L’archeologica Sepino, capitale della transumanza
In genere quando si vuol fare un complimento a scavi o aree archeologiche si dice che sono come una piccola Pompei. Non diremo questo dell’antica Sepino, o Saepinum di latina e sannitica memoria, la città che dà il nome al parco Archeologico che si trova in località Altilia, in comune della moderna Sepino, nella valle del fiume Tammaro, in provincia di Campobasso.

Porta Bojano con la pavimentazione del decumano
Non l’appelleremo come piccola Pompei, non per sminuirne la storia, i contenuti e le bellezze, anzi, tutt’altro. Il Parco Archeologico di Sepino, infatti, non è stato conservato per secoli sotto metri di lava vulcanica, bensì è un paese che ha attraversato la vita di secoli, è un territorio che ha visto oltre duemila anni di storia, dal IV secolo a.C. ad oggi. A metà dell’Ottocento, quando sono iniziati i primi scavi, case e costruzioni erano ancora abitate, costruite utilizzando alcuni resti e fondamenta della Sepino romana, come ad esempio le case situate sulla parte alta della cavea del teatro.
Ceneri e lapilli non l’hanno imbalsamata, ciononostante Sepino è arrivata fino a noi con notevoli vestigia, su un’area dove ogni passo è una pagina di storia. Prendiamo il nome: Saepinum deriva dal verbo latino saepire, chiudere recintare, e i resti dell’antica città ci fanno subito vedere il perché di questo nome. Infatti, sono quasi del tutto intatte le antiche mura, lunghe oltre un chilometro, che racchiudono il centro abitato che si estende su dodici ettari di terreno. Mura e abitato si caratterizzano subito per il loro impianto difensivo, per il loro intento di dare sicurezza a chi nell’interno abitava o anche semplicemente cercava riparo per una notte. Lungo tutto il muro perimetrale sono infatti distribuite a intervalli regolari trentacinque torri di difesa di cui trentatré a pianta circolare e due a pianta quadrata.

Ben conservate le mura perimetrali scandite da 35 torri
L’accesso poteva avvenire attraverso quattro grandi porte, poste, neanche a dirlo, sugli estremi del cardo e del decumano le due vie principali poste in direzioni nord-sud (cardo) e est-ovest (decumano) che si incrociavano al centro degli accampamenti e delle città romane, attorno cui si sviluppava poi a scacchiera tutto il reticolo abitativo.
Sepino per certi aspetti potrebbe far venire alla mente l’immagine dei grandi caravanserragli della Via della Seta in Turchia. L’esempio, per quanto possa sembrare azzardato, non è peregrino. Perché, se quelli erano grandi edifici fortificati che fungevano da aree di sosta e riparo per mercanti e carovane, il decumano di Sepino si trova esattamente lungo il tratturo che unisce in un percorso di 211 chilometri il paese aquilano di Pescasseroli con Candela in provincia di Foggia. Non di Via della Seta di tratta, ma della Lana. Di qui passavano pecore e qui le greggi si riparavano per una sosta al sicuro lungo l’insidioso percorso del viaggio.
Del resto, il passaggio degli armenti portavano ricchezza perché i proprietari pagavano un tributo per passare, sostare, pascolare. A questo proposito erano fondamentali le grandi porte di ingresso in città, nel cui passaggio le pecore si dovevano incanalare, consentendo di contarle e stabilire il pedaggio.
Forse non è un caso che le due porte del decumano (porta Bojano a ovest e porta Benevento a est) siano tra quelle meglio conservate, attraverso di esse passavano infatti gli armenti che venivano dai monti abruzzesi e si dirigevano verso il Tavoliere delle Puglie.
Il legame con pecore e lana, del resto, a Sepino è testimoniato anche dai resti di origini sannitiche (II secolo a.C.) di una fullonica, luogo dove avveniva il ciclo di lavorazione della lana (tosatura, cardatura, filatura) e di una conceria, dove si producevano pellami, segno anche di una attività artigianale e proto industriale per produrre e commercializzare prodotti con il territorio circostante, ma anche con territori lontani, come attesta il ritrovamento di monete dall’Epiro e dall’Illiria, che ci parlano di commerci con genti di oltre Adriatico.

La conceria con i recipienti a sezione troncoconica. Qui si lavoravano le pelli per trasformarle in cuoio.
Anche senza la protezione di lapilli e lava, molto ben conservato è il fondo delle strade principali. Come avviene in tutti gli abitati romani, all’incrocio del cardo e del decumano si trovano gli edifici più importanti: la basilica, di cui restano le venti colonne che reggevano l’aula rettangolare, il Foro con i resti degli edifici pubblici, il tempio, un po’ decentrato, e i resti del macellum l’edificio destinato alla vendita dei generi alimentari. Lungo il decumano, vicino a porta Bojano, si trovano termae, case e tabernae

I resti della Basilica con le colonne che suddividevano l’interno
Più decentrato, a ridosso delle mura del lato ovest si trova il teatro, risalente al I secolo d.C., di cui si conservano le gradinate più vicine al proscenio, mentre sulla scena e sulla parte alta della cavea nei secoli sono state costruite case abitate fino a metà del secolo scorso, che oggi sono diventate museo. In una intelligente ristrutturazione qui sono conservati i reperti archeologici di una epoca che va dai Sanniti al Medioevo, mantenendo però intatti gli ambienti domestici caratteristici delle abitazioni contadine: il lavandino, il camino, il forno, le varie nicchie
Sparsi all’interno del perimetro cittadino ci sono poi altri spazi dove l’archeologia incontra la vita contadina: la Casa Lunga, la Casa delle Cucine e la Casa delle Colonne, che vengono utilizzate per mostre tematiche o anche esposizioni temporanee. Tra i progetti del Parco archeologico ci sono ulteriori spazi espositivi all’interno degli edifici rurali che nei secoli sono stati costruiti nell’area dell’antica città con l’intento di raccontare la vita della Sepino sannitica e romana, ma anche delle tante vite successive.
Giuseppe Di Paolo
Immagine in alto: I resti del teatro con le case costruite nei secoli sulla parte alta della cavea.
