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Venezia, paradiso di signori e popolo

N. 107- Gennaio 2026

 

 

 

 

Venezia, paradiso di signori e popolo

A Venezia “lo spazio, consapevole più che in ogni altro luogo della sua inferiorità rispetto al tempo, risponde al tempo con l’unica proprietà che il tempo non possiede, la bellezza” scrisse Iosif Brodskij.

Bellezza in sanscrito è Sri, che significa anche luce, splendore. In tedesco la parola “bello” (schön) è apparentata con scheinend, splendente.

Lo splendore è la fuoriuscita del bello all’esterno.

Venezia risplende nei pizzi verticali dei palazzi/nel sole che danza sulle squame delle piccole onde lagunari/nei coperchi argentei delle cupole di San Marco. Poi risplendono le folle di pietruzze d’oro dei mosaici/i vetri dei lucernai/la palla di bronzo sorretta da due atlanti alla Dogana/le conchiglie marmoree di San Zaccaria (chiesa dove si sposa Federica Pellegrini, splendida in quell’occasione ma anche quando calca il red carpet del Lido. Qui è in abito nero, lungo, griffato Pinko, con scollo a cuore, strepitoso nel maxi spacco sulla coscia abbagliante, completato da pochette e da luminosi gioielli Cartier).

Vado a Venezia almeno una volta l’anno e non salto mai una visita in inverno.

Ah, la luce invernale! Ha la straordinaria capacità di esaltare il potere di definizione dell’occhio. D’estate il sole costringe a socchiudere le palpebre come valve di una conchiglia. Nei mesi freddi il sole striscia a mo’ di punta di matita gialla sui cornicioni/sugli infissi delle finestre/sui bicipiti delle cariatidi/sulla criniera dei leoni alati/sui tetti dei vaporetti. Tutto è nitido, risolto, meravigliosamente inconfondibile.

L’aria calza guanti di brina ma è tanto pulita che puoi seguire il profumo mesmerizzante di Federica Pellegrini, qualora avessi la fortuna di trovarla a passeggio sulle Zattere.

Quando arrivo a Venezia sono sempre ben vestito, quasi elegante. Sto per entrare in un viaggio estetico (che non trascende nell’estatico e non interagisce con l’etico). Un cappotto monopetto blu-Armani mi regala una classe naturale/la sciarpa bordò è il marchio della signorilità/gli stivaletti in pelle granata sono perfetti per la stagione. Passerei l’esame di stile del docente Luchino Visconti.

In inverno l’integrità della bellezza veneziana è preservata. Con pochi viandanti non si vedono abbigliamenti inadeguati. D’estate io farei espellere già all’interno della stazione di Santa Lucia i tedeschi coi pantaloncini elastici che strizzano cosce color maiale/gli inglesi pallidi nei giubbini bianchi, fantasmi impigliati in tendine di cotone/gli americani coi cappellini da pescatore che purtroppo non ombreggiano le guance cadenti/i fricchettoni vestiti come un incrocio tra San Francesco e il lupo/i tatuati che hanno in corpo più inchiostro di un banco di seppie/Cristiano Malgioglio e Marylin Manson.

Spesso, dal piazzale della ferrovia, scavalco il ponte degli Scalzi e, di là dal Canal Grande, inizio il combattimento col labirinto. Entro nell’intrico di calli e cerco di indovinare quelle che non finiscano davanti a un rio. Dall’alto mi sorvegliano grifoni/cerberi/sfingi con petto muliebre/chimere/centauri.

La prima uscita dal dedalo è Campo dei Frari, sestiere di San Polo, ampio slargo rettangolare che non è mai subaffittato a giapponesi iperattivi o a piccioni oziosi.

Il Campo è lambito da un canale svogliato, con gondole ormeggiate. Alla sinistra si ascrive una trinità di case: una gialla e due arancio, tutte con imposte verdi. A destra si allunga la fiancata della basilica minore di Santa Maria Gloriosa dei Frari, col sole che delira sui mattoni rossi. La chiesa, costruita tra 1350 e 1450, è da sempre dei francescani. La facciata, che si rispecchia nel canale, ha un portale gotico fiorito e tre finestroni tondi, gli oblò dell’arca di Noè. Il marcantonio del campanile è alto 70 metri.

