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Trieste, la tempesta domata

N. 110 - Aprile 2026

 

 

 

 

Trieste, la tempesta domata

Affonderà la mia paranza ardita,
ma è tanto bello navigar così (Henrik Ibsen)

Trieste è un grande appartamento. Il corridoio è la “piazza” di Cavana, lunga via che solca il vecchio quartiere omonimo. Nella prima metà del secolo scorso ci sono qui botteghe di pescivendoli, macellai, fruttaroli (ancor oggi ci sono). Poi, in quel periodo, ci sono caffetterie dove assumere la spinta energetica del caffè (sembra che Dio abbia creato per prima cosa il caffè, altrimenti non si sarebbe messo in moto nelle giornate della Genesi. Ancor oggi le caffetterie ci sono, ma attenti all’ordinazione: se volete il classico espresso in tazzina chiedete un Nero/per l’espresso in vetro domandate un Nero in B/per il normale cappuccino fatevi servire un Caffelatte e se il cappuccino lo volete ridotto e in vetro optate per il Capo in B). Sempre in quell’epoca ci sono negozi ebraici di antichità e anticaglie (ancor oggi ci sono). E, in quella metà di 900, dalla strada si accede a numerosi bordelli (oggi non ci sono più, ma è noto che, tra il 1907 e il 1915, James Joyce vada spesso alla casa di tolleranza “Il metro cubo”, felice e cliente).

Il salotto è Piazza del Ponterosso, cuore del Borgo Teresiano, voluto da Maria Teresa d’Austria al posto delle saline. Lo slargo: costeggiato dal Canal grande, bluastro e arredato con gabbiani appoggiati sul vento-comò/dominato da Palazzo Genel, severo, massiccio, con finestre rettangolari bordate da cornici di pietra/guardato a vista dalla facciata neoclassica di Sant’Antonio Nuovo. Joyce affitta, felice e solvente, un appartamento al civico 3 della piazza, terzo piano con affaccio sul mercato (la Berlitz English School dove insegna è vicinissima). Ecco, il mercato, fin dai tempi dello scrittore dublinese, è un clangore di bancarelle montate e smontate. Le venderigole vendono fiori freschi/ turchi inturbantati propongono tappeti arabescati/fornai macedoni offrono dolci al miele (halvà)/ pescatori croati portano il loro pescato. Nel 1960 il mercato è la capitale europea del commercio di jeans: da tutta Italia e da tutta la Jugoslavia affluiscono ad acquistare il pantalone denim, emblema di anticonformismo alla Jimi Hendrix/di ribellione alla James Dean/di controcultura alla Timothy Leary (→ “l’uomo ha una visione alquanto statica del mondo accidentalmente o deliberatamente impostagli dalle catene delle associazioni condizionate. L’uomo è convinto che il marchio impresso su di lui sia la realtà”).

Trieste è poi mansardata con caseggiati che si aggrappano alla collina carsica, incombente sulla costa.

Il salone della città è Piazza Unità d’Italia, 12.300 metri quadrati, tre lati definiti da palazzi di stili diversi ma miracolosamente armonici (si affratellano il liberty, il neoclassico, il barocco, l’eclettico). Davanti, la piazza-salone è affacciata per intero sul mare: il quarto lato è una finestra gigante dello stesso blu delle vetrate della Sainte-Chapelle parigina.

Il palazzo che fa da sfondo è quello del Municipio, ironicamente soprannominato palazzo Sipario perché nasconde i brutti edifici della città vecchia. Il piano terra è scandito da archi a tutto sesto che

riproducono l’idea di un porticato, mentre ai piani superiori si aprono bifore e trifore. Al centro, tra i due corpi laterali, si innalza la Torre dell’Orologio, in cima alla quale sono collocate le statue in bronzo di due Mori che battono una campana. Le sculture si chiamano Micheze e Jacheze ed entrano in funzione nel gennaio del 1876, rintoccando non solo le ore ma perfino i quarti d’ora (e così, se si passa un brutto quarto d’ora, le statue sono lì a sottolineare e infierire).

*Ricordo che, quando è in atto il servizio telefonico dell’ora esatta, risulta che i più assidui interpellatori del mitico 161 siano i triestini. E allora mi chiedo: gli abitanti dell’antica Tergeste sono ossessionati dal tempo che vola via o non hanno niente di meglio da fare che controllare di continuo l’orologio?

