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Aquile e lune di Issik-Kol

 


N. 47
Ottobre 2020

Aquile e lune di Issik-Kol

Il Kyrgyzstan è una Repubblica ex sovietica dell’Asia centrale. Ma ‘ndokakkiostan i kirghisi? Fino al 2017 non localizzo bene il loro paese. Lo inglobo in un fagotto geografico insieme ai turkmeni, agli uzbeki, ai tagiki, ai kazaki. Poi, nel settembre di quell’anno, decido di vedere Samarcanda e l’Uzbekistan, uno Stato che comincia gonfio come il bicipite di Bud Spencer, si snellisce in un avambraccio, si assottiglia in un polso e poi si dilata in una manina. Quest’ultima, punteggiata da campi di cotone, è la Valle di Fergana e tra le sue dita si scavallano i valichi che immettono nel Kirghizistan (solo due sono aperti agli stranieri).

Scelgo il passo di Dostyk, da superare esclusivamente a piedi. Il taxi preso ad Andijon, una Chevrolet Cobalt, mi lascia a mezzo chilometro dalla frontiera. Lì inizia una lunghissima fila di donne con giubbe viola di montone e fazzolettoni blu in testa/uomini dai volti scavati, berretti flosci e felpe scure/bambini dalla pelle giallo miele dentro maglioni grandi. Per fortuna i forestieri hanno un accesso dedicato e, essendo l’unico esotico, sorpasso la coda col mio trolley saltellante.

Sul suolo kirghiso, a una piccola stazione di minibus, incontro Jamila che mi farà da guida per qualche giorno. Ha studiato bene l’italiano all’università di Bishkek e non è una badante di ritorno. Jamila ha corpo tondeggiante da matrioska/guance sferoidali rossastre come palline impiegate in un tennis al Roland Garros/capelli neri a mantellina di Zorro/occhi in cui ristagna tristezza/golf arancio tramonto. Salgo su un pulmino ocra dove sono già seduti due italiani, coppia sessantenne di Firenze: faremo un piccolo gruppo per breve tempo.

Il pastore di Leopardi

La mia unica informazione sulla terra kirghisa, prima di calcarla, risale agli studi liceali, in particolare a Giacomo Leopardi. Il poeta recanatese, il 3 ottobre 1928, annota sullo Zibaldone: “il politico e viaggiatore russo Egor Mejendorff riferisce che molti nomadi kirghisi trascorrano la notte seduti su sassi, a cantare parole assai tristi alla luna”. Da questo appunto nasce l’idea per il componimento “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, in cui un pastore kirghiso rivolge alla luna domande retoriche e poi si dà risposte da superpessimista cosmico al quadrato (non si vuole qui dileggiare il Giacomino nazionale: la vita sprofonda spesso in abissi così dolorosi, lugubri, atroci che la propria consegna alla morte potrebbe essere il solo cambiamento positivo). Nella poesia e in quella intitolata inizialmente “La ricordanza”, Leopardi aggettiva la luna con solinga, eterna peregrina, giovinetta immortale, vergine, intatta, silenziosa, graziosa, diletta…

Giova poi rammentare la passione di Leopardi per gli “interminati spazi”, immaginabili anche oltre la siepe che “il guardo esclude”. Tuttora il Kirghizistan può definirsi uno spazio interminato: su una superficie di 200.000 kmq abitano 6 milioni di persone, di cui un milione vive a Bishkek. Il territorio avvicenda per il 94% valli poco frequentate e montagne che arrivano a 7000 metri… tanto, tanto spazio…

A mezz’ora di strada dal confine, ecco Osh, secondo centro urbano più popoloso del Kirghizistan. Con Jamala, che mantiene un freddo distacco, saliamo il Trono di Salomone (o Suleyman), il probabile fondatore della città. Il Trono è un rilievo roccioso, grigio pentola, protetto dall’Unesco, sacro perché Maometto vi ha pregato più volte. Il Trono si alza come pinna di squalo in mezzo al mare di case dorate e oasi verdi. Sul fianco del venerato Trono, il cattivo gusto squisitamente sovietico ha aperto uno squarcio, al cui interno sono malamente illuminati frammenti di vasi, sassi colorati, linci impagliate e orsi imbalsamati.

