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Contrastare l’invecchiamento dell’intestino

N. 107- Gennaio 2026

 

 

 

 

Contrastare l’invecchiamento dell’intestino

Due studi, pubblicati poco più di un mese fa su Nature Aging e su Nature Cell Biology, frutto della collaborazione tra l’Università di Torino e il Leibniz Institute on Aging – Fritz Lipmann Institute di Jena (Germania), hanno sia mostrato i meccanismi che guidano l’invecchiamento dell’intestino e sia indicato possibili strategie per contrastarlo.

I due studi

Le ricerche hanno infatti rilevato come i cambiamenti epigenetici e proteomici delle cellule staminali intestinali favoriscano il rischio di tumore del colon e la perdita di capacità rigenerativa tipiche dell’età avanzata, suggerendo possibili interventi per prevenirli o invertirne le tendenze. L’epigenetica è una branca della biologia che studia come i fattori ambientali e comportamentali – vedi l’alimentazione, lo stress e lo stile di vita – influenzino l’attività dei geni, determinando se un gene si attiva (è “acceso”) o si silenzia (è “spento”), senza modificare la sequenza del DNA.  Sono fattori che nelle cellule staminali sono fondamentali per determinare la loro differenziazione in cellule specializzate (nervose, muscolari, ecc.) o per mantenere l’identità cellulare e il potenziale rigenerativo. I cambiamenti proteomici nelle cellule staminali coinvolgono invece la regolazione di proteine chiave, che determinano se una cellula si rinnova o si differenzia.

Con l’avanzare dell’età, uno dei tessuti più dinamici del corpo umano, l’intestino, perde infatti progressivamente efficienza. Ciò lo rende più vulnerabile a infiammazioni, infezioni e tumori. 

I due studi spiegano così in che modo questo processo avvenga e come possa essere modulato.

Questo vale anche per gli altri tessuti e altri organi, ma le ricerche citate hanno riguardato solo l’intestino.

Il primo studio (cambiamenti epigenetici) descrive una forma specifica di invecchiamento epigenetico delle cellule staminali intestinali. In particolare le alterazioni nel metabolismo del ferro, l’infiammazione cronica di basso grado tipica dell’invecchiamento, l’indebolimento del segnale Wnt. Il segnale Wnt si riferisce a una famiglia di geni e proteine coinvolte in una cruciale via di segnalazioni cellulari, cioèi meccanismi molecolari che trasmettono segnali all’interno delle cellule. L’indebolimento del segnale Wnt significa una riduzione dell’efficacia della via di segnalazione Wnt, fondamentale per lo sviluppo embrionale, la crescita, la differenziazione cellulare e il mantenimento dei tessuti (ossa, cuore, muscoli); quando questo segnale è debole, può portare a malfunzionamenti biologici che si manifestano in malattie come alcuni tumori.

Pertanto il primo studio ha evidenziato che, per la prevenzione dei tumori e dell’invecchiamento, la riduzione dell’infiammazione, il ripristino dell’importazione di ferro e il potenziamento del segnale Wnt hanno permesso di rallentare o invertire la deriva, dimostrando che l’invecchiamento epigenetico può essere modulato.

Il secondo studio (cambiamenti proteomici) si è concentrato invece sulla capacità rigenerativa dell’intestino. L’intestino anziano – hanno scoperto I ricercatori – dopo aver subito un danno, attiva con ritardo la produzione di poliammine, fondamentali per la crescita e lo sviluppo cellulare.

Riattivare in anticipo questo metabolismo ha permesso di ripristinare la capacità rigenerativa dell’epitelio, dimostrando che il tessuto anziano conserva un potenziale di autoguarigione che può essere stimolato con interventi mirati.

Entrambe le due ricerche evidenziano che l’invecchiamento dell’intestino non è un processo inevitabile, ma può essere modulato. Si può così prevenire o rallentare l’invecchiamento intestinale; ridurre il rischio di tumore del colon legato all’età; migliorare la guarigione anche dopo la chemioterapia, o dopo infezioni o interventi chirurgici negli anziani. Non solo, si possono estendere questi approcci anche ad altri tessuti soggetti a invecchiamento, come pelle o fegato e altro.