L’interno è zeppo di opere meritevoli di contemplazione. Io, per almeno 40 volte, mi piazzo in un banco davanti all’altare maggiore, incuneato nell’abside. Lì troneggia, ma pure incombe, la pala di 7 metri dell’Assunta di Tiziano, olio splendente su tela.

L’ultima volta che mi fermo a fissare l’Assunta mi si siede vicino un uomo dai capelli neri tirati indietro dal gel/infilato in uno sciccoso impermeabile cachi, con bavero di velluto marrone/occhiali con sfumatura celeste/viso lungo da Al Pacino (e Al Pacino lo chiamo in questo docu-racconto).

-È qui per invocare una grazia alla Madonna? – mi domanda Al.

-Conosce il pugile Carmen Basilio? – controdomando.

-No-

-A quel pugile un giorno chiedono se lui preghi una Madonna prima di salire sul ring-

-E allora? –

-Lui risponde, con la sua faccia devastata: “La Madonna non ti aiuta se non sai boxare” –

Al Pacino mima due pugni da pugile. Poi mi chiede:

-Che c’è di particolare nel quadro che lei sta così intensamente rimirando? –

-Bellissima opera d’arte- rispondo.

-Che ci vuole per fare arte? – insiste Al.

-Occorrono tre ingredienti: talento, disciplina e lavoro-

Ci sono in tutto cinque persone sperse nell’immensità della basilica. Possiamo parlare senza incorrere nello sssssttt dei paladini dell’educazione.

Al: -Tiziano ha talento? –

Io: -Se a un bambino dicono “Va’ fuori a giocare”, lui cerca amici per una partitella a pallone, per una strega-comanda-colore, per un nascondino. Se a Tiziano fanciullo dicono “Va’ a prendere un po’ d’aria”, lui piglia a solcare i prati punteggiati di ranuncoli, tulipani e margherite. Il ragazzino taglia corolle, steli, erbe e quando rientra pesta, sminuzza, macera il suo raccolto campestre. Tiziano si fabbrica da solo i colori e mentre i coetanei si rincorrono, lui disegna e pittura il selciato-

Al: -Dov’è il talento? –

Io: -A nove anni il bambinetto affresca sulla parete esterna della sua casa una splendida Madonna. È nel borgo natio, Pieve di Cadore, all’ombra delle Dolomiti coralline. Per il mantello blu con riflessi viola il giovanissimo artista ha forse spremuto delle genziane trovate sui sentieri delle montagne vicine-

Al: -A quel punto, il padre di certo comprende la predisposizione del rampollo-

Io: -Sì, vedendo quella Vergine “figlia dei fiori”, il notaio Gregorio Vecellio capisce che l’erede non deve consumarsi in studi di legge. Quel talento folgorante deve essere curato e aiutato a esplodere-

Un organista affonda i tasti di uno dei quattro organi, ma dopo nove note smette.

Al: -Adesso vediamo dove sta la disciplina di Tiziano-

Io: -La disciplina è frequentare una scuola e in più, quando si è troppo grandi per andare a scuola, sentirsi comunque scolari. Cioè anche da adulto, e magari da artista riconosciuto, è fondamentale cercare spunti da qualcuno che si fa momentaneamente tuo maestro-

Al: -Le scuole di Tiziano? –

Io: -A 14 anni il ragazzo è a Venezia, a bottega da un mosaicista, e poi dai fratelli Gentile e Giovanni Bellini, pittori ufficiali della Serenissima-

Al: -Ottimi maestri-

Io: -L’influsso più importante sulla sua formazione è però quello di Zorzi da Castelfranco, universalmente noto come Giorgione. Tiziano frequenta la sua bottega e, dopo un noviziato da ritoccatore, viene promosso a un’attività di coppia, per la decorazione del ristrutturato Fondaco dei Tedeschi. Giorgione, pur con la malavoglia del vero artista che si ritiene il migliore di tutti, arriva presto a riconoscere che il suo alunno “insino nel ventre di sua madre era pittore” –

Passa un frate con un cestino per le offerte. Pesco un euro dalla tasca del cappotto.

