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Terra bruciata. 75 artisti interrogano l’Antropocene

N. 114 - Settembre 2026

 

 

 

 

Terra bruciata. 75 artisti interrogano l’Antropocene

Dal 20 settembre, la mostra collettiva del 53° Premio Suzzara “Terra bruciata. L’arte nell’Antropocene”, organizzata dal Museo Galleria del Premio Suzzara con il patrocinio del Consiglio Regionale della Lombardia e della Provincia di Mantova, raccoglie opere provenienti dall’Italia e dal mondo su un tema che non lascia scampo: la condizione climatica e ambientale del pianeta.

Immaginate una patatina industriale scolpita a mano nel marmo bianco di Carrara, in scala 1:1, sospesa come una reliquia su un disco dorato. Aurora Avvantaggiato l’ha chiamata semplicemente “Chip” — che in inglese significa scheggia, truciolo, frammento, patatina, microchip. In un’unica forma geometricamente definita (un paraboloide iperbolico, per l’esattezza) sta tutto ciò che l’Antropocene ha prodotto: estrazione, sintesi industriale, consumo istantaneo, obsolescenza programmata.

“Chip” è una delle settantacinque opere che compongono la mostra collettiva del 53° Premio Suzzara che verrà inaugurata il 20 settembre 2026 con il tema “Terra bruciata. L’arte nell’Antropocene”. Settantacinque selezionate da 570 candidature arrivate dall’Italia e dal mondo — un numero che, di per sé, racconta qualcosa: il tema ha toccato una corda che la pratica artistica contemporanea stava cercando da tempo un modo per far risuonare.

Un premio nato sulla carta da salumiere

Il Premio Suzzara è uno dei più antichi premi d’arte italiani dedicati al lavoro e all’impegno sociale: nasce nel 1948 in una piccola città della pianura mantovana, e fin dall’inizio sceglie di essere diverso. I cataloghi delle prime edizioni erano stampati sulla carta da salumiere, quella del macellaio, della salumeria, del mercato quotidiano. Non per mancanza di mezzi, ma per dichiarazione d’intenti: l’arte appartiene a chiunque, non a chi può permettersi di collezionarla. Quella scelta grafica, in questa edizione, è stata riproposta deliberatamente: la presentazione delle opere in concorso del 53° Premio richiama visivamente quella tradizione, perché nell’era dell’Antropocene la crisi climatica riguarda chiunque abiti il pianeta, non i soli specialisti.

Il momento in cui la metafora finisce

“Terra bruciata” non è più solo un’immagine. È la Sicilia interna fotografata da Nina Crouzet ogni estate — campi aridi, alberi carbonizzati, strade deserte — dove i campi vengono incendiati dopo i raccolti come da tradizione, ma la siccità e le temperature estreme hanno trasformato un gesto secolare in una ferita permanente. È il 37% delle foreste dell’Attica bruciato tra il 2007 e il 2024, e Agapi Kanellopoulou, che gratta la tela con il cutter per restituire visivamente quella violenza. È il fiume Piave – “la” Piave – il cui corso è stato modificato più volte dall’intervento umano, ritratto da Lisa De Marchi attraverso i corpi degli abitanti delle sue rive: la pelle usata come calco della ghiaia, il corpo come impronta del fiume e il fiume come impronta sui corpi.

La crisi delle risorse idriche occupa un posto centrale nel percorso. Marco Cesaro ha realizzato venti tavolette di terracotta sulle quali un getto d’acqua ha inciso i solchi, riproducendo l’azione di un fiume che scava il proprio letto. Kotryna Onaitytė porta la stessa diagnosi sul piano della relazione tra organismi viventi e sistemi di controllo: la sua Tilia × europaea L. è il tiglio comune, piantumato, moltiplicato e ibridato dall’uomo in modo talmente intensivo da avergli causato le patologie comuni negli esseri frutto di unioni endogamiche.

Il sistema e le sue crepe

Il secondo livello della mostra interroga le cause, non solo gli effetti. Alessandro Colasanto smonta dall’interno il linguaggio visivo del marketing, mostrando osso e sangue sotto la pulizia del layout. Marina Arienzale e Marco Lanza costruiscono invece un’“archeologia del presente”, mettendo in scena i prodotti alimentari esclusi dalla grande distribuzione perché non conformi agli standard commerciali, scarti del sistema capaci di rivelare le contraddizioni di ciò che viene preservato e di ciò che viene eliminato. Francesca Pazzagli porta questa critica sul piano del corpo animale: nel suo “arazzo” un predatore viene infilzato e arrostito come fosse normale carne da macello, e l’urlo della bestia è anche lo specchio di un dolore umano — la solitudine di un’epoca che ha dimenticato cosa significhi condividere il fuoco e il focolare. Risponde a suo modo Zeno Bertozzi con un bel lavoro ceramico in cui quattro micro-architetture ispirate ai nidi delle vespe vasaio, sospese tra reliquia e habitat, fanno riflettere sulle nozioni di protezione e coesistenza in un ecosistema in mutamento.