Con un volo notturno fulminiamo i 600 km fino a Bishkek, Dopo il riposo mattutino in albergo, visitiamo la capitale nel pomeriggio. Bishkek è l’appendice russa prima della Cina: piazze immense/strade larghe, alberatissime, senza curve/architettura massiccia e cubica. Ma anche brulicanti collegi universitari/coppie di poliziotti rilassati nelle divise blu/mamme in jeans e mamme in tuniche persiane bicolori che gareggiano coi bimbi nei passeggini/vecchi dai capelli candidi ben pettinati che giocano a backgammon nei giardinetti/ragazzine dai tratti mongoli e con gli zaini scolastici che cantano What Do You Mean di Justin Bieber. Nella piazza Ala-Too il Museo di Storia è abbacinante/la statua di Manas a cavallo commemora il condottiero di un famoso poema epico/le fontane sono aureolate di vapore/la mastodontica e marmorea Casa Bianca è sede del governo/il cinema ha addobbi damascati sulle porte. La statua di Lenin viene spostata nel 1991 dietro al Museo: il vecchio Vladimir ha il braccio destro steso e la mano aperta, come a mandare a quel paese il sol dell’avvenir. L’Osh bazaar, sulla Chuy avenue, è il cuore pulsante della città: unisce quattro isolati con strutture in metallo e vecchi tuguri in cui si vendono vestiti di seta/cappelli di feltro per maschi (kalpak, alti, bianco-grigi, guarniti di nappe), cappelli invernali ancora per maschi (tebbetey, tondi, bordati di pelliccia), fasce lunghe di tessuto bianco che alcune donne, durante le feste, si avvolgono a turbante (elechek). Le stradette entro il bazaar propongono semafori che nessuno rispetta: vengono piuttosto usati come pali per legare asini o cavalli. Tra pani cotti in forni d’argilla e bottiglie di jarma (orzo e farina d’avena tostata), fanno capolino teste di capretti essiccate. Dolci mielosi si alternano a montagne di carta igienica che, tendente al vetrato, può anche usarsi come scrubber per le natiche.

Lo spaccio del nasvai

Ci imbuchiamo in un angolo sorvegliato da ragazzi made in Gomorra, lenti a specchio/giubbetti di pelle/calcio della pistola affiorante dalla cinghia dei pantaloni. Sono attorniati da prostitute tarchiatelle, con ciglia finte e tanto rossetto che ci si vernicerebbe una parete. Ma non è il lenocinio l’occupazione dei giovanotti, bensì il commercio del nasvai, polvere nera che riempie una decina di ciotole. Il nasvai è tabacco locale tagliato con limoni e oppio/i kirghisi, per un rapido assorbimento, lo mettono tra gengive e labbro inferiore/l’assunzione fa salire l’energia dal basso finché le rotule arrivano al posto delle tonsille/appaiono visioni come farfalle che fanno il salto con l’asta usando steli di margherite. Il nasvai costa meno di sigarette e vodka, dà dipendenza, sgretola i denti, è cancerogeno quanto polpette all’uranio.

Il giorno dopo, con 5 ore di pulmino ci trasferiamo al lago Issyk-kol (1608 m s.l.m.). L’asfalto è buono, cerniera scura tra campi d’erba verde brillante. A volte risaltano greggi immobili o mandrie di cavalli sauri al galoppo. A sinistra scorre l’argine montagnoso che divide dal Kazakistan, a destra fa baluardo una catena di vette sui 4000 metri. Issyk-kol significa “lago caldo”, visto che, per temperatura tiepida delle acque e bassa salinità, non ghiaccia mai. Con i 170 km di lunghezza e i 70 di larghezza è il secondo lago di montagna più grande al mondo (dopo il sudamericano Titicaca). In luglio e agosto, per il clima mite e la spettacolarità, è meta di ricchi kazaki, i quali ignorano che tra il 1370 e il 1400 Tamerlano stabilisce qui il quartier generale estivo. (In località San-Tash, Tamerlano chiede a ogni soldato in partenza per una campagna di deporre una pietra tondeggiante che contribuisce a formare un cumulo. I soldati che ritornano tolgono un sasso al mucchio. Il numero delle pietre rimaste rappresenta quello dei caduti in battaglia).

