Quanta Emilia Romagna si trova in Albania!
Lungo la strada che da Maminas porta a Tirana (una delle arterie più trafficate dell’Albania, specie se la percorri nei giorni di giugno 2026 in cui il Paese s’infiamma contro il primo ministro Edi Rama, tanto che la notizia dei blocchi stradali approda anche ai telegiornali italiani) su entrambi i lati scorrono cartelloni pubblicitari di prodotti italiani.
C’è tanta Italia, in Albania, e c’è tanta Emilia-Romagna. Un mega cartellone 3D invita a consumare il latte Granarolo; oltre le mura di “Casa Italia” (un centro commerciale di moda tutta tricolore) sfilano le pubblicità delle macchine per gelato Carpigiani, dei biscotti Babbi, delle attrezzature Maccaferri, dei motori Ducati…

All’ingresso dell’ufficio del viceministro dell’agricoltura Arian Jaupillari c’è un volume, in edizione commemorativa, della Fiera del Levante. Non c’è da stupirsi: il volo dalla capitale albanese a Bari dura solo 30 minuti.
La vicinanza “culturale” si nota anche nel traffico di Tirana, che si sviluppa nell’anarchia della Napoli dei tempi più caotici.

D’altra parte, è normale: i legami con Roma risalgono alle guerre contro gli Illiri della regina Teuta (sconfitta nel 229 a.C.); proseguono con il Regno d’Albania, fondato nel 1272 da Carlo I d’Angiò re di Napoli e inglobato nel Principato di Taranto; incrociano la Serenissima Repubblica di Venezia. Seguono poi cinque secoli di dominazione turca, interrotti da tentativi di autonomia, monarchica o repubblicana, culminati nel 1939 con l’occupazione militare dell’Albania da parte del Regno d’Italia. Alla fine della Seconda guerra mondiale, il Paese (precedentemente occupato dai tedeschi) divenne uno Stato comunista, governato fino al 1985 dal feroce Enver Hoxha. Nel 1991 il regime fu rovesciato, ma l’Albania rimase coinvolta nelle violente traversie che scossero tutta la penisola balcanica. Una crisi socioeconomica insostenibile portò, nel 1997, alla cosiddetta “diaspora albanese”, con una forte emigrazione verso la vicina Italia, la cui lingua molti avevano appreso semplicemente seguendo i nostri programmi televisivi. Me lo conferma l’agronomo Armelin Rameta, con un linguaggio fluente e ricco, figlio della Rai-TV.
In pratica, soltanto con il XXI secolo il Paese delle Aquile ha potuto cominciare a lavorare per cambiare; attualmente, pur fra mille malumori della popolazione, procedono con interessante continuità i passi per aderire all’Unione Europea. Nel 2009 la prima domanda di adesione, nel 2014 l’ottenimento dello status di Paese candidato. Dopo aver affrontato tutti i 33 capitoli negoziali, nel maggio scorso l’ottava riunione della conferenza di adesione ha confermato che, nel complesso, l’Albania ha rispettato i parametri intermedi; l’obiettivo è concludere i negoziati entro il 2027 ed arrivare alla piena adesione nel 2030.
Come accade in ogni caso in cui si deve correre veloci per superare i ritardi accumulati durante la dittatura, oggi l’Albania è terra di grandi contrasti. Il viceministro Arian Jaupillari se ne fa interprete, a partire dal fatto che nel recente passato il 70% della popolazione viveva nei villaggi, mentre ora c’è una forte corsa all’inurbamento. Ciò ha fatto passare il numero degli agricoltori da 315.000 nel 2011 ai 150.000 di oggi. La digitalizzazione non basta a risolvere questo problema demografico.

L’import di prodotti agricoli (cereali, specialmente mais per alimentazione animale) è il triplo delle esportazioni: verdure, pomodori, fragole, uva (che maturano due settimane prima che nel resto d’Europa e quindi sono preziose primizie), mandarini e mele. Sul fronte dell’allevamento, capre e pecore sono le produzioni tradizionali, con una forte propensione alla transumanza, che ancora una volta avvicina Italia ed Albania. Purtroppo, gli ultimi anni hanno registrato una significativa diminuzione; in questo 2026, Anno internazionale del pastoralismo sotto l’egida dell’UNESCO, il governo di Tirana ha messo in campo un progetto che garantisce fino a 30.000 euro ad ogni allevatore che intenda aggiornare le proprie attrezzature, dotare gli ovili di pannelli solari o supportare le razze autoctone.

