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Linguaggi di piombo: la scrittura al tempo del terrorismo

N. 72- Novembre 2022

 

 

Linguaggi di piombo: la scrittura al tempo del terrorismo

L’8 gennaio 1921 nasceva a Racalmuto, in Sicilia, Leonardo Sciascia. I cento anni che separano dalla sua nascita raccontano la storia di un uomo ostinato. Un’instancabile produzione letteraria narra, poi, di una corsa alla verità, quella che si cela oltre al velo delle apparenze e che separa gli uomini dal cuore delle cose. La sua vita, e così le sue opere, a partire dagli anni Settanta si intrecciano inevitabilmente con i tragici fatti degli “anni di piombo”. Un ventennio scottante in cui l’urgenza della letteratura si rende ancora più impellente. Alla ricerca della verità fa da pendant allora un’altra indagine, quella del linguaggio. Che sia autentico e non mistificato, degno di un’esistenza ai limiti del narrabile e utile strumento conoscitivo per una realtà indecifrabile.

E Sciascia non è il solo. A rispondere alla chiamata della letteratura mentre il terrorismo dilaga e le stragi, da Piazza Fontana a quella alla stazione di Bologna, si assommano, accorrono anche altri scrittori. La geografia di opere, generi, forme e linguaggi che ne ricavano è tutt’altro che uniforme. Tutti si schierano, ma mai all’unisono. Ciascuno contempla inerme la tragedia, nessuno si associa per dare una risposta univoca. Come rette divergenti, Sciascia e gli altri salpano dal medesimo nucleo semantico incandescente (la violenza, il terrore, la lotta armata, ecc.) ma si separano formalmente, senza soluzioni di continuità.

Tra i primi c’è il profeta Pier Paolo Pasolini. Egli, sondando l’Italia letteraria degli anni Sessanta, attesta che è in atto un cambiamento, una profonda crisi che intacca specialmente la figura dell’intellettuale. Ad andare in frantumi è l’idea di impegno sociale e ideologico di cui lo scrittore si era fatto carico fino a quel momento. La terra ferma del romanzo vacilla, chi scrive si avverte come una monade obbligata a raccogliere le proprie forze in solitaria per andare alla ricerca di uno stile. La sua risposta è perentoria: nel 1960 volta le spalle alla letteratura e si rivolge al cinema. L’anno dopo Accattone è trasmesso in televisione.

E poi Italo Calvino. Egli intuisce che il neorealismo della sua prima epoca letteraria, all’altezza dei primi anni Sessanta, non soddisfa più. Tuttavia, la sua mente attenta ha bisogno di un modello per discernere la realtà, capirne le regole, categorizzarla, renderla intellegibile. Il suo occhio si posa, infine, sul genere del fantastico, scoprendo in esso anche un compagno, Giorgio Manganelli. Nell’incapacità di trovare una lingua mimetica per un’esistenza ostile, il lontano mondo della fabulazione si offre a questi scrittori come felice escamotage strutturale. Nascono Hilarotragoedia e Le città invisibili.

Negli stessi anni Calvino incontra Gianni Celati, un giovane vulcanico. Anche lui, come altri, si pone il problema della lingua, nella ferma convinzione che le categorie estetiche tradizionali non valgano più a parlare del mondo. La sua risposta agli antichi canoni letterari approda allora alle sponde della regressione formale, là dove a dominare sono l’immediatezza del corpo e del parlato.

E ancora Sciascia. Al quale l’annus horribilis dell’agguato di via Fani (1978) consegna la voce per la scrittura dell’Affaire Moro. L’opera è strutturata come un saggio-pamphlet e, prima di essere la cronistoria delle vicende della prigionia dell’onorevole della Dc, sottende un’intensa riflessione circa lo statuto della letteratura. Di più, Sciascia di tutte le angolazioni possibili predilige quella filologica, ovvero compie un’analisi della lingua delle lettere di Moro. Quell’unica parola autentica fiorita in presa diretta dalla voce degli anni di piombo, totalmente svincolata da ogni forma letteraria poiché completamente invischiata con le vicende degli anni Settanta, e con la morte. Quello di Moro è il linguaggio del «non-dire», per dirla con Sciascia, il contrappasso dell’incomunicabilità di cui il politicante deve scontare la pena, non solo nelle vesti di uomo di stato ma anche nella “prigione del popolo”.

