Se al parcheggio c’è la motoslitta sei alle Svalbard
A metà strada tra la Norvegia e il Polo Nord, da cui distano poco più di mille chilometri, le isole Svalbard rappresentano l’avamposto abitato più a nord del mondo: un viaggio in queste terre è un’esperienza che porta ai confini del mondo civilizzato e regala ricordi indelebili grazie a contrasti estremi, come l’infinita luce del “sole di mezzanotte” in estate e il buio artico che copre i lunghi mesi invernali.

Lasciata la città di Tromso a bordo di una comoda e moderna nave da crociera, abbiamo attraversato il Mar Glaciale Artico in un giorno senza fine, illuminato dalla luce filtrante dagli oblò delle cabine durante tutta la notte. Straordinari anche gli avvistamenti di balene che ci hanno fatto ammirare gli alti spruzzi d’acqua e le grandi code prima di immergersi e scomparire alla vista. L’arrivo è stato di primo mattino al porto di Longyearbyen, capitale dell’arcipelago norvegese, che detiene il titolo di città più settentrionale del mondo: in aperto contrasto con la “normalità” della vita di bordo, appena ci si affaccia a guardare il panorama, si capisce di essere in un mondo diverso da quello a cui si è abituati, un luogo lontano da tutto, dove la natura selvaggia detta le regole e l’uomo è un ospite che può solo obbedirle. Longyearbyen, una piccola città dal nome quasi impronunciabile, ci appare tutta raccolta in una larga valle sulle rive dell’idilliaco Adventfjord, circondata da ghiacciai e da ripide montagne brune di roccia e tundra, ancora innevate a fine giugno, contro le quali si staglia il suo ristretto agglomerato di casette colorate, in apparenza così piccole e fragili al confronto di una natura imponente e ostile.

Nonostante la sua posizione così estrema, Longyearbyen è toccata dall’ultimo ramo della corrente del Golfo che rende il paese abitabile e il clima abbastanza “mite” per la posizione. Fondata nel 1906 dall’imprenditore americano John M. Longyear, inizialmente Longyearbyen fu solo un piccolo villaggio di minatori, tuttavia famoso per essere utilizzato da Umberto Nobile e Roald Amundsen come base di partenza delle loro spedizioni verso il Polo Nord. Distrutta durante la seconda guerra mondiale, fu ricostruita dopo il conflitto per lo sfruttamento delle miniere di carbone, oggi tutte chiuse tranne una, a circa 15 km dal centro abitato.
Longyearbyen è una piccola città di circa 2.000 abitanti che si riesce a visitare a piedi in poco tempo. Nonostante la sua posizione così remota, ha tutto quanto serve alla sua popolazione: una scuola, asili, un centro sportivo, una moderna università detta anche “Università dell’Artico”, una banca, l’ufficio postale, una chiesa, diversi musei, un disco pub, vari ristoranti, una cantina di vino, una birreria e per le emergenze mediche è presente anche un piccolo ospedale. Lasciata la nave a metà mattina, con una temperatura di circa 6-7 gradi, raggiungiamo la città con una breve passeggiata, ammirando l’immagine da cartolina delle sue casette colorate, tutte raccolte le une addosso alle altre quasi per mantenere il calore a vicenda. Arrivati più vicino, la prima cosa che notiamo sono le tubature esterne, non interrate perché congelerebbero nel terreno ghiacciato, e le case costruite su palafitte, in modo da essere rialzate dal terreno e da prevenire allagamenti o cedimenti causati dallo scioglimento del ghiaccio superficiale.

Arrivati al piccolo centro città, lo troviamo allegro e ricco di attività commerciali, come ristoranti e bar, negozi di souvenir e di articoli sportivi, tour operator, e la Coop Svalbard, l’unico market della città, dove si può trovare un po’ di tutto, dalla frutta e verdura alla pasta, dal formaggio alla carne e al pesce.Non mancano le bistecche di “carne” di balena, di un colore rosso scuro, presenza che sta ad indicare che la caccia alla balena è purtroppo legale. Nella piazzetta centrale sono allestiti anche due stand all’aperto; in uno la venditrice, in maglietta a maniche corte, cerca di spiegarci la composizione di una sorta di insaccato bianco che propone l’etichetta di “Svalbard Polse”. Ci fidiamo e lo acquistiamo, mentre non prendiamo il salame di balena, anche questo una specialità del posto. Nell’altro stand sono in mostra i più particolari tipi di formaggio, tra cui campeggiano il verde formaggio al pistacchio e addirittura un’intera sezione dedicata al Parmigiano Reggiano!
Lungo la strada, che porta ad una bella vista del ghiacciaio che scende dalle montagne circostanti, troviamo la scuola materna, molto allegra ma circondata da una rete metallica robustissima e alta più di due metri che non è fatta per tenere dentro i bambini, ma per tenere fuori gli orsi bianchi.

Una curiosità sono i parcheggi cittadini, occupati da file di motoslitte, unico mezzo di spostamento possibile durante i molti mesi nevosi, spesso provviste di un grande porta-fucile da caccia: infatti qui l’orso polare non è una leggenda ma una presenza reale, silenziosa e imprevedibile. Oltre il centro abitato, l’orso polare è il vero re e le escursioni richiedono sempre guide armate per garantire la sicurezza, mentre i cartelli esposti ai limiti della città indicano le zone oltre cui non è possibile andare senza scorta o armi.
Un aspetto di rilevanza globale che abbiamo avuto modo di conoscere durate la nostra visita è che il clima delle Svalbard fornisce all’agricoltura mondiale una grande opportunità di salvaguardia della biodiversità. Infatti, costruito all’interno di una montagna vicino a Longyearbyen, si trova lo Svalbard Seed Vault (Deposito globale di semi) che è forse l’edificio delle Svalbard più conosciuto al mondo. Concepito come una “Banca dei semi”, custodisce oltre 1,3 milioni di campioni di semi provenienti da tutto il globo per proteggere la biodiversità agricola da guerre, catastrofi naturali e cambiamenti climatici.
Lasciamo le Svalbard sotto il sole di mezzanotte, con la sensazione di aver vissuto un luogo remoto, inospitale ma anche magico, una natura incontaminata che è al contempo ostile, fragile e di grande bellezza.
Emilio Bonavita