Il Caffè degli Specchi è incorporato nel Palazzo Stratti di Piazza Unità. Fondato nel 1839/ritrovo degli irredentisti intorno al 1880/punto di installazione, nel 1935, delle Illetta, ideate da Francesco Illy e progenitrici delle macchine del caffè espresso/sede nel secondo dopoguerra della Royal Navy, la Marina britannica/dal 2012 proprietà dei rinomati maestri cioccolatieri Faggiotto. La denominazione deriva dal fatto che, fin dall’apertura, è tradizione incidere gli avvenimenti storici più importanti su specchi o lastre di vetro (oggi ne sopravvivono tre).

Gli interni alternano due colori: quello del legno scuro di parquet, bancone, tavoli e il rosso della pelle di divani e sedie, dei tendaggi corposi, dei grembiuli di baristi e camerieri.

All’aperto i tavolini sono vestiti da tovaglie ancora rosse mentre tele écru si stirano sui telai delle seggiole. Qui, bora permettendo/con vista golfo a 180 gradi/deridendo il romanticismo illusorio, si può bere e mangiucchiare dal mattino presto fino alla mezzanotte.

Al Caffè degli Specchi conosco il Capitano John Pelagi. Una tarda mattinata di aprile sto per sedermi all’esterno e un signore con mascella a sponda di panfilo mi fa cenno di accomodarmi al suo tavolino. Ha capelli argentei e folti, nemmeno un indizio, beato lui, di stempiatura o chierica. Sfoggia un orecchino d’oro da Corto Maltese. Ai suoi piedi è accucciato un border-collie nero con muso/gola/zampe bianche.

IL tipo si presenta e mi rivela che gli occhi, verdi come erba giovane, gli provengono dalla madre irlandese. Il cognome è invece un errore di trascrittura anagrafica di Palagi, identità del padre pisano. In base alla genetica John sceglie di stabilirsi a Trieste che è italiana e in cui si sono trovati bene irlandesi quali Joyce/la moglie di Joyce/il fratello di Joyce.

Il Capitano ha una voce calda come le braci lasciate dagli zingari accanto al fiume.

Il cane si chiama Zizù.

John si arrotola la manica sinistra della camicia jeans e con l’indice destro segnala tre cicatrici sull’avambraccio. I segni definitivi vengono attribuiti ai morsi rispettivi di:

– Squalo Tigre, pesce in continuo delirio di onnipotenza

– Squalognato, pesce pescato anche dai pescatori della domenica

– Squalibrato, o Pesce Violentatore di subacquei maschi e femmine

Quindi il Capitano si arrotola la manica destra e con l’indice sinistro mostra altre tre ferite suturate sull’avambraccio. I segni permanenti vengono imputati a dentate rispettive di:

– Squalunque, pesce poco riconoscibile in un gruppo di pesci

– Gattuccio, PesceCane in perenne crisi di identità

– Mesqual, o Pesce Allucinogeno

Il Capitano mi elenca a mo’ di storia professionale le navi su cui si è imbarcato.

-In gioventù si arruola su una nave da guerra con missili nucleari, due elicotteri sul ponte e un radar che può fare l’ecografia alle femmine dei delfini incinte. La nave si chiama “Vittoria a Tavolino” e il Capitano è con lei impiegato nella missione “Maledetto Babbuino”, mirata a un capo di stato che alleva terroristi in batteria

-con la nave pirata “No Global”, trascorre poi lunghi periodi in mezzo all’oceano: con i compagni d’equipaggio attende il passaggio dei cargo dei Coca-colonizzatori, stipati di lattine rosse da esportare in paesi poveri. La “No Global” sperona questi bastimenti e li depreda del carico gassoso

-con la nave bananiera “New Glebal”, John trasporta schiavi liberiani dal porto di Monrovia fino alle città in cui vanno a lavorare nelle fabbriche di Coca-Cola (o alternativamente nei fast food)

-con la nave fantasma “Amleto” penetra nel Triangolo delle Bermude per scovare lo psicopatico che tira giù gli aerei in volo