Foto di B. Jakypova, USAID da Pixnio

Ci fermiamo a Cholpon-Ata, in un villaggio turistico di casette gialle. La stagione dei vacanzieri è finita e solo qualche russo-europeo passeggia nei vialetti fiancheggiati da roseti fioriti. Il lago è di un blu così scuro che a farci una nuotata si deve uscire con la pelle azzurra. Spiagge di sabbia senape si alternano ad altre di sassi grigio-chiari. L’autunno dilapida oro tra i boschi della sponda di fronte. Le cime sono spennellate di neve.

Il ratto della sposa

La sera mangiamo nello chalet al centro del villaggio: 20 persone in tutto, 3 camerieri rigidi come automi, luce fioca. Il piatto unico e sostanzioso è il laghman, tagliatelle fatte a mano e servite in brodo dove galleggiano pezzi di montone, tocchetti di peperoni/ravanelli/carote/cipolle/patate. Beviamo bozo, ricavato dalla fermentazione del miglio: somiglia a una birra un po’ amara. A fine cena domando a Jamila dell’usanza kirghiza del ratto della sposa, l’Ala kachuu (“acchiappa e corri”).

Jamila glisserebbe ma la incalzo: è vero che il 40% dei matrimoni kirghisi avviene dopo rapimento della sposa? È vero che al di fuori delle poche città il 60% delle nozze si celebra dopo ratto? È vero che vengono sequestrate 18000 (diciottomila!) ragazze all’anno, in pratica 50 al giorno? È vero che il 95% delle rapite rimane nella casa del sequestratore?

Jamila si morde il labbro di sopra. Sono convinto che non mi dia risposte. E invece, fissando il lago ormai annerito dalla notte, Jamila racconta:

-Nessuno in Kirghizistan sa cosa sia il romanticismo. Nelle campagne gli uomini conoscono un solo modo per procurarsi una moglie: rapirla e violentarla. Così si sono sposati i nonni, i genitori, gli abitanti del villaggio. Quando meno se lo aspetta, una ragazza che sta camminando da sola, magari perché torna dal lavoro o perché è andata a comprare medicine o perché va da un’amica, viene intrappolata. Il marito la affianca con una macchina da cui scendono i suoi amici che la caricano a forza sull’automobile. La ragazza urla, si dimena, piange, prova a buttarsi dallo sportello. Ma il marito affonda l’acceleratore mentre gli amici legano la donna a un sedile. La destinazione è la casa dello sposo, in un villaggio non distante, dove sono già schierate le anziane del paese. Se la nonna del consorte riesce a mettere uno scialle bianco sulla testa della ragazza, allora la donna è da considerarsi sposata. La rapita picchia le vecchie, le fa cadere, respinge a strattoni lo scialle. Ma arrivano donne più giovani a dar manforte alle vecchiacce e alla fine, come un pesce catturato da una rete, la ragazza viene fatta prigioniera dallo scialle. Le lacrime dell’acciuffata scorrono a fiumi mentre le donne predatrici partono con le loro bastarde consolazioni: “anche noi siamo state rapite, anche noi ci siamo disperate, ma poi sono arrivati i figli e i nipoti e abbiamo dimenticato. Adesso abitiamo in una bella casa” –

Jamila continua a non guardarmi, ma si passa una mano sulla guancia, di sicuro per togliersi una lacrima. Racconta ancora:

-I genitori non vengono a prenderti là dove ti stanno segregando. Loro sono favorevoli, complici. In casa dello sposo è già imbandito un ricco banchetto da cui si cibano tutti i sequestratori. Poi arriva l’imam a benedire la coppia formata a forza e a raccomandare che il matrimonio venga consumato la notte stessa. Alla prima violenza carnale i parenti stanno attaccati alla parete della camera matrimoniale e fanno un tifo da stadio-

Capisco la tristezza inguaribile degli occhi di Jamila. Lei conferma:

