Now Reading
Pirano, apoteosi dell’irrazionale

N. 113 - Luglio/Agosto 2026

 

 

 

 

Pirano, apoteosi dell’irrazionale

Capitano John Pelagi, episodio 2. Ciak.

Come già raccontato conosco il Capitano, italo-irlandese, a Trieste. Sul Molo Audace divento testimone dell’efficacia della sua convinzione irrazionale di poter dominare il mare con parole contenenti la lettera Zeta.

La certezza di Pelagi si fonda sul terrore che Tutto, nel mondo (quindi anche il mare), ha del momento finale, del tramonto definitivo, dell’ultimo passo verso la scomparsa. La Zeta, che conclude l’alfabeto, è simbolo dell’esaurimento e scatena l’apprensione del the end. La paura, soprattutto quella definibile panico, può uccidere e la Zeta sottomette sventolando il vessillo impanicante dell’epilogo.

Poi, si sa, le convinzioni sono carceri.

Per fortuna ci sono le evasioni e anche la sicurezza di Pelagi è senz’altro destinata alla fuga da sé stessa.

Un giorno di inizio maggio, in cui potrei azzardare i sandali, il Capitano m’invita a una gita a Pirano. Ci imbarchiamo al Molo triestino IV, dove sono ancorati un rimorchiatore-cascamorto (si incolla a ogni tipo di barca), un panfilo dall’aria snob (saltella sull’acqua stagnante), una chiatta sfinita (il carico l’ha appiattita). Saliamo su un vaporetto soppalcato, panclassista e dal nome importante: Regina Margherita. Il cane di Pelagi, il border collie Zizù, viene con noi.

Il Capitano si è messo dei pinocchietti che scoprono i polpacci, su cui si incidono sei cicatrici, tre per gamba. Gli sfregi sono imputabili, secondo Pelagi, alle dentate di:

  • Squalo Volpe, pesce furbo che indica agli altri Squali banchi inesistenti di pesci
  • Pasqualo, pesce reperibile nei pressi delle coste napoletane e calabre
  • Squalo Quattro, bravo come comparsa cinematografica
  • Squallor, dall’insopportabile puzzo di pesce
  • Squalobus, pesce che porta gli Squaletti alla Squala materna
  • Squalaccione, o pesce Bidello, incaricato di menare gli Squaletti indisciplinati

La navigazione dura un’ora su un mare così calmo che devono avergli versato antagonisti dei recettori della dopamina. Approdiamo sulla punta più avanzata del breve affaccio della Slovenia sull’Adriatico. Il porto ha un mandracchio (bacino) più grande e una sacca più piccola.

Ormeggiate barche di lunghezza contenuta, alcune da allestire con vele, altre per pescare sotto costa. Al di là del molo è ancorato un maxi 100 piedi, 30 metri, barca veloce che vince spesso la Barcolana (lecito soprannominarla Usain Boat).

Al molo d’attracco, su una bitta, è seduta una ragazza con occhi tagliati da due colpi d’ascia, gialli come il cuore segato di un tronco. Capelli rossi raccolti e un solo ciuffo che svolazza/lentiggini-punteggiatura di stelle/labbra-marmellata di albicocche per la brioche del mattino. Maglietta lampone scollata su seni che, dovendo scegliere, opterebbero per una terza. Jeans logori. Converse sfondate. La custodia di un violino a tracolla.

-Ancora niente, Marinella? – domanda Pelagi alla fanciulla.

-Ci siamo quasi- è la risposta.

Il Capitano posa una mano sulla spalla della ragazza. Mi spiega: -Marinella viene al molo perché sostiene che Nettuno arrivi presto a rapirla dal mare o che almeno mandi qualche suo marinaio a esporle dei progetti-

Con Pelagi e Zizù ottempero alla passeggiata turistica. Pirano è divisa in due quartieri, Punta e Marciana. Il primo, piccola scheggia di Venezia, si allunga scenografico su una stretta penisola: case basse e bianche che insieme formano il convento di clausura della luce/tetti arancio carico/calli anguste come esofagi di farfalle/piazza Primo Maggio con cisterna barocca per approvvigionamento idrico/periplo leccato dal mare con lingua insalivata di spuma.