-con la nave da crociera “Felicia”, starnazza intorno a una barriera corallina e posteggia l’imbarcazione ora nell’isola di Follicoli (preferita dai ginecologi), ora nell’isola di Pericoli (frequentata da controfigure dei film d’azione), ora nell’isola di Postriboli (lanciata in un fiorente turismo sessuale), ora nell’isola di Curricula (dove viene scaricato il personale licenziato a sua insaputa), ora nell’isola di Matricola (dove si fa una gran festa a chi partecipa per la prima volta alla crociera), ora nell’isola di Eboli (dove Cristo si è fermato dopo aver perso un traghetto), ora nell’isola di Avicola (laddove si allevano procellarie per la pesca delle acciughe), ora nelle isolette  Cucciolo/Brontolo/Mammolo/Eolo/Gongolo/Pisolo dove dei nani vanno al lavoro cantando (il canto non è per la felicità del lavoro ma per le miniere di diamanti che rendono bene e per le torte di Biancaneve alla cannabis sativa)

-con la nave umanitaria “Catetere Veterano” il Pelagi trasborda badanti dal porto ucraino di Odessa a banchine di paesi ricchi. Va da sé che se nemmeno Platone e Giovenale risolvono il quesito “chi controlla i controllori?”, nessuno è ancora in grado di rispondere alla domanda “chi bada le badanti?”

-sulla nave scatoliera “Maruzzella” il Capitano va a pesca di tonni/sulla nave trinacria “Pigghialu” avvista i pescespada/sulla nave fiociniera “Arpion” parte per la caccia alle balene bianche o blu o mangiatrici di Giona che siano

Al congedo dal primo incontro il Capitano mi allunga un libretto e mi dice di darci un’occhiata. Il titolo è “Mare forza Zeta” e l’autore è lui. Quindi mi invita a tornare, se voglio, fra tre giorni.

Nel libro John enuncia una nuova teoria di navigazione secondo cui si può affrontare il mare anche senza una preparazione esagerata. L’autore non discute l’utilità tecnica di saper orientare le vele, di conoscere il funzionamento dei motori, di interpretare bussole e sestanti. Pelagi parla piuttosto di una collaborazione essenziale e produttiva che si può stabilire tra il comandante di un’imbarcazione e il mare: con questa cooperazione il mare può essere addirittura assimilato a un marinaio non registrato tra il personale di bordo ma in piena e “dipendente” attività.

Beh, il mare è obbiettivamente collaborativo se si considerano lo sfruttamento delle correnti marine, il rifornimento ittico, la freschezza sempre garantita dall’acqua.

Però è oggettivamente difficile definire uno stato di partnership quando il mare diventa una furia con cavalloni insormontabili e magari assassini.

Eppure, è proprio a proposito delle occasioni di mare in tempesta che le affermazioni di Pelagi appaiono rivoluzionarie.

Nel pamphlet il Capitano scrive che col mare in burrasca si può instaurare un braccio di ferro intellettuale, arrivando a domarlo proprio come un marinaio in rivolta.

Per Pelagi la forte sfida va condotta sull’uso parlato e prolungato di parole contenenti la lettera Zeta. In mezzo ad acque inaffrontabili occorre cioè legarsi a un legno di prua e da lì gridare, per esempio: -Mare, strozzo i tuoi spruzzi-, oppure -T’ammazzo ghiozzi e merluzzi, ti azzero cozze e razze-, oppure -Disprezzo il tuo sozzo azzurro-; e consigliabile è corredare le invettive con sputi catarrosi della grandezza di nocciole.

Il Capitano desume il potere soggiogante della Zeta dalla paura che Tutto, in questo mondo, ha di una fase conclusiva, di un punto terminale, della categoria dell’ultimo. L’ossessione di una fine pone sempre in condizioni di inferiorità, sulle quali si può avere buon gioco.

Ecco dunque che, per Pelagi, di fronte alla Zeta, ultima dell’alfabeto e miglior simbolo dell’estinzione, il mare si sbigottisce, poi abbassa la cresta delle onde e infine, abracadabra, si placa.

John giura di aver sperimentato la sua dottrina nel mezzo di vari fortunali e di aver ottenuto risultati strabilianti. In base alla sua esperienza il Capitano sottolinea che nel confronto uomo/mare è necessario adoperare ventagli di Zeta, quindi diverse parole contenenti la consonante, giacché il mare assorbe rapidamente uno spavento mentre crolla sotto un martellamento. Pertanto, la tenzone non può basarsi su Zetate formulette magiche ma richiede lo sforzo di spolmonare più frasi a effetto Zeta e di inventarne di continuo delle differenti.