-Dopo la laurea ho affittato una stanza a Bishkek. Un giorno ho fatto l’errore di tornare al mio paese che è da queste parti. Volevo far visita ai miei genitori……-

(I moralisti italici si astengano da commenti: è solo nel 1981 che, grazie a Franca Viola da Alcamo, il Parlamento italiano decide di abrogare l’articolo del codice penale per cui la violenza sessuale sulla donna non viene punita se il suo stupratore la sposa)

Il volo di Ayana, l’affascinante

Il mattino seguente si può scegliere tra un’escursione alle incisioni rupestri che risalgono al 1500 a.C. (più giro in barca) o una dimostrazione di caccia con l’aquila reale. I fiorentini con cui faccio comitiva dicono che l’aquila in Kirghizistan c’entra ormai come il culo con le quarant’ore. Anche se so che i documentari della plastificata Licia Colò (o chi per essa) sulle aquile kirghize sono artefatti, opziono la battuta col rapace.

Mi viene a prendere una jeep made in Japan. Scende un uomo di età indefinibile: le rughe del viso sembrano bastoncini dello Shangai appena smazzati, gli occhi imperiosi da Gengis Khan sono a fessura, il mento è sporgente. Sorride con 32 denti d’oro. Porta il kalpak di feltro. Indossa una palandrana di pelle violacea, stretta in vita da un cinturone color crema (se la toglie per non essere impedito nella guida). Mi siedo sull’unico sedile orizzontale, coscia contro coscia dal momento che al mio fianco si sistema Jamila.

-Mio marito Kumambek- presenta Jamila senza guardare il coniuge.

Costeggiamo il lago fino al suo termine. Poi facciamo sosta a Karakol, dove si fronteggiano una coloratissima moschea, con l’aspetto di un tempio buddhista mongolo, e la cattedrale della Santa Trinità, tutta in legno e con cupole a cipolla (i kirghisi sono per l’80% musulmani poco ortodossi e per il 15% cristiani molto ortodossi).

La fermata successiva è a un gruppetto di graziose dacie russe. Jamila e marito ne abitano una, circondata da pioppi in livrea zafferano. Il figlio sedicenne ripara uno steccato. La figlia diciottenne pulisce i vetri dall’esterno. -La ragazza è in età da rapimento- constato. -Tra una settimana andrà a studiare a Bishkek e qui non tornerà più- assicura Jamila.

Dopo essersi infilato un guanto lungo e spesso, Kumambek entra nel garage a sé stante e ne esce con un’aquila sul braccio, incappucciata ma col becco libero, giallo intenso/potente/ricurvo in punta. Gli stridi acuti dell’uccello incrinano i timpani.

-Mio marito ha chiamato l’aquila Ayana, che vuol dire “affascinante” – informa Jamila.

L’uomo depone Ayana nel bagagliaio coperto. Jamila prende da dietro la rimessa una gabbietta con un coniglio nero e l’appoggia dietro al sedile.

Ripartiti, la jeep imbocca uno sterrato che risale un canyon di rocce rosse (paiono souvenir del pianeta Marte). Il paesaggio si fa quindi alpino, con torrentelli trasparenti, abetaie, cime lontane divaricate a V. Jamila racconta:

-Mio marito oggi lascia libera l’aquila. Non la riporta più a casa. La riconsegna alla natura. Nessuna aquila catturata vive sempre in cattività: all’età massima di 10 anni viene liberata, in modo che abbia poi 7 o 8 anni per volare, accoppiarsi, nutrire gli aquilotti-

-Mio marito ha sottratto Ayana dal nido quando era piccola, approfittando di un’assenza della madre. Da allora è diventato lui il genitore: lui le ha schiuso il becco per metterci pezzettini di carne, con lui Ayana ha aperto per la prima volta le ali, insieme sono andati a caccia quando lei aveva quattro mesi. La sola voce che Ayana ha sentito per i primi due anni è stata quella di mio marito: lei riconosce solo i comandi provenienti da Kumambek-

Foto di Christian Arnal – Flickr – cc

La strada si fa erta. Jamila continua:

Giungiamo a un pianoro vasto, di verdissima erba vellutata. Zero nuvole. Cavalli eleganti brucano. Al centro sboccia una yurta beige, come un foruncolo sulla schiena dell’incredibile Hulk: due yak le girano intorno. Ci viene incontro un uomo che è fratello di Kumambek, da cui si differenzia solo per la rada barba bianchiccia. Si chiama Talgarbek e pure lui ha il sorriso full gold e il kalpak tipico. Viene a salutarci anche la moglie Zina, viso tondo incartato come un uovo di Pasqua da un fazzolettone verde acido. Gli occhi attenuano la tristezza a malinconia. Da metà maggio a metà ottobre Zina e il marito stanno quassù, a pascolare equini.