Alla parola non detta si lega anche il contributo di Arbasino, In questo stato (1978). Un instant book costruito tramite il montaggio dei luoghi comuni, delle espressioni gergali, nonché delle infinite tesi che popolano i mezzi di comunicazione durante gli anni di piombo. Un tentativo di analisi linguistica e antropologica della società che sfocia irrimediabilmente nel sarcasmo. Arbasino lascia che sia il linguaggio stesso a parlare, l’autore si preoccupa soltanto di riportare tutto ciò che il suo orecchio riesce a captare per rivelarne finalmente l’inadeguatezza. Arbasino, con Sciascia, grazie alla letteratura intuisce che il terrorismo è anche una questione di linguaggio, e lo insegue.

Non mancano i casi di iperletterarietà, in cui la ricerca di un idioma sfocia in abuso. Lo Spasimo di Palermo (1998) di Vincenzo Consolo è uno di questi – un tentativo tardivo, ma pur sempre allineato con quello degli scrittori di questa rubrica. Per compensare la difficoltà di parlare esplicitamente dei fatti della lotta armata, Consolo sceglie di abbandonarsi alla lingua poetica. La narrativa con lui si converte in uno scavo che l’autore compie alla ricerca della parola originaria ed unica, che sazi il bisogno di comprensione degli eventi.

Umberto Eco sosteneva che la forma che ciascun artista sceglie per la propria opera rispecchia la realtà circostante. Dovrà stupire allora che tutti gli scrittori citati abbiano preferito strutture differenti tra loro per raccontare il medesimo quarto di secolo.

È la strada che percorre anche Natalia Ginzburg quando nel 1973 pubblica Caro Michele, da molti considerato il primo romanzo sul terrorismo. La scrittrice, per parlare dello smembramento di una famiglia borghese e della rottura generazionale degli anni Settanta, sceglie la forma dell’epistolario: un genere in voga alla fine del Settecento. Più vicino ai giorni nostri è, poi, il tentativo di Antonio Tabucchi, che nel 2004 dà alle stampe Tristano muore. Un’autobiografia visionaria di un uomo allettato in procinto di morire che, in termini strutturali, attinge a piene mani dalla tradizione joyciana di decostruzione del romanzo canonico attraverso l’utilizzo del monologo e dello stream of consciusness.

Quella che dà forma alla narrativa degli anni di piombo italiani è una mappa complessa, difficilmente riconducibile alla chiarezza di una tela rinascimentale. Il fatto che la letteratura si sia rifranta in innumerevoli soluzioni contrastanti non porta semplicemente lo stigma di una realtà sfaccettata, indecifrabile e inquietante. Dietro a tanti tentativi retorici, la piccola biblioteca letteraria a cui si è dato forma insegna la lingua che parlano il male, la violenza, il terrore e la morte. Una lingua nevrotica e schizofrenica, composita e difficilmente digeribile. Ma soprattutto, insegna Manganelli, «è un infinito labirinto, e un enigma che non vogliamo sciogliere, perché la sua misteriosa grandezza dà un oscuro senso alla nostra vita». Questo è il grande insegnamento che la letteratura eredita da un ventennio violento e di cui ancora oggi molti sono gli aspetti irrisolti. Che il vuoto esiste, che è anch’esso linguaggio perché né il risvolto, né è l’assenza. E la parola non deve avere la pretesa di colmarlo.

Così Sciascia e così L’Affaire Moro. Non vi è alcuna soluzione definitiva da consegnare al lettore in merito al sequestro dell’onorevole. Ora l’autore lo sa. Il siciliano, romanziere della verità, adotta dagli anni di piombo una nuova postura: quella di abbandono alla forza delle cose, per lasciare che l’inquietudine dilaghi, nella consapevolezza che ogni tentativo di segregarla nei confini della parola scritta è vano. La letteratura non è una terra promessa ricolma di risposte. È un metodo conoscitivo che un uomo consegna ad un altro uomo in grado di prendersi cura di uno strumento così fragile.

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