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Pergolesi, enfant prodige dell’opera buffa

N. 72- Novembre 2022

 

 

Pergolesi, enfant prodige dell’opera buffa

L’Orfeo monteverdiano determinò un periodo d’oro per la musica e la librettistica tra il 1600 ed il 1750, detto “barocco” e “rococheggiante”. Nel ventennio a seguire la forma del melodramma cercò nuove collocazioni, in ampi spazi, per un più numeroso pubblico rispetto alle case dei nobili, i quali restringevano alla loro cerchia di conoscenze i fruitori dell’opera.
Sicuramente acquisì molta popolarità il teatro in musica e Pier Francesco Caletti Bruni, detto Francesco Cavalli, allievo di Monteverdi, produsse un’opera che raccolse trionfi in Italia ed all’estero, dal titolo Didone.

Giunto a Parigi, Cavalli, compose per il Teatro delle Tuileries, nel 1662, l’Ercole Amante, ma gli fu ordinato d’inserire alcuni balletti musicati da J. B. Lulli, i quali ebbero più successo dell’opera stessa. La tragedia lirica, in Francia, porta il nome di questo ballerino e compositore italiano (era nato a Firenze) divenuto famoso a Parigi. Quest’uomo -si dice ben poco attraente e con occhi piccoli da sorcio- era dotato di grande scaltrezza e di arte manipolatrice, tanto che arrivò alla Corte del Re Sole Luigi XIV, diventando in breve tempo compositore di corte ed entrando a far parte della “Grand Bande- Les ving quatre violons du Roi”. Sgraziato e dai modi schimmieschi (così narrano le cronache) compose, su invito di Moliere, intermezzi e balletti.

Probabilmente l’appoggio del Re consentì a Lulli (il cui cognome francesizzato diventerà Lully), di entrare in contatto con le opere di Corneille e Racine, da cui trasse lo spunto per musicare 19 opere serie. Da ciò fu appellato come l’iniziatore dell’opera seria in Francia. Mentre Parigi era sulla cresta dell’onda, Venezia e Roma seguivano la scia. Marco Antonio Cesti compose un’opera con 67 scene, ricche di lirismo e virtuosismo: quelle stesse prerogative che Romain Roland, definì “la forma più perfetta dello spirito italiano”.

Ancora una volta Monteverdi si distinse producendo l’Incoronazione di Poppea; anche se fu il maestro di Scarlatti, Francesco Provenzale, il tramite per trasferire le regole per la realizzazione dell’opera in musica alla maniera “italiana”.

Karin Ingebaeck interpreta “la Serva padrona”

Il primo modello di opera buffa, con il quale ha veramente inizio un percorso storico ed al quale il melodramma arrivò, supportato dalle idee di molti sconosciuti che con la loro umiltà hanno consentito l’accumularsi di invenzioni della linea melodico – lirica, è “La Serva Padrona”, di Giovan Battista Pergolesi. Fu un musicista dalla vita scalognata e bruciata in un quarto di secolo dalla tubercolosi, ma vissuta tanto intensamente da lasciare capolavori immortali, come appunto la vitalissima Serva Padrona (considerata opera classica dai francesi, ai quali fece scuola); “Lo frate innamorato” in dialetto napoletano; la messa in musica del dramma metastasiano “l’Olimpiade” un anno prima della morte. Con spregiudicatezza musicale, afflitto dalle febbri altissime che lo colpirono negli ultimi mesi di vita, a Pozzuoli, compose su testo di Jacopone da Todi, l’eterna pagina sacra dello “Stabat Mater”.

In questo gioiello, il coro femminile a 2 voci (soprani e contralti) si alterna a momenti paradisiaci della linea del solo soprano che con quella del solo contralto spesso si fondono.

La ventata innovatrice di Pergolesi, diversa dagli altri compositori del suo tempo, gli permise di accompagnare il canto, musicando le parole. Nel 1733 mise le note al testo di Gennaro Antonio Federico e fece trasparire dalla “servetta” solo la naturale dote di “abbindolare” il padrone, sino a farsi sposare. Quando scrive questo “Intermezzo”, Pergolesi ha appena 23 anni. Era nato a Jesi nel 1710 e, dopo aver studiato musica al Conservatorio dei Poveri di Napoli, con questa opera d’arte divenne famoso sino dalla data della prima rappresentazione. Purtroppo nel 1736, a soli 26 anni, Pergolesi venne a mancare.

Ancora oggi, nella “grande scuola di canto italiana”, viene insegnato questo suo “modello”, Soprano e Basso, nel quale – con pochi e semplici oggetti ma grandi qualità vocali- si può assistere ad uno spettacolo di pregio con veri e propri cantanti-attori, risparmiando denari per allestimenti faraonici e donando allo spettatore un repertorio di grande piacevolezza, utile per la “risurrezione” di tutto il sistema teatrale e culturale, in questo perdurante clima di martirio.

Mirella Golinelli


Consiglio d’ascolto: https://youtu.be/BjTJuQ5ZajE

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