I sette pilastri del benessere

All’Università di Bologna due illustri medici, docenti e scienziati, i professori Claudio Borghi e Dino Vaira, anche intuendo quanto poi dimostrato nei due studi sopra citati, avevano già declinato e sintetizzato in “I sette pilastri del benessere”, edito da Gribaudo, le buone pratiche per la salute e il benessere della persona.

A cominciare dal primo capitolo, o “pilastro”, del volume “la salute si conquista a tavola”, o al quarto “il cuore”, fino all’ultimo, il settimo, “il microbiota che può salvare la vita”.

Il microbiota

Il microbiota umano è un sistema molto complesso, composto da miliardi di microrganismi viventi (generalmente chiamati anche microbi o batteri) e dai loro geni, che convivono con il nostro organismo. La maggior parte si trova nell’intestino, dove forma il microbiota intestinale, conosciuto in genere come “flora batterica”.

Ogni persona è dotata di un doppio bagaglio di informazioni che porta con sé per tutta la vita: il patrimonio genetico ereditato dai genitori e il microbiota che popola il proprio corpo (batteri, virus, funghi, protozoi, ovvero i microrganismi, in gran parte unicellulari, che colonizzano habitat legati all’umidità).

Il microbiota si può modificare in base allo stile di vita che adottiamo, cioè in funzione della nostra alimentazione, dell’attività fisica che pratichiamo, delle medicine che assumiamo e così via.  Tutto ciò influisce sui batteri dell’intestino. Dove ci sono batteri che contribuiscono all’equilibrio del microclima, “regalando” benefici e contribuendo autonomamente al benessere del nostro organismo. A questo scopo ha assunto molto importanza l’effetto dei probiotici, che si assumono in alcuni alimenti che li contengono oppure attraverso gli specifici integratori.

I probiotici, dal greco pro-bios (“a favore della vita”), vengono definiti dall’Oms come “microrganismi vivi che, quando assunti in quantità adeguate, possono apportare benefici alla salute dell’ospite”.

Spesso vengono confusi con i fermenti lattici, batteri in grado di produrre acido lattico partendo dalla fermentazione del lattosio, come la maggior parte dei probiotici, ma che non sopravvivono al passaggio nello stomaco. I probiotici invece sì. Rimangono vivi per tutto il tragitto, dalla bocca all’intestino. Perciò essi influiscono sull’equilibrio del microbiota intestinale, come verso la comunità di batteri, virus, funghi e protozoi che popola il tubo digerente. Nel microbiota convivono batteri “buoni” (come Bifidobatteri e Lactobacilli) e cattivi (ad esempio Enterococcus faecalis e Clostridium difficile). È fondamentale per la salute del nostro corpo che questi microrganismi vivano in equilibrio.

La scoperta dei probiotici, all’inizio del Novecento, si deve al biologo russo Elie Metchnikoff che studiava al microscopio i microrganismi in un laboratorio dell’Institut Pasteur di Parigi. Metchnikoff, premio Nobel per la Medicina nel 1908, concentrò i suoi studi sul ruolo dell’intestino nella salute umana e fu lui che per la prima volta ipotizzò che alcuni microrganismi aiutassero a combattere le malattie e contribuissero al benessere fisico.

Infatti il microbiota intestinale forma un organo potentissimo perché svolge, quando è sano, più funzioni fondamentali per la nostra salute. Non solo si occupa dell’attività metabolica e nutrizionale; di digerire il cibo per generare nutrienti per le nostre cellule; di metabolizzare i farmaci; ma svolge anche la funzione di stimolare il rinnovo cellulare dell’intestino; di proteggere e spronare, rafforzandolo, il sistema immunitario di fronte all’attacco di agenti patogeni residenti o arrivati dall’ambiente esterno; di contrastare le infezioni da batteri patogeni, di produce vitamine come la K e la B12‍, di sintetizzare aminoacidi e acidi grassi a catena corta, di eliminare le sostanze tossiche, di proteggere l’apparato cardiocircolatorio.

Dunque, migliorando l’attività dell’intestino si contribuisce alla salute fisica e mentale delle persone. Ecco perché il nostro intestino viene considerato il nostro secondo cervello, raccontano gli autori del volume.

Vincenzo Basili

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