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Nella Germania dei “vini pionieri”

N. 86- Febbraio 2024

 

 

 

Nella Germania dei “vini pionieri”

La Germania è nota per essere il regno della birra. Un luogo comune assolutamente legittimo (basta pensare all’Oktober Fest di Monaco) che però viene smentito attraversando la regione della Renania Palatinato. Qui a farla da padrone è assolutamente il vino. A sinistra, a destra, avanti e dietro, curatissimi vigneti a perdita d’occhio: si calcolano oltre 100 milioni di viti, per un produzione annua di circa 2,5 milioni di ettolitri di vino, pari a circa il 70 per cento del totale della produzione tedesca. Diventeranno, a livello nazionale, 1,3 miliardi di bottiglie, che rendono il Paese l’ottavo produttore di vino al mondo.

I bianchi, che da sempre sono la gloria dell’enologia lungo il fiume Reno, sono tuttora i prodotti principali. Il Riesling guida sempre la classifica con largo distacco, seguito da Müller Thurgau, Sylaner e Kerner. “Squadra che vince non si cambia”, sostengono molto agricoltori, ma c’è anche chi accetta la sfida del “nuovo”. Perciò è in crescita anche la produzione dei vini rossi (in particolare Dornfelder e Blauer Portugieser) connessa ai cambiamenti climatici ed alle direttive UE che vorrebbero arrivare all’eliminazione del 50% dei fitofarmaci entro il 2030. Un obiettivo che l’intera platea degli agricoltori considera irrealistico, specie se messo in relazione con un ulteriore risultato ancora più radicale: la totale scomparsa dei fitofarmaci. “Senza fitofarmaci la vigna non si può coltivare”.

E’ tassativo Reinhard Töpfer, direttore del Julius Kühn Institut, centro di ricerca nazionale per le nuove varietà di viti da vino. Eppure il suo impegno consiste proprio nel realizzare, attraverso la genetica molecolare, nuove varietà che possano coniugare raccolti qualitativamente importanti ed accresciuta resistenza ai “nemici”, primo fra tutti l’oidio. Nascono da questa ricerca i “Piwis”, una sigla per “vini pionieri”. Per fare una nuova varietà occorrono 25 anni, spiega il prof Töpfer ad un gruppo di giornalisti specializzati europei, in viaggio d’istruzione per iniziativa di ENAJ (European Network of Agricultural Journalists) e dell’Associazione Tedesca dei Giornalisti Agricoli (Vdaj). Solo pochi degli incroci sperimentati arrivano ad avere un nome e ad essere proposti agli agricoltori. Attualmente, l’Istituto Julius Kühn sta testando oltre 130 incroci. Ottimi risultati si sono ottenuti con il Piwi Calardis Blanc, che ha dimostrato buona resistenza all’oidio, alla peronospora e al marciume nero; ha un portamento verticale che facilita i lavori manuali; matura con circa una settimana di anticipo rispetto al Riesling e consente un risparmio fino all’80% della protezione fitosanitaria. Perciò a partire dal 2020 ne è stata ammessa la coltivazione al di fuori dei campi sperimentali.

Annualmente nella regione vinicola tedesca viene ripiantato con Piwis circa il 10% delle superfici, pari a 250 ettari.

Oltre che dalla ricerca varietale, la viticoltura della Renania Palatinato sta ottenendo grandi aiuti dalla digitalizzazione. App disponibili sia per Android sia per Ios accompagnano i viticoltori passo passo in tutte le attività, dalla registrazione digitale dei terreni ai piani di irrigazione, di fertilizzazione o di raccolta. “Vineyard Cloud” è stata messa a punto da una società della zona, partecipata di Raiffeisen Waren-Zentrale Rhein-Main eG (RWZ), in stretta collaborazione con i viticoltori stessi. Importanti collaborazioni digitali arrivano grazie a Xarvio, una app gratuita che fa parte della grande offerta agricola di Basf. Il colosso chimico (il cui nome deriva da un acronimo tedesco che significa Fabbrica di Anilina e Soda del Baden) fu fondato nel 1865 nella Renania Palatinato, nella città di Ludwigshafen, dove ancora sono operativi i primi storici edifici in mattoni rossi. In Italia, Basf ha 9,i produttivi, di cui 3 in Emilia Romagna.

Partendo dalla convinzione che piccoli aggiustamenti possono avere grande impatto, Basf promuove da dieci anni il progetto Farm Network: tra le tante azioni positive suggerite, quella di lasciare strisce di terreno “libero” tra una coltivazione l’altra. Questa forma di “greening” produce un incremento di biodiversità inaspettatamente alto, attirando erbe, fiori, insetti, uccelli ed animali vari. Tutto ciò non ha minimamente ridotto i raccolti delle aree coltivate, anzi! Un doppio beneficio, per l’agricoltura e per il pianeta.

Lisa Bellocchi

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