L’agricoltura albanese mostra anche interessanti punte di eccellenza. Bari Tusha ha 62 anni ed è diventato agricoltore da poco; una laurea in letteratura e poi una in management, operava nella dirigenza alberghiera. Dopo il Corona virus, ha lasciato la città ed insieme a due ex compagni di università ha cambiato vita: ha impiantato 60 ettari di ulivi (15.000 piante) e 12.000 cespugli di noccioli sulle colline intorno a Lushnjë. L’uliveto è interamente dotato di un sistema di irrigazione che si sviluppa per 100 km di tubi ed è stato affiancato da un frantoio a freddo, di tecnologia italiana, che produce un extravergine di alta qualità a marchio Darsie. È il primo prodotto di una sorta di cooperativa di agricoltori che hanno creato un punto vendita comune per le eccellenze agroalimentari del territorio. Poiché il sistema corrisponde a tutti gli standard qualitativi UE, è proprio sull’Enterprise Europe Network che Tusha cerca rappresentanti e venditori all’estero.
Mentre certifica l’olio, l’agricoltore sta trattando con un’importantissima azienda italiana la vendita delle proprie nocciole.

AFADA è la “Albanian Fertilizer and Agribusiness Dealers’ Association”, l’Associazione dei commercianti albanesi di fertilizzanti e prodotti per l’agricoltura. Agim Rameta, ingegnere agronomo, è il presidente del Consiglio di amministrazione. Si è reso conto che, con il ribaltamento degli assetti politici e l’apertura delle frontiere, gli albanesi desiderosi di impegnarsi come manodopera agricola in Europa non avrebbero potuto farlo per mancanza di qualificazione. Così, ha dato vita ad un centro di formazione professionale, che offre corsi e certificazioni “indoor” e per l’estero. L’attività formativa affianca un vasto market di prodotti (spesso italiani) con un geniale “plus”: le confezioni tricolori sono troppo grandi per le necessità dei piccoli agricoltori d’oltre Adriatico. Agim Rameta le acquista, le riconfeziona in pacchetti molto più piccoli e le propone “su misura” al mercato locale.


Prenge Pepa è un agronomo, giornalista e appassionato apicultore. Il suo volume Treni nuk të pret (Il treno non ti aspetta), che ha vinto il premio 2026 dell’Associazione albanese dei giornalisti agricoli, presieduta da Xkevdet Bashllari, racconta i viaggi che Pepa ha fatto un po’ in tutto il mondo per imparare quasi tutto sulle api. Dalla sua competenza è nato anche un Centro che usa arnie ed imenotteri per aiutare i disabili. Si trova di fianco all’Info-kulla di Mirdita, un centro informazioni turistico abbinato ad un museo etnografico, nati grazie alla benefattrice austriaca Marianne Graf.
Al tempo in cui (nella seconda metà del secolo scorso) tanti andavano volontari per aiutare l’Africa, ella si rese conto che c’erano impellenti necessità anche appena fuori delle porta di casa e cominciò ad operare nel nord dell’Albania, quasi al confine con il Montenegro.

I pulcini kabir, dell’Avizoo-Euroagricola (gruppo Pollarini di Longiano, in provincia di Forlì-Cesena) sono un importante pilastro del successo del gruppo avicolo costruito da Sami Gjergji a Maminas, con i marchi commerciali Pulastren, Kokovè e Cocoal.

Il primo si riferisce ad allevamento e commercializzazione dei polli, sia vivi, per altri piccoli allevatori, sia pronti per l’alimentazione umana. Gli animali hanno sia la certificazione bio (e vengono venduti nei due supermercati Conad di Tirana) sia quella halal, per poter essere esportati nel mondo musulmano. Attualmente, Pulastren smista 300.000 capi l’anno; per le vaccinazioni fa ricorso ai prodotti della bolognese Fatro. Kokovè produce 2 milioni di uova all’anno; le uniche in Albania – spiega la legale rappresentante Ermonela Gumi- nate da galline allevate all’aperto. L’azienda sta aspettando la certificazione per poter esportare uova di categoria A (uova fresche) mentre già da anni invia all’estero quelle pastorizzate (cat. B). L’obiettivo è ottenere anche l’autorizzazione per la categoria 0, uova biologiche, a marchio Cocoal; a questo scopo, già ora sui gusci vengono impresse le date di scadenza e tutti gli altri dati richiesti dall’Unione Europea.
Lisa Bellocchi