La materia, il corpo, la trasformazione

Poi vengono le opere che interrogano la materia stessa. Il granchio blu (Callinectes sapidus), una della specie aliene più invasive nel Mediterraneo ma dalle straordinarie capacità di adattamento, viene alchemicamente trasformato da Alessio Manfredi. Analogamente legato alla scienza (non alla chimica, come Manfredi, ma alla geologia e alla pedologia) il linguaggio di Pauline De Cabarrus, che riveste di poesia la scala cromatica utilizzata per la classificazione dei suoli creando paesaggi in miniatura e raccontando quelle “storie della terra” che solo chi è abituato a interrogare il sottosuolo può comprendere. Lydia Marleen Ciesielski raccoglie argilla dai resti di una casa in crollo in una regione spopolata della Bulgaria, la ricompone in un vaso ceramico a strati, lascia i segni delle dita volutamente visibili: non è più solo un vaso, è una stratigrafia umana, a metà tra un reperto e un territorio. Filippo Maestroni dialoga con questa stessa terra in un dittico in cui mostra le ceramiche faentine realizzate con l’argilla dei calanchi romagnoli, le cui erosioni — accelerate dal cambiamento climatico — provocano frane e alluvioni. «Le montagne resteranno», scrive l’artista, «mentre l’uomo, come un fiore selvatico, attraversa soltanto una stagione lasciando tracce che la natura potrebbe non riuscire più a riassorbire». Ilaria Venturini, romagnola come Maestroni, porta invece l’avifauna delle valli di Argenta e del Reno: il suo dittico calcografico mette in tensione il volo del gheppio e del falco cuculo, due modi di abitare l’aria in un paesaggio segnato dall’impronta umana.

La crisi entra poi nel corpo. Esmeraldo Baha dipinge una figura distesa in preda alla febbre, in dimensioni quasi reali. Akila Perera traduce lo stesso malessere in scala monumentale e con una tavolozza monocromatica dai toni terrosi, ritraendo corpi dolenti che si intrecciano in un ecosistema relazionale arido. Ugualmente monumentale la xilografia di Shweta Urane, in cui uomini e animali scarnificati condividono lo stesso drammatico destino. Giorgio Celiberti sposta questo conflitto nell’universo entomologico: un insetto si muove faticosamente in uno spazio ostile e quasi alieno, il segno grafico si elabora e si disintegra, e l’opera lascia alla tela il lavoro attivo di definire un’immagine che non riesce del tutto a emergere dal fondo.

Cura e rigenerazione

Di fronte all’accumulo del danno, alcune opere scelgono il gesto della cura — non come rassicurazione, ma come atto etico consapevole. Annalisa Lenzi ricama su un leporello fotografico dedicato alla tempesta Vaia del 2018: il filo, delicato all’inizio come i primi segnali di vita tra i tronchi schiantati, si fa via via fitto e vigoroso, e “ricuce” la ferita. Gaia Ranuzzi porta la stessa logica nel tessile: quattro organi scultorei — cervello, polmoni, utero, cuore — costruiti a partire da vestiti dismessi di persone care, ricomposti in forme organiche. Come nella tela di Natalia Tan, con cui l’artista ha recuperato un chilogrammo di rifiuti, il materiale tessile e industriale da scarto diventa archivio di corpi assenti, di fine produzione.

Séraphim Marignane porta il gesto della cura, della conservazione del ricordo, nella dimensione collettiva: la sua scultura di cristallo Lalique e ferro raccoglie i ricordi di centinaia di persone incontrate dall’artista nel corso della realizzazione del pezzo, su qualcosa che un tempo esisteva e oggi non c’è più. Una memoria collettiva che non si rassegna a sparire.

Rebecca Carrozzo porta la cura nel gesto fotografico di attenzione verso le tracce che di solito non si guardano: due suole consumate si trasformano, in bianco e nero e in primissimo piano, in un paesaggio ambiguo — l’alveo di un fiume o una ferita aperta. Laura Pesci lavora invece su un principio biologico: la sua opera grafica prende avvio dall’osservazione delle larve di Hyposmocoma caterpillar, organismi che costruiscono la propria corazza accumulando scarti organici: riconoscere nello scarto un potenziale generativo non è solo una strategia di sopravvivenza animale, è un paradigma di trasformazione.

L’ultimo fuoco

L’ultimo nucleo è quello della soglia: il fuoco come trasformazione, non come sola distruzione. Banafsheh Rahmani dipinge un tappeto di fiori e fiamme ispirato alla cosmologia iraniana — il nero è assente, l’oscurità già consumata — e al centro un bambino di luce non è vittima del fuoco, ma sua espressione. Vania Elettra Tam affida all’ironia la stessa soglia: il bidone aspiratutto esploso al centro della tela è la prova del fallimento del modello, ma i germogli che riaffiorano nella sabbia e il gesto di Eva — che con un fico al posto della mela blocca Adamo per impedirgli di reiterare il collasso — inaugurano quello che l’artista chiama il Ginecocene, paradigma fondato su limite, cura e manutenzione del vivente. Lucrezia Fontana e Dalila Edera Turco chiudono il percorso tornando alla metafora dei volatili, archetipi di libertà: nella grafite di Fontana l’immagine dell’uccello sfuma deliberatamente, perché i confini non sono stacchi tra passato e futuro, ma punti di partenza; Turco mostra invece il lato oscuro e drammatico di questa libertà, mettendo in mostra un rapace ucciso dai cavi dell’alta tensione.

Adrian Botan ed Erika Vecchietti

“Terra bruciata. L’arte nell’Antropocene”, 53° Premio Suzzara
Museo Galleria del Premio Suzzara, via Don Bosco 2/A, Suzzara (MN)
20 settembre 2026 – 9 gennaio 2027
Orari di apertura: dal martedì al giovedì ore 9-17, sabato ore 10-18, domenica su prenotazione
Info e contatti: galleriapremio@comune.suzzara.mn.it | 0376 513513 | 338 9284564
Web: premiosuzzara.it Social (FB e IG): galleriadelpremio

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