Al: -Sul lavoro di Tiziano non c’è nulla de eccepire-

Io: -Direi proprio di no. Centinaia di quadri suoi tappezzano musei in tutte le parti del mondo. E la maggior parte sono dipinti di grandi dimensioni-

L’organista ci riprova con altre sette note.

Al: -Però nel quadro che abbiamo davanti ci deve essere qualcosa di molto particolare se lei ne è così assorbito-

Io: -Qualcosa di particolare ci deve essere per forza. Pensi che i francescani che lo commissionano nel 1515 lo rifiutano quando Tiziano consegna loro l’opera finita-

Al: -E dunque, lei che ha occhi indagatori mi sveli la particolarità-

Respiro lento come fossi in acidosi metabolica, poi parto.

Io: -È palese che la narrazione del quadro si svolge su tre registri separati: in basso abbiamo gli apostoli, al centro c’è Maria in piedi su vaporosa nube biancastra, mentre alla sommità il Padre Eterno si affaccia da una morbida balconata scura-

Al: -Cominciamo dal Padre-

Io: -Nella parte alta della tela Dio è adombrato, in controluce rispetto al sottostante giallo fulgente. Due soli angeli gli stanno all’altezza degli avambracci, opposti come due ragazzetti che vengano separati per non litigare-

Al: -La particolarità! –

Io: -Dio è ingrigito, titolare di un paradiso che non risplende e che pertanto non eroga bellezza. Chi ambirebbe a un pensionamento in un paradiso simile? Dio è sopra ma è out. Nessuno di quelli che gli stanno sotto crede al proprio perfezionamento secondo il vecchio Dio. Piuttosto è facile che si converta al principio luciferico del perfezionamento secondo l’uomo, ripudiando l’infanzia divina e soprattutto il collocamento a riposo nel paradiso spento-

Ora respiro rapido, sospettoso che l’onnipotente Dio possa incenerirmi qui, adesso, sul banco della chiesa.

Al: -La Madonna? –

Mi calmo.

Io: -Maria è equidistante dal Padre Eterno e dagli apostoli. Quel suo manto rosso aranciato mi euforizza. Il colore non sembra steso col pennello ma rovesciato da un barattolo-

Al: -Splendore shocking-

Io: -Il piede della Madonna, sollevato dalla nuvola, e le braccia levate indicherebbero l’imminenza di un volo. Ma anche Maria è poi certa di volersi trasferire in un paradiso anonimo? –

Al: -Che ci dice il volto della Madonna? –

Io: -Per me non esprime il minimo entusiasmo e non è nemmeno nell’ipnosi dell’estasi. Il viso di Maria sembra quello di una madre preoccupata per un figlio in pericolo-

Al: -La Madonna, comunque, per la posizione e per il colore del mantello è la figura centrale-

Io: -Sì. Anche la torma dei cherubini si dispone a corona intorno a lei, quasi a incorniciarla. E, badi bene, neanche tra gli angioletti c’è qualcuno che guardi verso il Padre: o saltano sul lembo della veste di Maria o si appendono alla nube o ciondolano col petto in fuori. Alcuni guardano con tenerezza la Madonna-

Lo spettro di Canova ci bussa sulle spalle, poi torna a rintanarsi nel suo monumento funebre a piramide.

Al: -Nella sovraesposizione della Madonna sta forse il preludio eretico che i francescani imputano a Tiziano nel 1500 –

Io: -È possibile. La Madonna genera Dio, in parte con la partecipazione del Padre celeste, ma in gran parte anche da sé. Suo figlio, nuovo Dio, ha una composizione altamente umana-

Al: -Dante, nel canto 33 del Paradiso, dice di Maria: “Tu sei colei che l’umana natura nobilitasti sì che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua creatura” –

Io: -Dio è il vecchio creatore, diventato obsoleto. Il Dio nuovo, con capacità creative e con corredo di geni umani, è figlio di Maria-

Al: -Se il figlio è Dio, anche la madre deve essere Dio-

Io: -Sì, Dio non è solo Padre. Dio è anche Madre-

Al: -Questa, ecclesiasticamente, è bestemmia-

Passa un sacerdote coi paramenti liturgici: sta per dire messa in una delle tante cappelle, di sicuro con pochi fedeli.