(Col mare tranquillo è sufficiente usufruire di qualche accenno alla Zeta per ridurre il mare al più docile degli schiavi. Basta intimidire: -Zirlo una canzone?-, e subito la massa liquida organizza un flusso leggero che sospinge una poppa ad andatura turistica).

Ok. Prima di reincontrare Pelagi faccio qualche intervista sulle Rive di Trieste, passeggiata bordo mare innanzi al nucleo storico. Chiedo a velisti, marinai, pescatori, crocieristi appena sbarcati, traghettatori per Muggia, taxisti in attesa, farmacista della Sant’Andrea se conoscono il Capitano e magari il suo sistema Zetacentrico.

Beh, qualcuno sa di John e alcuni anche della sua pubblicazione. A parte due persone che giudicano l’enunciato di Pelagi suggestivo e valido dal punto di vista letterario, tutti gli altri reputano solenni sciocchezze le affermazioni sulla dominazione del mare. Uno skipper fa lo spiritoso e schernisce:

-Quando vedo le onde spumeggiare, piglio in mano il libercolo di Pelagi e minaccio il mare: “Adezzo m’incazzo”-

Rivado al Caffè degli Specchi. Il cane Zizù è accucciato davanti alla vetrina,

Il cielo è stipato di nembi, come uno stadio in cui 50.000 spettatori siano tutti vestiti col chiodo nero. Il vento soffia a folate, sbuffi di un gigantesco mantice.  

Entro per sfuggire al tempaccio.

Mandi- mi saluta Pelagi, appoggiato al bancone con un bicchiere in mano. Ha davanti una bottiglia di Pelinkovac, amarissimo amaro sloveno all’assenzio (35°).

-Fatti un goccetto anche tu. Tra poco andiamo sul molo a mettere in pratica la mia Zetatissima tesi. Mi aiuterai- mi dice il Capitano.

Fuori il vento prende a ululare forte come un milione di lupi con la pertosse.

-Avrei un po’ paura- confesso.

-Allora sei il socio perfetto- apprezza John e spiega: – “Il coraggio più sicuro e più utile è quello che nasce da un giusto apprezzamento del pericolo che si affronta. Un uomo totalmente privo di paura è un compagno molto più pericoloso di un vigliacco” –

-Citazione da Moby Dick di Melville- riconosco.

Usciamo e raggiungiamo il molo più famoso della Venezia-Giulia. Il cane è con noi.

Il molo porta il nome del cacciatorpediniere Audace, della Marina militare italiana, che vi attracca nel novembre 1918.

Il molo è una piattaforma rettangolare che si appoggia sul mare per una lunghezza di ben 250 metri.

È un grosso dito puntato verso l’orizzonte, un piatto-doccia dove lavarsi con la pioggia, un posto in prima fila per bere sangue e oro dal sole al tramonto, un trampolino per lanciarsi verso l’infinito e oltre, una passerella dove le sirene fanno sfilate di moda (vestite dagli autoctoni Renato Balestra e Ottavio Missoni). Passeggiare sul molo è farsi un’abbuffata di ossigeno e anche di tolleranza poiché gli sguardi che scambi con chi incroci sono buoni e segretamente complici.

Il Capitano, Zizù e io siamo palesemente soli. Ci vogliono dei pazzi a stare sull’Audace con questo tempo pessimo (anche se, si sa, che quando la bora spira a 100 all’ora, qualche incosciente si avventura sul molo a competere con le raffiche).

Il cielo è sempre così nero che neanche il chirurgo plastico di Michael Jackson riuscirebbe a schiarirlo. Mi pare che il vento prenda la rincorsa per schiaffeggiarmi più forte.

Il mare si agita. Marosi picchiano sulla banchina lungomare provocando rumori di tuoni liquidi. Al largo le onde si fanno dapprima lunghe e bianche come lenzuola da orchi, quindi si impennano e le cime candide vengono recise da forbici d’aria.

