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La terra essenziale. Karl Plattner e il paesaggio come destino

N. 113 - Luglio/Agosto 2026

 

 

 

 

La terra essenziale. Karl Plattner e il paesaggio come destino

Il 53° Premio Suzzara “Terra bruciata. L’arte nell’Antropocene” dedica quest’anno il proprio omaggio a due artisti, e fra questi a Karl Plattner. Nel quarantesimo della sua scomparsa, un suo dipinto sarà esposto in Museo, in dialogo con la mostra collettiva: un ritorno che ha il valore di un riconoscimento tardivo e necessario. Perché se c’è un pittore che, molto prima che la parola Antropocene entrasse nel nostro lessico, ha saputo guardare la terra nella sua nudità — arida, lavorata, ferita, eppure irrinunciabile — è proprio questo altoatesino errante, nato in una delle valli più aride delle Alpi e per tutta la vita fedele a una pittura dell’essenziale.

C’è, nell’alto bacino dell’Adige, una valle che smentisce ogni cartolina alpina. La Val Venosta è la più arida delle Alpi: le montagne trattengono la pioggia prima che scenda al fondovalle, e ne fanno una terra minerale, magra, percorsa d’estate da un vento secco che accende i pendii. Non l’idillio dei prati e delle malghe, ma una terra pettinata all’osso, quasi arsa. È qui che nel 1919 nasce Karl Plattner, ultimo di dieci figli di una famiglia modesta, in un paese – Malles – dove la scarsità non è metafora ma condizione esistenziale. Chi cerca l’origine della sua pittura farà bene a partire di lì: non da una scuola, non da un maestro, ma da un paesaggio che è già, alla lettera, una “terra bruciata”.

Perché il paesaggio, in Plattner, non è mai sfondo. È matrice. Tutto ciò che verrà dopo – e verrà molto, perché pochi artisti del Novecento italiano hanno viaggiato quanto lui – porta impressa la memoria di quella prima geografia dell’essenziale. Firenze e l’Accademia, Milano e Brera, Parigi con l’Accademia libera de “La Grande Chaumière” e la scuola privata di André Lhote, il Brasile degli anni Cinquanta con la sua luce dilatata, infine la Provenza: sono altrettante stazioni di un nomadismo inquieto, la ricerca di «un luogo magico per la sua pittura». Eppure, sotto la varietà dei cieli attraversati, resta sempre la stessa fame di forma, la stessa economia dello sguardo appresa in una valle che insegna a non sprecare nulla.

Vale la pena, per una rivista che si occupa a tuttotondo di cultura, insistere su un dato spesso trascurato dalla sola lettura visiva. La biblioteca personale di Plattner – oggi conservata al Mart di Rovereto insieme al suo archivio – è quella di un intellettuale in bilico tra tre mondi, la Mitteleuropa, l’Italia e la Francia: accanto ai cataloghi, testi di letteratura, di filosofia, di psicoanalisi. Non è dettaglio erudito, è la spia di una pittura che pensa, che si nutre di parola quanto di pigmento, e che al paesaggio chiede ciò che un poeta chiederebbe: non la somiglianza, ma il senso. Plattner dipinge la terra come si scrive un testo: per sottrazione, cercando la sillaba che regge il verso.

E la terra, in Plattner, ha spesso il volto di chi la lavora. Non è un caso che sia stato il Premio Suzzara – la rassegna nata all’incrocio tra arte e lavoro, che quest’anno gli rende omaggio – ad accogliere, negli anni Sessanta, le sue prove più intense su questo tema, premiandole entrambe. Al 17° Premio, nel 1964, presenta “Le mondine”: un foglio in cui il lavoro delle donne di risaia è restituito senza alcuna ambientazione, sospeso in un vuoto che ne fa risaltare l’angolosità. È qui evidente l’innesto della cultura figurativa nordica – la Secessione viennese, la linea spezzata di Schiele – piegata però a una caratterizzazione esistenziale: gli spigoli dei corpi diventano cifra della fatica, dello straniamento di un lavoro durissimo. La giuria le assegnò due premi in denaro e un volume d’arte; l’opera è oggi esposta a Cervia nella rassegna “L’arte dei Premi”, a cura di Claudio Spadoni (Magazzini del Sale di Cervia, 10 luglio-16 agosto 2026).

Karl Plattner, “Le contadine”, 1964-65, olio su tela, 95 x 196 cm (collezione del Museo Galleria del Premio Suzzara

L’anno seguente, al 18° Premio del 1965, “Le contadine” gli vale addirittura il premio più ambito, il puledro. La pennellata qui si fa corposa, grassa, nervosa; i profili conservano il tratto netto e scavato di ascendenza grafica nordica, e i colori si fanno brulli e terrosi, letteralmente colori di suolo. L’impianto è rigorosamente geometrico — tre spazi quadrangolari, l’inserto di un oblò — a ricordarci che in Plattner anche l’emozione più terragna passa sempre per un calcolo formale precisissimo.

In queste due opere il paesaggio non è dipinto: è incarnato. Non c’è orizzonte, non c’è veduta; c’è il corpo piegato di chi la terra la conosce con la schiena, e ci sono i suoi colori, l’ocra e il bruno di un suolo che entra nella figura fino a intriderla. È la lezione più radicale di Plattner sul paesaggio: che la terra, prima di essere spettacolo, è fatica, appartenenza, materia di cui siamo fatti. Che un premio del genere – dedicato al lavoro, capace di pagare in puledri e in bestiame il talento come si retribuiscono le braccia nei campi – abbia riconosciuto proprio queste tele, ha il sapore di una giustizia poetica.

È questo a rendere Plattner, oggi, un artista di livello altissimo. Guardiamo alle sue valli spoglie, ai suoi orizzonti prosciugati, alle sue mondine e alle sue contadine che vegliano su una terra ridotta all’osso, e vi riconosciamo – con un brivido che lui non poteva prevedere – il nostro presente. La terra bruciata che intitola l’edizione di quest’anno del Premio non è più soltanto la condizione geologica di una valle povera: è la cifra di un’epoca, l’Antropocene, in cui il rapporto tra l’uomo e il suolo è diventato precario e drammatico. Plattner aveva fatto dell’aridità una forma, e della sottrazione un metodo. Ci aveva insegnato, in anticipo, a guardare una terra essenziale senza sentimentalismo e senza disperazione: con la serietà di chi sa che il paesaggio non è ciò che ci circonda, ma ciò da cui veniamo — e ciò a cui, prima o poi, torniamo.

Dedicargli il Premio Suzzara, nell’anno della “Terra bruciata”, significa dunque ben più di un omaggio postumo. Significa restituire alla parola paesaggio la sua gravità originaria, e riconoscere in questo altoatesino errante e solitario, lettore fra tre culture, uno dei nostri più limpidi maestri dello sguardo. La sua valle magra continua a parlarci. Ci dice che c’è una bellezza nella scarsità, una verità nell’essenziale — e che la terra, anche arsa, resta.

Adrian Botan ed Erika Vecchietti

Nell’immagine in alto: Karl Plattner, “Le mondine”, 1964, grafite, matite e tempera su carta, 69 x 105,5 cm (collezione del Museo Galleria del Premio Suzzara).

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