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La Valletta, genio e crimini di un Cavaliere

N. 72- Novembre 2022

 

 

La Valletta, genio e crimini di un Cavaliere

Malta, Valletta, 10 luglio del 1607. Il mare è un assedio blu alla città fortificata. Lo scirocco soffoca come l’abbraccio di un gorilla. Il sole picchia spietato. In porto attracca una galera, salpata da Napoli. Mischiato ai passeggeri scende un uomo dai capelli neri e folti, malamente tagliati a fagotto. Di bassa statura, di carnagione miele scuro, con palpebre grosse da tartaruga. Barba di almeno dieci giorni. Maniche della camicia ocra arrotolate, calzoni di velluto troppo pesanti e spiegazzati a fisarmonica. È Michelangelo Merisi, Caravaggio, artista mai scalzato dal primo posto dei più grandi pittori di ogni tempo.

Il nuovo arrivato trova alloggio in una delle case basse sulla baia dove sono ancorate barche di pescatori, a righe gialle/verdi/bianche/azzurre e con gli occhi di Osiride dipinti ai lati della prua.

Caravaggio è un pericolo pubblico a tempo indeterminato. Lui è un assassino: uccide a Milano da giovanissimo, durante una rissa. A Roma, nel 1605, ferisce gravemente il notaio Mariano Pasqualoni, per l’attrazione condivisa di Lena, modella/prostituta/musa/Madonna dei Pellegrini. Sempre a Roma, dopo litigio/zuffa/duello spadaccino, uccide Ranuccio Tommasoni da Terni; in questa occasione ha almeno tre motivi: debiti di gioco/divergenze politiche/frequentazione comune di Fillide Melandroni.

Dopo ogni fatto di sangue Caravaggio scappa e si rifugia regolarmente in un porto: Venezia, Genova, Napoli. È meglio mescolarsi a fuorilegge effettivi o borderline, a stranieri che non ti fanno sentire straniero, a mercenari di ogni bandiera, a poveracci che non fanno domande, a osti comprensivi e cameriere idem. Per il pittore è poi eccitante mettere a repentaglio la propria mano de Dios in scazzottate notturne tra soldati, scaricatori, magnaccia, attaccabrighe, ubriachi. E il mare è una garanzia: si può fuggire velocemente e rendersi irreperibili in un deserto liquido.

Dopo l’uccisione del Tommasoni, avvenuta a Campo Marzio in una sera di maggio del 1606, Papa Paolo V emana la sentenza di decapitazione di Michelangelo Merisi. Il verdetto è emesso controvoglia, giacché il Papa è profondo ammiratore del pittore, che lo ha pure ritratto. Alla pronuncia del provvedimento giurisdizionale Caravaggio se l’è comunque già squagliata verso sud, nei feudi laziali dei Colonna e dopo a Napoli. La condanna è però valida anche in contumacia: chiunque incontri il Merisi, magari fortuitamente, può eseguire la decollazione.

Malta è possedimento dei Cavalieri di San Giovanni, i quali l’hanno avuta in regalo nel 1530 dell’imperatore Carlo V. L’Ordine cavalleresco germoglia in una comunità monastica cristiana che, nel 1048, fonda a Gerusalemme un ospedale dove curare malati di ogni religione e razza (Emergency ante litteram). Nel 1113 gli Ospitalieri convertono la comunità a Ordine religioso laicale, che, per volere papale, deve sempre mantenere culto cattolico. Qualche anno dopo, 1118, a Gerusalemme viene pure creata la milizia del Tempio, anch’essa devota a Giovanni Battista. I Cavalieri templari nascono come monaci guerrieri in appoggio alle crociate e ai pellegrini, ma i contatti con corporazioni bizantine e musulmane li portano a un’eterodossia sincretista che riversano nella loro socialità e nella loro spiritualità. Carità cristica e difesa della fede sono le ispirazioni del Cavaliere Ospitaliere, diritto alla propria religione e scambio culturale sono le impostazioni del Cavaliere Templare. È emblematico che alla soppressione del templarismo per blasfemia/eresia/immoralità e al pubblico rogo parigino di più di cento Templari (1310-14), una bolla papale trasferisca i tesori degli stessi Templari agli Ospitalieri di Rodi, che a breve saranno i Cavalieri di Malta.

