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C’è un forno che cambia le vite e cucina speranza

N. 90- Giugno 2024

 

 

 

C’è un forno che cambia le vite e cucina speranza

Un forno come tanti alla periferia di Mantova. Tra capannoni e centri commerciali.

Così sembra. Ma non lo è.

“Mantova Pane” il laboratorio di panificazione e punto vendita (che ora è Sapori di libertà) produce ogni giorno 400 kg di pane di ogni tipo, grissini stirati a mano, schiacciatine…e dolci per golosi: sbrisolona, bisùlan, torta di rose, baci di dama… come tanti in fondo.

Ma quello che lo differenzia lo capiamo subito, quando, al nostro arrivo, ci viene incontro Cristian che ne è anche titolare. Sono le 8 di mattina e ci aspettava.

Non conosce riposo né orari Cristian Sarzi Amadè, non si ricorda nemmeno (e non ha importanza), se è mai smontato e quando è tornato in servizio. Come sappiamo bene, il lavoro di chi fa il pane comincia in piena notte, quando anche coloro che si svegliano presto sono ancora nel mondo dei sogni. Chi maneggia lieviti e farine ha una marcia in più. Non tutti hanno l’amore e la dedizione che la materia prima in quanto viva richiede. Servono sacrifici, rigore. Una vita difficile da sostenere, anche per i familiari che hanno accanto.

Da sinistra, Cristian Sarzi Amadè eAngelo Pucci presidente di Sapori di Libertà

Lo sguardo di Cristian brilla, gli occhi non sono arrossati per mancanza di sonno.

Ci racconta che già nel 2014 propose al carcere di Mantova di insegnare ai carcerati l’arte panificatoria, impastare e sfornare. Voleva offrire un’opportunità a chi non ce l’ha, a chi ha commesso errori. Ma i tempi non erano maturi. Allora era troppo complicato e costoso ristrutturare, organizzare da zero un laboratorio di panificazione e gestire la formazione di detenuti.

Dio mi ha detto di fare così, ed io non ho fatto altro che seguire le sue parole. E’ questo il mio stile, lavoro con i disperati, detenuti che non hanno niente da perdere.”   Da anni Cristian si dedica alle persone fragili, non solo detenuti, difficili da gestire. Non è per niente facile né scontato. Ma lui non molla. Insegna con determinazione e amore a toccare la farina, aspettare la lievitazione, a stendere a mano grissini, a impastare schiacciatine e pizza.

Oggi il carcere di Mantova propone ai detenuti un futuro, la responsabilità e la possibilità di formarsi e riscattarsi apprendendo un mestiere. Un laboratorio di panificazione interno al carcere, l’altro fuori, a Levata di Curtatone. La gestione è coordinata dal progetto Sapori di Libertà di cui Cristian è motore e generatore.

Una collaborazione non scontata ma preziosa. “Ci inseriamo sul mercato alla pari di tutte le imprese come soggetto nuovo -racconta Angelo Puccia presidente di Sapori di Libertà – è importante proporre prodotti di qualità. Con i nostri progetti promuoviamo una giustizia che responsabilizza l’autore di reato, che è solidale con le vittime e che prova a riparare la frattura creatasi con la comunità”. Oggi Sapori di Libertà è un’impresa che viaggia con le proprie gambe. Non vive solo di sovvenzioni e donazioni, deve produrre economia e stare sul mercato.

Il panificio di Levata, piccola frazione nei pressi di Mantova, sforna ogni giorno tutti “i salati”, pane per la vendita al minuto e da consegnare ai supermercati della GDO, nelle strutture socio sanitarie e nelle case di riposo per anziani.

La gestione è complessa. I detenuti sono autorizzati a lavorare ed uscire dalla casa circondariale se il giudice di sorveglianza e la loro posizione giuridica lo permettono. Espletato il turno lavorativo, rientrano all’ora indicata. 

La formazione è inizialmente teorica, poi si passa all’ attività lavorativa vera e propria. Una volta appresa l’arte dolciaria, il carcere sforna colombe, panettoni, torte di rose…che vengono commercializzate in tutta Italia.

A Levata incontriamo due detenuti che lavorano al laboratorio esterno al carcere, dei sette che impastano pane e dolci, sia internamente che fuori dal carcere.

Cosi i detenuti che hanno la possibilità di recarsi in laboratorio, ogni giorno si svegliano per impastare.

Il sacrificio è meritato e sofferto svegliandosi quando è notte fonda e andando a scuola all’interno del carcere. Gli stranieri hanno appreso la lingua italiana e un mestiere duro e difficile e che spesso altri non vogliono fare.

Non tutti hanno le potenzialità per diventare fornai e per apprendere il mestiere. Molti non ce la fanno.

Non si rieduca nessuno, solo per il 3% la rieducazione funziona – ci spiega Angelo Puccia presidente della cooperativa di cui oggi alcuni detenuti sono dipendenti. “Essi ricevono un salario come da contratto di settore, dunque con cifre di tutto rispetto anche per lavoratori liberi e si offre loro la possibilità di formarsi, di lavorare una volta scontata la pena.”

Attualmente la Casa Circondariale di Mantova, come tutti le carceri d’Italia, vede un sovrappopolamento del 145% rispetto ai limiti di capienza.”