Marciana comincia alle spalle del porto, dall’ellittica Tartinijev trg (piazza Tartini), contornata da graziosi palazzi:

– la Pretura, geometrica, sorta sull’antico Fondaco delle granaglie. Ospita biblioteca e archivio

– il Comune, neoclassico, tirato su nel 1880

– la casa natale di Giuseppe Tartini ristrutturata in stile barocco nel 1700

– la Veneziana, casa gotica del 1450 con balcone angolare e trifora al primo piano. Sulla facciata, un leone a rilievo regge una targa con la dicitura Lassa pur dir. La scritta è apposta dal ricco mercante che fa costruire l’edificio e lo regala a una giovane bellezza locale, la quale diventa subito oggetto del disprezzo popolare

Dalla piazza, Pelagi/cane/io passiamo sotto un arco e prendiamo una stradina in salita (Bolniska ulica). Arriviamo al complesso monastico di San Francesco, col chiostro rinascimentale che accoglie la tomba di famiglia dei Tartini. Salendo ancora/girando a sinistra/calpestando un tratturo, giungiamo al panorama che toglie il fiato come la prova costume a chi è sovrappeso.

Su una rupe abbracciata dal vento svetta la parrocchiale di San Giorgio, circondata solo dal cielo possessivo. Costruita a inizio 1600 con vezzi barocchi su precedente chiesa gotica/navata unica arricchita da tele del 400/soffitto ligneo. Il campanile del 1608 è gemello omozigote di quello veneziano di San Marco. Il vicino battistero conserva una vasca ricavata da un’arca romana.

Due terrazze prative, verdi come free-party di ramarri, sono trampolini per sguardi fino a Trieste, a Grado, alle Alpi Giulie, alla costa istriana.

Torniamo sulla Tartinijev trg. Ci sediamo al Zizola bar, tavolino esterno sotto ombrellone parasole. Ordiniamo due birre Lasko Zlatorog. Da centro piazza la statua di Tartini ci guarda bonaria dai sui 2 metri e 45, poggiata su piedistallo marmoreo di 4. Naso davvero grosso, con surplus di bronzo. Parrucca a boccoli gorgoglianti come cascatella alpina. Fronte spaziosa. Sguardo indulgente (“Se non mi capite vi capisco”). Il violino inattivo brandito con mano sinistra accanto al fianco. Archetto tenuto con la mano destra, a mo’ di gancio che abbia afferrato una bistecca di cielo.

Zizù fa tombola di angoli annusati.

Dunque, il primo vagito di Giuseppe Tartini squilla a Pirano l’8 aprile 1692. Il padre fiorentino è lì trasferito per esercitare la professione di Massaro dei Sali, sotto la Serenissima. La madre è del luogo.

Giovanissimo, Giuseppe è fanatico della scherma, uno Zorro su cavallo lipizzano. Poi viene spedito a Padova per studiare giurisprudenza. Dopo essersi sposato a vent’anni nella città patavina, decide un periodo di eremitaggio in un cenobio francescano di Assisi. Affidato qui a uno zio materno, comincia a studiare il violino da autodidatta, 8 ore al giorno.

Approfondisce gli studi musicali ad Ancona e Cremona, poi passa a esibizioni pubbliche. Diventa compositore e lo rimane fino alla morte, avvenuta a Padova nel 1770.

È risaputo che Tartini, mentre insegna violino al Teatro La Fenice di Senigallia, eseguendo un bicordo consonante (due note armoniche suonate in rapida successione), percepisca un terzo suono, più grave.

In sostanza, dopo la veloce coppia di note, si “materializza” una terza nota, INATTESA, IRRAZIONALE, SCONCERTANTE (nel senso che si oppone al concerto).

Gulp e SuperGulp!

Una nota nascosta! Anzi, rintanata! Che si manifesta a sorpresa dentro un contesto armonico organizzato. Un orecchino d’oro che spunta fuori dal tappeto che l’ha nascosto! Un piede di porco celato nella borsa di un ladro che di solito usa i passepartout!

Dico a Pelagi: -Il Tartini è senz’altro sbalordito dal terzo suono. Lui, difensore di schemi aritmetici aristotelici e di chiavi numeriche mutuate dall’ermetismo, è convinto di uno scheletro matematico su cui Iddio incarna l’Armonia perfetta del Creato. Il susseguirsi di suoni “musicali” è per Tartini l’ossatura del Tutto. Un pezzo intonato è la vera esecuzione di Dio, che si serve del riverbero armonico dei pianeti per definire il Creato-

Continuo: -L’idea del Tartini è che la musica sia lo spartito della Grande Armonia, quella che tiene insieme il mondo e gli dà un Senso. Le note sono ORME perché gli umani possano risalire il percorso che li riconnetta al Dio armonicamente impeccabile-

Proseguo: -Però però, se salta fuori un “materiale” grezzo come un nuovo tono, buttato lì con beffarda nonchalance, allora che cosa può, di grazia, succedere? … Forse l’uomo ha un elemento lavorabile per comporre un linguaggio diverso, che lo identifichi come un Creatore? E, quindi, l’uomo può pronunciarsi autonomamente e spudoratamente oltre la trama divina? E se è l’uomo a imprimere ORME, può essere lui a tracciare un cammino verso una nuova Divinità? –