Secondo René Guénon avviene qui, alla trasfusione indotta dei beni templari a un Ordine cattolico, la scissione tra esoterismo cristiano ed esoterismo islamico, ognuno racchiuso d’ora in avanti in un proprio priorato. Il concetto di tolleranza, inteso probabilmente dai Templari secondo il latino tollere (togliersi in parte, lasciare uno spazio, prendere a bordo) diventa un sinonimo di faticosa sopportazione (Farnese, Cavaliere governatore di Valletta nel 1590, dice all’Ebreo di Malta: “Tollero la tua vita maledetta, odiosa agli occhi del Cielo e che mi porta punizioni divine come piaghe e taglie”, by Christopher Marlowe).

Quando Caravaggio sbarca a Malta, la capitale è un gigantesco cantiere sponsorizzato dai Cavalieri. Una sontuosa riedificazione parte dopo la resistenza ai turchi che per 31 giorni, nel 1535, bombardano Valletta dalle navi e da alture meridionali (Valletta è costruita su due speroni paralleli, divisi dall’insenatura del porto. I turchi espugnano il promontorio occidentale e crocifiggono i pochi sopravvissuti: le croci vengono fatte scivolare nelle acque portuali, affinché la corrente le spinga sotto la penisoletta ancora in mano ai Cavalieri. Il Gran Maestro ordina di decapitare tutti i prigionieri turchi, fa caricare i cannoni con le loro teste e le spara nel campo ottomano. Come scrive Erasmo da Rotterdam, “la guerra è bella solo per chi non l’ha mai vissuta”).

La chiesa di San Giovanni, progettata dall’architetto Gerolamo Cassar. Dal blog ufficiale di Malta.

Dunque, nel 1607, ingegneri/architetti/stuccatori/scultori/pittori sono richiestissimi a Malta. Caravaggio sale una delle strette gradinate che dal porto conducono alla città sovrastante, interamente circondata da bastioni restaurati. Poche strade si incrociano ortogonalmente. I palazzi, le chiese, i forti, gli auberges (sedi dei Cavalierati d’Italia/Castiglia/Provenza/Inghilterra ecc.) sono tutti eretti con la globigerina. È questa una pietra bionda che al mattino tende al giallo paglierino, a mezzogiorno è crema e al tramonto è oro puro. Su molte facciate sporgono balconi caratteristici, chiusi, in vetro e legno colorato (gallarijas, di origine araba). Giardini ombreggiati da pini di Aleppo sono luoghi di passeggio dei Cavalieri. Il mare sbuca da cento scorci, blu come il pavimento del paradiso.

Caravaggio punta al Palazzo del Gran Maestro, nella piazza omonima. Il Palazzo propone lo stile manierista/semplice/austero dell’architetto Gerolamo Cassar, assai prolifico a Malta. Il portale regge un balcone aperto, in legno. Il tetto piatto è coronato da una breve cornice. Caravaggio si fa ricevere da Alof de Wignacourt, sessantenne Gran Maestro, artefice della crescita militare e architettonica di Malta. Il pittore usa come lasciapassare, e non è la prima volta, la referenza di Caterina Sforza Colonna. Alof si fa ritrarre nella sua lucente armatura cerimoniale mentre afferra alle estremità il bastone del comando, brandito come se dovesse essere menato sulla testa di un turco.

Il gran maestro Alof de Wignacourt dipinto da Caravaggio

Pablo Picasso afferma che basta un sorso per capire il vino ottimo: Alof (perdonate qui il volo pindarico) s’accorge di avere assaggiato un Sassicaia della tenuta San Guido di Bolgheri, il miglior rosso del mondo. E allora il Gran Maestro chiede subito al Merisi una grande tela per la cattedrale di San Giovanni, in fase di ultimazione.