Kumambek leva l’aquila dal vano bagagli/la fa saltellare sull’ulna/con una cordicella le lega la zampa pelosa al polso/le toglie il cappuccio. Ayana ha penne marroni, abbondanti e robuste. Ha occhi con pupille cerchiate d’arancione, glaciali, distanti dal mondo. Gli artigli sono ritorti.

Jamila porta il coniglio imprigionato. -Non aprire la gabbia. Risparmia la bestiolina- le dico. -Ma sei venuto fin qui per ammirare l’aquila cacciare! – obietta Jamila. -Non mi va di assistere a un confronto impari, tra un coniglio bello nero sul verde e un uccello che ci vede 10 volte meglio di un uomo- mi giustifico. -Come vuoi tu- accetta Jamila.

Kumambek si allontana di un centinaio di passi. Taglia la funicella, urla un monosillabo e Ayana spicca il volo. Le ali mostrano da sotto piume bianche. Ayana compie volute ampie e maestose, in attesa del comando a scendere in picchiata su una preda. Ma Kumambek non apre bocca. E allora l’aquila continua a veleggiare per mezz’ora intorno alle nostre teste, aspettando l’altro comando di tornare al braccio del suo addestratore… ma Kumambek non lancia il richiamo.

E allora Ayana capisce che è il momento della separazione. All’improvviso punta verso le montagne e sfreccia via, come un angelo bruno di spalle.

Kumambek piange lacrime grosse, poi fluide. Singhiozza. Si toglie il cappello e lo calcia. -Mio marito non soffrirà quando nostra figlia se ne andrà. Ma con Ayana ha un legame viscerale e adesso sta provando un gran dolore- dice Jamila. Talgarbek dà pacche consolatorie al fratello. Jamila aggiunge: -In garage mio marito ha due aquile più giovani. Si affezionerà molto anche a loro-

Mi fanno visitare la yurta, dopo essersi raccomandati di varcare la soglia col piede destro. Uno scheletro circolare di legno, smontabile, sorregge una copertura di tappeti di lana ovina, rossi/gialli/violetti. Un tavolo basso è attorniato da quattro poltrone che, la notte, possono trasformarsi in letti. A lato dell’ingresso staziona un armadietto con ante di feltro incorniciato. Esistono due soli pertugi: la porta e, in cima, un pezzo di rivestimento apribile, per far uscire il fumo del braciere.

Zina griglia salsicce di cavallo che mangiamo sul prato, seduti su cuscini di pelle. Beviamo kumis, il chemisi di Marco Polo nel Milione: è latte di giumenta fermentato, appena alcolico e con vago sapore di mandorla. Poi Talgarbek suona un violino verticale (kyl kyak)/Kumambek accompagna con l’armonica a bocca/Zina canta una nenia che Leopardi metterebbe nell’hit parade dello sconforto.

Ripartiamo verso Issik-kol a metà pomeriggio. Prima di arrivare al lago sorge la luna, con gobba che giudico a ponente… luna-impronta di piede bianco nella valle del buio/luna-maniglia d’ottone per tirare la sera intorno al mondo/luna-champagne rappreso nell’occhio di una Madonna nera/luna-fetta d’arancia a cavallo del bicchiere della tenebra/luna-medaglia al valore artistico appuntata sul petto della mezzanotte/luna-orecchia tagliata a un elefante biondo/luna-palla da golf tremante al fruscio della mazza menata dal dio del green… caro il mio Giacomino da Recanati, se vuoi fare i play-off sulla luna kirghiza, come vedi, io sono pronto.

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