Chioso: -Esiste un sentiero per tornare a Dio? Oppure si può battere un nuovo sentiero per andare a Dio? –

Pelagi: -Questo è il problema: Armonia del Cosmo o bel paesaggio degli umani/Espressione della perfezione divina o diagramma dell’instabilità dei viventi/Concessione degli dèi o conquista degli umani/Assonanza con minime crepe di dissonanza o dissonanza con fame di assonanza/Uomo-vaso riempito da Dio o uomo-vaso colmato con Dio-

Aggiunge il Capitano: -Comunque, l’irrazionalità del terzo suono può essere matematizzata, con relativa pace dei matematici dogmatici- E specifica Pelagi: -Grossolanamente la frequenza del terzo suono è data dalla differenza delle frequenze dei suoni originari-

Passa Marinella e il Capitano la chiama a sedersi con noi. Lei appoggia la custodia del violino su una seggiola. Dopo aver ordinato una birra anche per la ragazza, il Capitano la invita:

-Marinella, raccontaci del famoso Trillo di Tartini-

-Vi cito pedissequamente le parole del grande musicista- informa Marinella.

Très bien– approva John Pelagi.

Marinella/Tartini: -Una notte sogno che il diavolo è al mio servizio. Tutto mi riesce secondo i miei desideri e le mie volontà sono sempre esaudite dal mio nuovo domestico. Sogno di dargli il mio violino per vedere se mi suona qualche bella aria, ma quanto mi stupisco quando ascolto una sonata così singolare e bella, compiuta con tanta superiorità e intelligenza che non posso concepire nulla che le stia a paragone. Provo rapimento e piacere. Mi sveglio e prendo all’istante il mio violino, nella speranza di ritrovare una parte della musica appena ascoltata. Il brano che compongo è, in verità, il migliore che abbia mai scritto, ma è al di sotto di quello che mi ha emozionato nel sonno-

-Il diavolo non è matematico- sentenzia il Capitano.

Marinella fa schioccare le chiusure della custodia. Estrae il violino, lo imprigiona col mento, appoggia l’archetto.

La ragazza esegue il Trillo del Diavolo.

Ascolto e vengo graffiato da affondi che sporgono dalla stesura come chiodi da una cassetta. Mi innervosisco in alcuni passaggi, che paiono acqua gelata tiratami sulla nuca. Avverto disagi muscolari e respiratori, che però Tartini, dopo i colpi proibiti, mi ammorbidisce con sviolinate massaggianti e dolci.

A fine esecuzione il Capitano fischia forte per approvare, come un fan dopo uno spettacolo entusiasmante.

Marinella: -Pezzo unico, inimitabile, che fa paura. Arte-

Io: -Per me il diavolo ha spronato Tartini ma non gli ha dettato la partitura, la distribuzione sublime delle note. Il diavolo spinge all’ambizione ma, quando offre, concede qualcosa di esistente, magari tutto l’esistente-

Marinella: -Il Trillo è irrazionale, originale. Esiste solo con Tartini-

Pelagi: -Il diavolo non è irrazionale-

Io: -L’originalità è la nuova ORMA che l’uomo imprime come traccia verso il divino-

Marinella: -Però, quando si fa un originale, non lo si può attribuire a sé stessi. In primis perché un genio non è comprensibile. In secondo luogo, perché vantarsi di un originale sfocia direttamente nel narcisismo luciferico … Chi fa un originale dice sempre che qualcuno gli ha suggerito, magari un vecchio padre, magari un amico morto, magari un diavolo durante la siesta-

Pelagi: -Un originale, quando diventa ORMA, è formalmente uguale alle ORME che le succederanno. E, al contempo, l’originale-ORMA è formalmente uguale alle ORME precedenti, firmate da Dio, quelle che ritornano a Dio-

Io: -Pertanto non c’è SOLUZIONE tra Cielo preesistente e Cielo futuro? –

Pelagi: -Una SOLUZIONE da proporvi ce l’ho-

Marinella ed io, all’unisono: -Sarebbe? –

Il Capitano chiama:

-Zizù! –

Il cane obbedisce al padrone e gli si mette accanto, seduto sulle zampe posteriori.

-Zizù sa raccontare, sa presentare delle brevi storie- annuncia Pelagi.

-Ma va! – dubito.

-Zizù è in grado di formulare ed esporre liberamente delle narrazioni- ribadisce il proprietario del border collie.