In un punto lontano il mare si ingrossa in un ascesso plumbeo. Pelagi mi parla forte, con voce irriconoscibile, decisa e quasi tedesca:

-Dobbiamo agire. Parto io con una mitragliata di Zeta. Quando ti do un colpo sul braccio subentri tu con altre sentenze alla Zeta-

Il mare si avvalla in buche ametista. Il Capitano avvia il suo match verbale:

-Mare, è ozioso che schizzi, inzaccheri, inzuppi. Ho calzoni alla zuava a bizzeffe, azzimate zimarre con balze e fronzoli, zoot screziato da zingaro/grinzoso da mascalzone/con zip o senza zip. Ho zarabulle di organza vezzosa, elasticizzate. Ho calze di zephir mercerizzato, calzature di scorze di Zanzibar, zatteroni della Zelanda, zeppe zebrate e personalizzo lo zuccotto melanzana…-

L’acqua di mare arriva addosso, pungente come calabrone stizzito. Il cane…zampetta. Il Capitano mi tocca l’omero. È il mio turno. Vado con Zeta “commestibili”:

-Mare, t’ingozzo d’orzo, zucche, mozzarelle. Ti rimpinzo di lacchezzi e bazzoffie, di spezzatino di zebù allo zenzero e zafferano, di avanzi di zuppe con mezze zite, di maritozzi, marzapane, berlingozzi zuccherati. Ti sazio di zazzicchia e zamponi di un pizzicagnolo ringalluzzito di Zagarolo, aromatizzati da tizzoni di spezie che attizzano balbuzie…-

L’ascesso di mare color piombo si ingrandisce e procede verso riva. Il cane…si aizza da solo. Ripasso la palla a Pelagi che sgomma:

-Mare, zuzzurellone, zigulì fa lo zufolo, zumpapà fa la zampogna, zazzaron lo zimbalon. Zizzolati in un valzer di Salzburg, in una danza tzigana, in una mazurka di Warszawa, in una zarzuela di Zaragoza, in una romanza frizzante. Vocalizza la tua vocazione alla dissonanza, scherza su modulazioni pazzoidi, smorza la cadenza incalzante…-

Il turgore di mare è vicino. Se si schianta su di noi ci annega, compreso il cane che…zompa. John mi dà un pugno sul bicipite. Do il cambio, con Zeta “dottorali”:

-Mare, zelante mediconzolo, ti piazzo in ambulanza e dopo palpazione/auscultazione/esplorazione ti scarrozzo al lazzaretto. Poi, cloroformizzato, anestetizzato, demoralizzato, senza conoscenza, ti lobotomizzo, ti cauterizzo gli zigomi, ti seziono la panza, ti mozzo il trapezio, ti smozzico la milza, ti spezzo articolazioni, ti dimezzo gli orifizi…-

L’onda anomala, stile Hokusai, ci mette nel mirino. Si dispone a C maiuscola, per mangiarci meglio. Il cane…azzanna gli sprizzi marini. O la va o la spacca, mio Capitano…e John si gioca l’ultima parola:

-Mare, bozza scazzata della creazione, accozzaglia di zerri/zigrini/molecoluzze, arazzo strapazzato dalle imbarcazioni, azzurro zibaldone senza proporzione, zizzania da carbonizzare, tu impazzisci per possanza, forza, insolenza, senza la intuizione della tua mesozoica piccolezza, della tua protozoica minuzia, della tua lillipuziana limitatezza, della tua sprezzabile inconsistenza di sostanza. Mare, sono al tuo capezzale a verbalizzare la tua assenza, a relazionare la tua mancanza, a notiziare la tua vacanza. Sei un’inezia, un minuzzolo, uno zinzino, una bazzecola. Sei una zanzarina ammazzata dallo zoccolo di Zeus. E io, Zorro energizzato da zabaione, senza acrobazie, senza scandalizzare le zie, ti punzono con la mia Zeta di pertinenza…e zittisco la tua fonazione inutilizzabile…polverizzo la tua definizione sul dizionario…SANZIONO LA TUA RINUNZIA ALL’ESISTENZA…-

L’onda montagna, il mare-monte, si blocca a settanta metri dal molo. Trema tutta, come se stesse ridendo di gusto.

Poi si affloscia e si stende sul mare, piatto all’improvviso.

Clap clap. Complimenti vivissimi, Capitano Pelagi.

*Mandi, lettrici e lettori. Nel caso andaste al molo Audace, mi racomandi: portate nello zaino un eserciziario per reazioni zetate, per dare garanzie alle conseguenze della Zeta.

Carlo Maria Milazzo

L’immagine in alto è di Sergio Pirola per Pexels

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