Caravaggio accetta la commissione, ma alza la posta: vuole essere iniziato Cavaliere di Malta. Merisi, come molti grandi artisti, è interessato ai percorsi che portano agli dèi e un Ordine che da secoli è un braccio di Dio può riservare suggerimenti. Ma Caravaggio è anche alla ricerca dell’impunità di cui godono i Cavalieri, immunità che gli leverebbe di dosso la condanna papale. Nonostante la conoscenza dei precedenti di Caravaggio, il de Wignacourt lo ammette tra i novizi e il 14 luglio 1608 lo incorpora ai Cavalieri di Grazia.

Io mi trovo davanti alla St John’s Cathedral la mattina del 10 ottobre 2012. Il sole non fa lo smargiasso come d’estate e occhi di mare blu mi spiano da un angolo. Sulla data sono preciso perché uso tuttora il biglietto di ingresso alla chiesa come segnalibro. La facciata, del Cassar, sembra di un edificio civile: il portale è fiancheggiato da due colonne e sormontato da balconata con finestra. L’accesso avviene dal lato sinistro. L’interno, che pulsa del mormorio dei visitatori, è impostato su una navata lunga 58 m/larga 15/alta 19 ed è decorato con varietà di materiali/colori/stili stratificati nel tempo. Il pavimento è una sequenza di 400 pietre tombali, in marmi policromi, di Cavalieri della nobiltà europea del 500 e del 600. La volta è affrescata da Mattia Preti con tecnica originale, olio direttamente sulla porosa e assorbente globigerina. L’altare maggiore e il coro sono un favoloso intarsio di lapislazzuli, pietre semipreziose, marmi, metalli argentati e dorati. Dalle didascalie ad alcuni quadri mi sorprende che, in lingua maltese, Dio si pronunci Alla e Madonna si dica Sultana.

Seguendo cartelli con frecce rosse vado in fondo alla chiesa e poi passo in una cappella laterale, l’oratorio, costruito nel 1603 da de Wignacourt. Lì mi imbatto violentemente in qualcosa di orribile, qualcosa che riesco a guardare solo con la coda dell’occhio. Avverto nausea, ma mi sforzo di fissare la tela sulla parete di fondo, la Decollazione di San Giovanni Battista, di Caravaggio. Le sette persone nel dipinto sono reali, in uno spazio reale e scuro. La tela enorme, 5 metri per 4, occupa tutto il muro. Lo sfondo è una quinta da teatro: un arco/il cancello della prigione/una finestra con sbarre da cui due carcerati sbirciano il martirio di Giovanni. Il pavimento pare lievemente scosceso, così da dare l’impressione di un palcoscenico su cui stia avvenendo una rappresentazione in carne e ossa. Il mio grosso fastidio è provocato dall’aguzzino che ha già sgozzato Giovanni con la spada e si sta apprestando a decollarlo con il pugnale chiamato misericordia. Il carnefice ha la schiena nuda su cui cade la maggior quantità di luce del quadro. Il boia afferra i capelli lunghi del Battista e gli preme la testa morta sull’impiantito: sembra che gli voglia dire “ti massacro come un cane rognoso”. Nessuna figura dell’arte esprime come questa l’omicidio, la ferocia, la trasformazione della vita in morte. Solo un assassino può riferire cosa senta un assassino. Solo un assassino può comunicare l’entusiasmo della determinazione, l’obbligo imprescindibile di colpire per primo (“sparagli Piero, sparagli ora”), l’adrenalina che tracima, il senso totale della vita perché è un momento finale, la dismisura perché la vita si prova solo per dismisura, la superiorità primitiva e oscena, il calore del sangue che schizza addosso e magari il suo sapore sulle labbra… L’assassino-aguzzino di Caravaggio spiega tutto questo, anche se non è in situazione di lotta, anche se il giustiziato ha le mani legate.

