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Dopo 50 anni tornano in Italia le arachidi

 


N. 47
Ottobre 2020

Dopo 50 anni tornano in Italia le arachidi

Grazie ad un progetto Sis, Coldiretti, Bonifiche Ferraresi e Noberasco

Dagli anziani venivano chiamati “tripolini” e già il nome evoca la regione d’origine, l’area attorno a Tripoli in Libia. Le arachidi in provincia di Ferrara erano arrivate dopo la seconda guerra mondiale ed erano state coltivate fino all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso principalmente per la produzione di olio. Ma erano consumate anche tostate e, a detta di chi a quel tempo le ha mangiate, erano molto più gustose e saporite di quelli oggi in commercio. Proprio dal ricordo di quel sapore è partito Mauro Tonello, ferrarese, presidente della Sis (Società Italiana Sementi) di San Lazzaro di Savena, alle porte di Bologna, per cercare di recuperare l’antica produzione.

La sua è stata quasi un’attività da investigatore. “Nel ferrarese – spiega Tonello – le arachidi avevano trovato un suolo adatto perché crescono bene in terreni torbosi e sabbiosi. Non a caso venivano coltivate nei comuni di Iolanda, Mezzogoro, Codigoro, dove c’è anche una località dal nome significativo: Torbiera”. È in questi territori che Tonello, dopo una lunga e attenta ricerca, ha individuato un anziano coltivatore che aveva ancora un sacchetto di baccelli. È riuscito ad ottenere una manciata di arachidi da cui i tecnici della Sis sono partiti per recuperare, nell’arco di quasi cinque anni, semi sufficienti per la produzione in campo aperto. La prima raccolta è iniziata a metà dello scorso settembre.

“Grazie alla collaborazione tra Sis, il gruppo agroalimentare Bonifiche Ferraresi, Noberasco, leader in Italia della commercializzazione di frutta secca e Coldiretti – annuncia Tonello – abbiamo creato una filiera con l’obiettivo di immettere sul mercato le prime arachidi 100% italiane”. Su quelle che spesso vengono ancora oggi chiamate noccioline americane, sventola adesso la bandiera dell’agricoltura italiana. Nel nostro Paese il consumo di arachidi negli ultimi dieci anni è raddoppiato, arrivando a 3 chilogrammi pro-capite. Sis, Bonifiche Ferraresi, Coldiretti e Noberasco hanno calcolato che c’è spazio per coltivare circa 30 mila ettari per soddisfare il consumo italiano e quasi 200 mila ettari per il mercato europeo, che oggi si approvvigiona soprattutto da Israele, Egitto, Stati Uniti, Brasile, Turchia.

Per coinvolgere gli agricoltori italiani, i soggetti promotori del progetto si sono dati l’obiettivo di assicurare innanzitutto un reddito adeguato: il contratto di coltivazione prevede una retribuzione di 250 euro a quintale, con una produzione stimata in circa 25-30 quintali ettaro. Il punto di forza per sfondare sul mercato è la qualità delle arachidi italiane che, secondo Tonello, sono prive di tossine e aflatossine e presentano vantaggi importanti in termini qualitativi derivanti dalla riduzione dei tempi di trasporto e lavorazione grazie all’essicazione, che in molti casi avverrà in impianti “in campo”. L’arachide 100% italiana ha inoltre un elevato contenuto di proteine che la rende particolarmente adatta anche per chi fa sport e segue una alimentazione mirata. Tutte caratteristiche che Mattia Noberasco, amministratore delegato dell’omonima società, si è detto pronto a riconoscere: “Agli agricoltori con cui ho stretto accordi di fornitura – ha detto – riconosco un prezzo che è doppio rispetto alla media del mercato mondiale. Ma la qualità va pagata”.

La ripresa della filiera delle arachidi in Italia potrebbe diventare un traino anche sul fronte della meccanizzazione, per mettere a punto macchine adeguate per la semina e il diserbo (oggi fatto tutto a mano) fino alla raccolta e alla lavorazione. Intanto la prima coltivazione ha preso il via utilizzando macchine fatte venire appositamente dal Brasile e le prime 40 tonnellate di arachidi sono arrivate sul mercato già in ottobre.

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