Il Capitano tira fuori dalla tasca posteriore delle brache due fogli piegati. Ne dà uno a me e uno a Marinella. Li apriamo e ci viene specificato:

-Sulla carta che avete sott’occhio è riportato l’alfabeto che Zizù userà tra poco. Ci sono gli accoppiamenti tra i suoni che il cane emetterà e le lettere che significheranno-

Guardiamo attentamente il foglio. Vi è trascritto un vero e proprio codice per decrittare. Eccolo:

Bu  =  A ;  Boh  =  B ;  Bau  =  C ;  Baau  =  D ;

Buu  =  E ;  Bubù  =  F ;  Ua-uà  =  G  ;  Uù  =  H ;

Uaii  =  I ;  Uo-uò  =  L ; Grr  =  M ;  Gr-grr  =  N ;

Gnau  = O ; Gnau-ù  =  P  ;  Muau  =  Q  ;  Mu-auu  =  R ;

Slip  =  S ;  Slap  =  T ;  Arf  =  U ;  Arff  =  V .

-Manca la lettera Zeta- pignoleggio.

-Vero- conferma Pelagi e spiega: -Zizù, in sintonia col padrone, ha una considerazione particolare per la Zeta. Quando deve pronunciare una Zeta, Zizù non rilascia un suono ma s’inferocisce, salta a destra e a manca, morde la cosa che ha più vicina-

Il Capitano ci porge un altro foglio, bianco. Istruisce:

-Appena Zizù inizia il suo racconto voi potrete segnarvi sul foglietto i suoi versi. A fine storia potrete tradurre la narrazione con le uguaglianze che vi ho fornito-

Marinella obietta: -Non abbiamo esperienza per intendere bene le intenzioni vocali di Zizù-

-Vero- ammette il Capitano che consiglia: -Appuntatevi comunque qualche sequenza di versi, in modo da poter constatare a posteriori la compiutezza di alcune parole. Io, poi, quando Zizù avrà finito, vi aiuterò a riprodurre per intero la sua storia-

Sospetto: -Sarà un lungo abbaiamento-

-No- nega il Capitano che rivela: -Dopo ogni vocale o consonante la voce del cane si spezzerà in brevissime pause, in modo da separare, seppur minimante, ogni lettera-

Ironizzo: -Capitano, non è che da piccolo lei ha visto troppi film Disney, con tutti quegli animaletti parlanti-

Pelagi referta da Disney: -“Quando non puoi dire una cosa gentile, è meglio starsene zitti”. È l’affermazione del coniglio Tamburino, amico di Bambi-

Il Capitano tira un tovagliolo a Zizù e chiarisce:

-Se il cane racconta sua storia con delle Zeta, ecco che ha qualcosa su cui sfuriare i propri denti-

-Arff/Bu/Uaii (cioè VAI)- intima il Capitano al border collie.

E Zizù parte:

-Uaii/Uo-uò//Bau/Bu/Gr-grr/Buu//Mu-auu/Gnau/Grr/Buu/Gnau……………………………………

Questa è la traduzione finale, stilata con l’indispensabile aiuto del Capitano Pelagi:

^^^Il cane Romeo scambia la luna piena per una scodella zeppa di ossi.

Comincia a saltare verso il cielo ma il piatto resta lontano.

Romeo sale allora su una scala appoggiata a un albero e da un ramo si butta verso gli ossi lucenti. Ricade in terra ammaccandosi il muso.

Romeo corre quindi sulla cima di un monte e da lì spicca il volo in direzione del piatto sospirato.

Il cane si disintegra assai in basso, sul tendone di un circo, ma i suoi brandelli rimbalzano in alto, molto in alto. La coda finisce su una stella del carro, il fegato a est di Andromeda, una zampa impigliata nella Via Lattea. La lingua centra la luna e lì si distende.

Ancora oggi, guardando la luna piena, si può notare un piccolo punto nero che macula un bianco splendente. Quella macchiolina è proprio la lingua del cane Romeo^^^  

Commenta il Capitano: -Per fortuna nella storia ci sono solo quattro Zeta, così Zizù non si è agitato granché-

Io sorrido perché, come predetto da Pelagi, ho la SOLUZIONE.

Anche voi, lettrici e lettori cari, avete ora la SOLUZIONE.

La SOLUZIONE è sempre una storia raccontata da un cane.

Carlo Maria Milazzo

Via del Battirame, 6/3a · 40138 Bologna - Italy
Tel +39 051 531800
E-mail: redazione@omnismagazine.com
Reg. Tribunale di Bologna n. 8115 del 09/11/2010

Editore: Mediatica Web - BO

Scroll To Top