose a Benito Mussolini un incontro al fine di veder istituire anche nel proprio Paese, un teatro lirico, nel quale si potessero rappresentare sia antiche partiture sia novità assolute ed ardite, come le musiche di Arnold Schoemberg, alla fine non molto apprezzate dall’orecchio dello stesso Puccini.

Egli pure era uscito dagli schemi canonici della composizione, proponendo in partitura movimenti di quinte ed ottave parallele che servivano anche a sorreggere il cantante e sino ad allora censurate nella stesura, nonostante fossero sempre rientranti nell’ambito della tonalità.

Puccini ebbe parole di non apprezzamento anche per Stravinsky e Debussy.

Purtroppo Mussolini non accolse favorevolmente la sua proposta e trattò il Maestro con grande freddezza…. Intanto Puccini iniziava a stare veramente male. 

Correva il mese di agosto 1922 quando, in viaggio per piacere nell’Europa centrale, insieme ad alcuni amici, si reca in un ristorante in Baviera e qui, ingurgita un osso di oca. Suo malgrado per estrarlo dovette sottoporsi ad un intervento molto doloroso e da quel momento la sua vita non fu più la stessa; anzi, con il progredire della malattia fu costretto ad esprimersi solo scrivendo su foglietti, poiché la sua voce stentava ad uscire. Si ebbe quindi il sospetto che quella lesione fosse stata la causa scatenante del tumore che lo porterà a morte, il 29 novembre 1924 alle ore 11.30 nell’Istituto de la Courenne dove era ricoverato, a Bruxelles. All’ingestione dell’osso furono associati altri fattori, come le polveri della lavorazione della torba (nella zona poco lontana da Torre del Lago), ma anche l’uso smisurato di sigarette fumate sia dalla moglie Elvira che dallo stesso Giacomo.

La storia della sua ultima opera “Turandot”, tratta dalla fiaba settecentesca di Carlo Gozzi e rimasta incompiuta, è nota a tutti. A terminarla, nella versione che oggi ascoltiamo, fu quel Franco Alfano (che compose “Risurrezione” la cui trama fu estrapolata da Tolstoj) sulla base di alcuni appunti lasciati dallo stesso Puccini, che smise la composizione di Turandot, nel momento più straziante della rappresentazione, ovvero, dopo il sacrificio d’amore di Liù, la quale scelse di suicidarsi pur di non rivelare il nome del Suo Signore.

Fu Arturo Toscanini, il 25 aprile 1926 a dirigere la composizione nella versione originale, priva del finale inserito da Alfano. Già umiliato dal fatto che Mussolini, non si presentò alla Scala per assistere alla prima esecuzione italiana dell’ultima opera di Puccini, tra le lacrime, interruppe l’esecuzione da parte dell’orchestra, sull’ultima nota, composta dal Maestro prima della morte. Il gelo cadde sull’uditorio che non fu più in grado di nessuna emozione. Quel silenzio di “ghiaccio” che era nel personaggio di Turandot, fu sopraffatto da qualcuno che coraggiosamente tra il pubblico gridò: “Viva Puccini”.

Mirella Golinelli

In alto: Giacomo Puccini ed Arturo Toscanini

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