Il secondino, con una giacca turchese pallido, guarda con gelido cinismo il Battista e indica la conca che deve ospitare la testa decollata. Il bacile è sostenuto a due mani da una ragazza, probabile ancella di Salomè; la fanciulla è indifferente, come se avessero ammazzato una gallina per il pranzo. Tra il secondino e la giovanetta, una donna anziana è l’unica a lasciar trasparire orrore: si porta le mani sulle orecchie, come il personaggio de L’urlo di Edvard Munch.

Giovanni, inginocchiato, sfrega la guancia sul pavimento. Pare addormentato. Un drappo rosso aranciato gli copre glutei e gambe. Il fiotto di sangue fuoriesce ancora dalla gola e Caravaggio firma sotto, con una riga rossa che parte da quel sangue.

Scrive Teju Cole che anche lui vede nel quadro di Merisi il potere omicida distillato in un’unica immagine da incubo. E che impiega un anno per elaborare lo spettacolo atroce da snuff movie. L’occasione per metabolizzare la crudeltà è un videoclip girato in Libia dalla CNN, nel 2017: migranti del Niger sono venduti come schiavi in un sobborgo di Tripoli. Gli uomini mercanteggiati sono in piedi, di notte, contro il muro spoglio di un cortile desolato. La luce è fioca, ma puntata sui nigerini in modo caravaggesco. La vendita è rapida: un uomo in caffetano annuncia ad alta voce i prezzi e i compratori, fuoricampo, fanno brevi offerte al rialzo. E basta. È qui che Teju Cole legge la volontà cieca e gaudente di uomini che vogliono annientare altri uomini. Praticamente il Male assoluto.

Io esco dalla Cattedrale con grande bisogno di sole e di vento. Cammino per Republic Street/Melita Street/St Paul Street, ben scaldate. Raggiungo i giardini Lower Barracca, su un gomito da cui si osservano sia il porto grande, sia il prospiciente borgo di Senglea, sia il Mediterraneo aperto. La brezza da nord alza denti di spuma al largo. Il mare mi rasserena. Il mare, cielo ribelle caduto giù che ha mantenuto intatta la bellezza… Caravaggio, uomo del cielo tuffatosi nei porti di mare senza perdere il primato della grandezza.

Per la cronaca, i Cavalieri di Malta sono tenuti per regolamento a un comportamento sobrio, alla cortesia dei gesti, alla nobiltà di spirito. Caravaggio, la sera, s’immerge nel porto. Preferisce la sbobba di qualche lurida taverna. Se scoppia un tafferuglio ci si butta in mezzo, a tirare pugni e calci. Fraternizza con schiavi turchi e prostitute d’Africa. E finge di non vedere i Cavalieri camuffati che vengono a cercare puttane o esili ragazzini mulatti.

Un Cavaliere di rango superiore rimprovera Merisi per la sua condotta selvaggia. Caravaggio ci mette un secondo a vibrargli una spadata in faccia, sfigurandolo. Il pittore viene rinchiuso nel carcere di Sant’Angelo, ma dopo pochi giorni riesce a evadere. Altra fuga via mare. Altri porti accoglienti,

Siracusa/Palermo/Messina/di nuovo Napoli, mentre i Cavalieri lo espellono come “membro fetido e putrido”.

Caravaggio non può che morire in un porto, a Porto Ercole, dove giunge dopo il tentativo di rientrare nelle terre papali. Forse muore per infezioni intestinali/o per brucellosi/o per saturnismo. Probabilmente muore il 18 luglio del 1610. Di sicuro, al suo ultimo respiro, il mare, che Caravaggio non ha mai dipinto, si toglie il cappello blu.

Carlo Maria Milazzo

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Aut. Tribunale di Bologna n. 8115 del 09/11/2010

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