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Nel “bilancione” si pesca l’amicizia

N. 72- Novembre 2022

 

 

Nel “bilancione” si pesca l’amicizia

A prima vista ricordano le palafitte preistoriche di scolastica memoria. In effetti l’origine dei bilancioni (o anche padelloni) della costa romagnola è molto antica (qualcuno li fa risalire almeno ai Fenici), ma la documentazione storica parte in epoca moderna, verso la fine del Seicento.

Come per i Trabocchi abruzzesi (vedi Omnis Magazine n. 46, settembre 2020), la loro funzione originaria era quella di capanni per una pesca di sussistenza, per integrare i magri pasti giornalieri delle popolazioni che vivevano nelle valli (Comacchio, ad esempio), alle foci dei fiumi e dei canali.

La particolarità di questi capanni sta molto nella loro collocazione. Mentre i loro cugini abruzzesi (ma ce ne sono anche in Puglia) sono costruiti sul fronte del mare, in prossimità delle punte della costa, esposti alla burrasche e alle mareggiate, i bilancioni (dal nome delle grandi reti con cui vengono catturati i pesci) sono collocati al riparo, sul fronte delle valli lagunari, lungo le foci dei fiumi e dei canali di cui è ricca la costa romagnola.

Fino a prima della Seconda Guerra mondiale erano fatti prevalentemente in legno di risulta e falasca, l’erba di palude. Servivano come rimessaggio attrezzi da lavoro, magari di scariolanti e bonificatori, e usati all’occasione anche per la caccia e, ovviamente, per la pesca di sussistenza. È solo dopo la guerra che le costruzioni in assetto precario cominciarono ad assumere un aspetto più solido, costruiti con legname più curato, con metallo e i molti casi anche in muratura, con un posizionamento variabile: interamente in acqua, sospesi sulle palafitte, o costruiti direttamente sul terreno con una parte palafitticola protesa sull’acqua per la pesca. A caratterizzarli è la grande rete “a bilancia” che viene abbassata e innalzata per catturare i pesci. Originariamente l’operazione avveniva con argani a mano, che poi si sono evoluti con argani a motore e successivamente, dopo l’arrivo dell’Enel, ad elettricità.

Verso gli anni Ottanta del secolo scorso, erano caduti in declino, fino quasi all’abbandono, anche perché alcune amministrazioni locali ne avevano decretato l’abbattimento perché inagibili o pericolanti. Dopo c’è stata un’inversione di marcia. Per due motivi: il primo perché ci si è resi conto che costituivano una caratteristica distintiva del territorio romagnolo, un patrimonio della grande cultura delle valli e delle acque lagunari; il secondo, non meno importante, perché sono stati riscoperti come momento di legame con la natura e come occasioni di socialità.

I capanni, infatti, raramente hanno un solo proprietario, ma in genere più persone detengono una quota, che dà diritto all’uso, con turni di pesca. Attorno ad ogni possessore di quota ruotano amici e conoscenti che partecipano alle giornate di pesca, alla cucina e al consumo del pescato. Ben prima della moda ambientalista è stato riscoperto il legame con l’ambiente attraverso il legame ancestrale con l’acqua, linfa vitale della terra, che favorisce la socialità tra le persone.

Testimonianza ne è la struttura interna della maggioranza dei bilancioni: c’è sempre un locale grande, che fa da cucina e da sala, su cui regna sovrana la tavola, da quelle più piccole per pochi amici, ai tavoloni da quindici-venti persone. Oltre alla sala, ci sono in genere una o due stanze più piccole, dotate di letti per chi si ferma a pescare di notte, e il bagno.

Sarebbe interessante studiare anche l’arredamento dei bilancioni: vintage, decisamente al di fuori delle mode, con armadi, credenze anni Cinquanta-Settanta, stufe economiche a legna, qualche volta un camino, sedie spaiate a base di plastica laminata, legno di alberaccio (pioppo), impagliate, impiallicciate. Quasi vintage perfino i televisori, presenti più per arredamento che per un reale uso.

Sicuramente i bilancioni sono diventati un patrimonio delle valli, ma soprattutto luogo di convivialità, dove gli amici si incontrano, svolgono attività rilassanti, cucinano e mangiano comunitariamente e dove le persone ritrovano una dimensione più umana e naturale grazie al senso di pace che deriva dall’acqua e dal ritmo lento delle maree.

Giuseppe Di Paolo

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