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Claudio Monteverdi, genio insuperato

 


N. 48 Novembre 2020

Claudio Monteverdi, genio insuperato

Giulio Caccini fu considerato l’iniziatore della “scuola del bel canto”, durante i grandi festeggiamenti che si tennero in Firenze nel 1565 per lo storico matrimonio di Enrico IV con Maria de’ Medici, al quale intervenne come rappresentante del casato mantovano dei Gonzaga, Vincenzo, il quale portò con sé un “suonatore di viola”. Quest’ultimo, resosi famoso con il suo III° libro dei Madrigali, per il quale aveva raccolto profonde riflessioni da parte del pubblico, solo sette anni dopo avrebbe composto musica di tale meraviglia da divenire “ala del sentimento e scultura della parola”.

Claudio Monteverdi nacque a Cremona nel 1567; quando giunse a Firenze, cercò subito d’inserirsi in quel cenacolo di pionieri che era la “camerata fiorentina”, dove era diventato di moda il recitar cantando. Egli era assetato di inedite sperimentazioni musicali, di nuove conoscenze e di raffronti. Nel XVI e XVII secolo, Cremona vide nascere e svilupparsi sommi esponenti dell’arte musicale ed i loro seguaci che si distinsero nell’arte della liuteria avviando le cosiddette scuole degli Amati (Andrea 1530, Antonio 1560, Nicola 1684), dei Guarnieri (nel 1644) e di Antonio Stradivari. A favore di Monteverdi giocarono gli ambienti che frequentava, ricchi di ogni tipo d’impulso, come le Accademie. Proprio nella sua Cremona ebbe sede quella degli Animosi. A soli 15 anni Monteverdi, pubblica il suo primo lavoro dal titolo “Liber primus sacrae cantiunculae tribus vocis”. E’ il 1582. L’anno seguente diede alla stampe la seconda raccolta di “Madrigali spirituali a 4 voci” ed un quadernetto di canzonette a 3 voci. Nel 1587, scrisse il “libro di Madrigali a 5 voci” che vede il prosieguo con 2 volumi nel 1590. Nonostante tutto questo e la composizione di intere opere dense di vena drammatica, gli venne offerto solo il posto di suonatore di viola, presso i Gonzaga. Gli oroscopi avevano tracciato per lui un cammino fulgente, ma in quel presente fu solo umiliato; cosa che non lo scoraggiò e lo indusse a comporre il III°libro dei madrigali, a sposarsi ed a seguire in ogni spedizione il Duca di Mantova. Venne a conoscenza della musica francese nelle Fiandre ma, dovette ingoiare un boccone amaro, per colpa del bolognese Giovanni Maria Artusi, che si fregiava d’essere musicologo, ed in suo volumetto, trattante le imperfezioni della musica moderna, gli mosse una dura critica, affibbiando a Monteverdi questa frase: “… nulla fatto aver di buono né nulla fatto avria…”. Ciò non gli impedì d’ascoltare con orecchio scrutatore l’Euridice del Peri, data per le fastose nozze, ma facendone tesoro, scrisse per sé nuove dinamiche e freschi ritmi. Sei anni ci vollero, ma da tanto studio e molte critiche, vide la luce “La favola d’Orfeo” (rif: Mirella Golinelli “Orfeo, una lezione d’amore” Omnis Magazine 20 – maggio 2018) prodotta per il Carnevale del 1607 e rappresentata, secondo il libretto dell’Accademia degli Invaghiti, presso la prestigiosa sede della stessa a Mantova mentre, secondo altre fonti, a Palazzo Ducale.

La concezione di teatro in quel periodo era progettata per un numero ristretto di persone. Solo più tardi il teatro sarebbe divenuto sociale; quindi aperto non solo alla nobiltà o ai massimi detentori della cultura ma pure al popolo.

Alessandro Striggio jr compose il libretto per l’esuberante genio, includendo in esso una miriade di effetti speciali e drammatici, dove l’incisività del recitativo a carattere doloroso quasi lacrimevole, assunse vigore emotivo.

L’Orfeo di Monteverdi fu definito “tanto profondo nel contenuto espressivo da non essere ancora stato superato dopo 400 anni”. Chi voglia sincerarsene, può collegarsi a https://www.youtube.com/watch?v=3Ma4OelX45I

Mirella Golinelli

Nella foto: Claudio Monteverdi in un ritratto d’artista cremonese – 1597; da Encyclopedia of Trivia – https://encyclopaediaoftrivia.blogspot.com/2016/06/claudio-monteverdi.html

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