Non sembri ovvia l’importanza del lavoro. L’opportunità di lavorare determina l’abbassamento del rischio di tornare a delinquere. Lo dimostrano fatti e naturalmente dati. Torna a delinquere il 70% dei detenuti che non ha possibilità di lavorare durante la pena, la percentuale scende al 30% per coloro che sono inseriti in un percorso lavorativo.

 T.C. racconta la sua storia e quella che chiama “la grande fortuna” che gli è capitata dopo. Ora è dipendente della cooperativa onlus Sapori di Libertà. La reclusione è la conseguenza del reato che commise quando aveva 31 anni, ora ne ha 37. Viene da Santo Domingo. Nel 2019, vicino a Mantova, sposato e con 4 figli in età scolare ancora a Santo Domingo, compie il reato che segnerà la sua vita. Viene arrestato. La condanna è 21 anni di reclusione. Nel percorso giudiziario verranno poi diminuiti. Ora, alla fine della pena mancano 3 anni e 5 mesi. Ancora tanti, troppi per T. C..

Un suo amico detenuto gli suggerisce di chiedere di lavorare al panificio nel laboratorio interno al carcere. Cresce professionalmente, diventa pasticcere. Con il tempo la condanna assegnata si fa “definitiva” e il magistrato di sorveglianza, colui che determina permessi, la gestione delle misure alternative e di sicurezza… lo assegna al panificio esterno.

Così nel 2020 arriva la svolta. D’accordo, la sveglia a mezzanotte è difficile ma il futuro non fa più paura, la libertà acquista sapore. Esce dal carcere e in bicicletta va al panificio di Levata fino alle 9, poi torna in galera.  Puntuale. Altrimenti scatta il reato di evasione.

Respira qualcosa che assomiglia alla libertà. Ma non lo è. Il luogo comune tanto banale quanto falso, intende che una volta a casa, il detenuto sia libero di vivere una vita “normale”. Non è così. I carcerati se pur in permesso sono sorvegliati, agli arresti domiciliari. E la polizia controlla che il detenuto non si muova dal domicilio.

T.C. non può accompagnare i figli a scuola ma potrà aspettarli al loro rientro. Non è poco. Gli occhi di T.C. diventano lucidi al pensiero che a breve avrà il permesso concessogli dal magistrato di sorveglianza. Sente l’odore che solo i bimbi hanno, ora vivono tutti in Italia e lo aspettano. Sentono la mancanza del papà. Un’assenza lunga anni, trascorsa di carcere in carcere, pesante e dolorosa che conosce anche sua moglie, Stephanie. Che aspetta, tenace. 

Grazie al lavoro, il cellulare che in carcere non possono tenere e viene messo sotto chiave, è uno strumento di contatto e relazione con il mondo.  Compatibilmente con le mansioni da svolgere, possono telefonare.

È la famiglia, soprattutto i bambini che hanno consentito a T.C. di tener duro, di non fare sciocchezze, di stringere i denti e non lasciarsi andare. Non dimentichiamo che dall’inizio dell’anno si sono suicidati almeno 30 detenuti, nel 2023 sono state 71 le persone che si sono tolte la vita.

L’incidenza è maggiore tra coloro che sono di origine straniera, un tasso pari a 15 casi ogni 10.000 persone (28 suicidi per una popolazione detenuta media di 18.185), con un tasso pari a 15 casi ogni 10.000 persone, rispetto a un tasso pari 10,5 tra gli italiani, evidenzia “Il rapporto Antigone” associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale.

La storia di H.B. ha il colore di chi viene dall’Africa, dal Sudan. Come sei arrivato in Italia? Temo la risposta e arriva: “on boat” in barca, passando dalla Libia. Nel villaggio ha lasciato la famiglia, moglie e bambina. Nel giro di peripezie della sua giovane vita pensa che possa arricchirsi facilmente commettendo reati. Non funziona così. A 35 anni si ritrova in prigione. Deve ancora scontarne uno e mezzo. Per lui una vita.

Il suo salario è cresciuto nel tempo, dalla formazione per qualche centinaio di euro, agli attuali mille e duecento. Questo gli consente di sostenere le spese legali e mandare soldi a casa. Immagina che in futuro riuscirà a far venire la famiglia in Italia dove le opportunità sono maggiori, ma prima deve risolvere il problema dei documenti altrimenti, una volta uscito dal carcere, ritorna immediatamente in Sudan.

C’è un aspetto che emerge da coloro che non hanno la libertà, al di là dei muscoli e della giovane età, la fragilità è percepibile. Non tutti ce la fanno, almeno il 50% di loro rinuncia a formarsi e creare una prospettiva per il dopo carcere.

il progetto Sapori di libertà è ambizioso, propone la responsabilizzazione, una forma di giustizia riparativa, un’opportunità. È importante – afferma convinto Angelo, il presidente – che il carcere si apra verso l’esterno, verso la vita reale, quotidiana.”

“Siamo più controllati, più di tutti rispetto alle altre imprese, ma gareggiamo con i brocchi – dice Cristianquesta è una squadra affiatata perché servono affiatamento e costanza per affrontare tutto. Ma non si gioca. Non è teatro. Ma qualche volta si vince proprio con i brocchi”.

Niente è facile per chi deve partire da sotto zero.

Luana Spernanzoni

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