Al: -Analizziamo la parte bassa del dipinto-

Io: -Quella è occupata dagli apostoli, in pieno fermento. Le loro braccia hanno la robustezza di quelle di wrestler professionisti e molte sono protese in alto: sembrano lanciare la nube con la Madonna che allora pare l’allenatore tirato in aria dopo la vittoria di una Champions League. Alcuni parlano, forse commentano l’evento-

Al: -Che ne pensa lei dei colori? –

Io: -Due discepoli hanno tuniche della stessa tinta dell’abito di Maria ed è facile notare come la disposizione delle tre macchie di rosso aranciato dia luogo a un triangolo esplosivo. Poi constatiamo che un altro apostolo ha una veste verde oliva, con vaghi riflessi zafferano. Un altro apostolo ancora ha un mantello verde giada che occulta parzialmente una veste di un bianco abbacinante. E Pietro, che sta seduto, è avvolto da un viola molto scuro-

Rintocca la campanella del chierichetto che dà il via alla messa.

Io: -Tra gli apostoli c’è Giuseppe d’Arimatea, il ricco signore che, dopo aver chiesto il permesso a Pilato, depone il Cristo martoriato dalla croce. Giuseppe unge Gesù di olio profumato e lo avvolge in bende-

Faccio una pausetta teatrale. Poi:

Io: -La presenza di Giuseppe d’Arimatea nel quadro di Tiziano non è però relazionata a Gesù, bensì alla Madonna-

Al: -Cioè? –

Io: -Dell’Assunzione di Maria non c’è prefigurazione dell’Antico Testamento né menzione nel Nuovo Testamento. Il primo accenno all’ascensione della Madonna è nel testo “Transito della Beata Vergine Maria”, attribuito proprio a Giuseppe d’Arimatea. Nello scritto si racconta che gli apostoli e lo stesso Giuseppe trasferiscono il cadavere della Madonna da Gerusalemme nella valle di Giosafat. Allorché i discepoli stanno per adagiare la salma in un sepolcro, una luce dal cielo li avvolge e, mentre cadono a terra, il santo corpo della madre di Dio è assunto in cielo dagli angeli-

Al: -Ci devono essere state molte diatribe sull’Assunzione. Soltanto nel 1950 papa Pio XII proclama il dogma dell’Assunzione di Maria in anima e corpo nella gloria celeste-

Altra scampanellata del chierichetto.

Al: -Perché Tiziano elargisce tanto colore agli apostoli? –

Io: -Per stabilire che la vita pulsante è giù sulla Terra. Per asserire che se non c’è splendore di colori non c’è paradiso. Per gridare che i colori sono emozioni, quelle emozioni che gli apostoli stanno dimostrando sia individualmente che nello spirito di gruppo-

Al: -Il paradiso è sulla Terra? –

Io: -Sa cosa cantano i dervisci quando danzano? –

Al: -No-

Io:- “L’inferno è qui e ora. E anche il paradiso. Smetti di preoccuparti per l’uno e di sognare l’altro” –

Al: -E anche Tiziano la penserebbe ereticamente così? –

Io: -Ma sì. Quando Tiziano dipinge l’Assunta ha ventotto anni. La sera, finito il lavoro, si caccia di certo in un’osteria, tra popolani chiassosi come apostoli chiacchieroni e gesticolanti. E magari l’ostessa che serve salsiccia e vino è bella quanto Federica Pellegrini-QuandoQQuandoQ

Al: -Pellegrini? La divina? –

Io: -Sì-

Al: -Riesco a vedere la scena di Tiziano nella bettola-

Allungo la mano per salutare Al. Lui si toglie gli occhiali con la sfumatura celeste e, come in Scent of a Woman, scopre gli occhi senza orizzonte di un cieco.

 Carlo Maria Milazzo

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