La sfida di Leone XIV contro la «sindrome di Babele»
Alcuni obiettavano che la Chiesa non dovesse dedicare energie a questioni mondane, ma limitarsi a comunicare un messaggio di vita eterna quando, nel 1891, Leone XIII pubblicò l’Enciclica Rerum novarum, dedicata alle “nuove questioni” del suo tempo. Egli infatti diede impulso a quella riflessione sulla società, sull’economia e sulla politica che oggi chiamiamo “Dottrina sociale della Chiesa”.

A fine Ottocento, la rivoluzione industriale creò la drammatica “questione operaia”, caratterizzata da sfruttamento, salari di sussistenza, assenza di tutele e tensioni di classe. La Chiesa prese per la prima volta posizione ufficiale rifiutando sia l’estremismo del socialismo/comunismo (che aboliva la proprietà privata) sia l’individualismo del liberismo sfrenato (che non tutelava i più deboli). Con realismo e sapienza, Leone XIII pose l’accento sull’annuncio del Vangelo che non dimentica la vita concreta dei popoli. Su questa traccia si è mossa la nuova Lettera Enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Un testo denso, che non demonizza la tecnologia ma lancia un monito severo contro il rischio di una deriva antropologica e di un potere tecnofinanziario globale sempre più deregolamentato.
Il bivio epocale: Babele o Gerusalemme?
Al centro del documento pontificio c’è il richiamo alle efficaci metafore tratte da due immagini bibliche: l’umanità odierna si trova a scegliere tra l’innalzare una nuova Torre di Babele e contribuire alla ricostruzione comune delle mura di Gerusalemme.
La Torre di Babele è il celebre racconto biblico in cui gli uomini, parlando tutti la stessa lingua, tentarono di costruire una torre altissima per raggiungere il cielo e sfidare Dio. Come punizione per questa superbia, Dio confuse le loro lingue e li disperse sulla Terra. La “sindrome di Babele” rappresenta quindi per il Pontefice l’idolatria del profitto, l’omologazione che cancella le diversità e la pretesa di ridurre il mistero stesso della persona umana in meri dati e prestazioni statistiche.
Il libro di Neemia, che narra la ricostruzione di Gerusalemme, rappresenta invece un invito alla responsabilità condivisa in cui la tecnica sia rimessa al servizio della convivenza fraterna.

Neemia non impone soluzioni dall’alto, ci ricorda Leone XIV, ma «convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona, ma attraverso la responsabilità condivisa di tutto il popolo: sacerdoti, artigiani, capifamiglia, donne e giovani. È un’opera che ha Dio al centro e ricostruisce i legami prima ancora delle pietre». E dunque: «Alla luce di queste due icone, lo Spirito Santo oggi ci interpella circa il rapporto con la tecnica e con la rivoluzione digitale in corso» – ammonisce il Papa – «Le scoperte scientifiche sono un talento consegnato all’umanità perché essa lo faccia
fruttare. La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna».
I pericoli del “Paradigma Tecnocratico” privato
L’allarme del Pontefice si concentra poi sulle asimmetrie di potere del capitalismo digitale. Se un tempo erano gli Stati a guidare l’innovazione, oggi i principali motori dello sviluppo sono attori privati transnazionali con risorse e capacità di intervento superiori a quelle dei governi. Il rischio evidenziato è che algoritmi opachi decidano unilateralmente sul lavoro, sul credito e sulla reputazione sociale dei cittadini, senza che nessuno sia più chiamato a risponderne.
Il Papa affronta e critica apertamente anche i presupposti ideologici del transumanesimo e del postumanesimo, che «costituiscono lo sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario collettivo in forma semplificata, specie nei media e nelle reti sociali, inducendo l’entusiasmo per le nuove tecnologie con una visione futuristica di “uomo potenziato” oppure di “uomo ibridato” con la macchina».
L’Enciclica ribadisce invece che l’umano fiorisce proprio attraverso l’accettazione del limite e l’apertura relazionale all’altro. Diversamente «se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. In nome del progresso si può arrivare a immaginare “sacrifici necessari”, e a far pagare ai più fragili il prezzo di una presunta ottimizzazione della specie». Mentre «l’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo, e le colloca “con i piedi per terra” dentro una vocazione più alta».
Verità, lavoro, le “nuove schiavitù nascoste” e una nuova consapevolezza educativa
L’analisi di Leone XIV scende poi in ambiti estremamente pratici:
•L’ecologia della comunicazione
L’uso massiccio dell’IA applicato ai media e ai social network agisce da moltiplicatore della disinformazione, distorcendo l’immaginario collettivo e minando la fiducia sociale. «Strumenti che potrebbero favorire il confronto e la partecipazione vengono spesso impiegati per costruire narrazioni distorte e confondere i confini tra vero e falso, mescolando dati e opinioni. La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente» scrive il Papa, perciò: «Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti, assunta come bene comune, può fondare una comunicazione giusta». E ammonisce «Il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo, per il quale, come ha scritto la filosofa Hannah Arendt, i sudditi ideali non sono tanto quelli ideologicamente convinti, ma la gente per la quale la distinzione tra fatto e finzione (cioè, la realtà dell’esperienza) e la distinzione tra vero e falso (cioè, i canoni del
pensiero) non esistono più». Dunque, in questo orizzonte, è importante ricordare che la comunicazione «non è solo trasmissione di informazioni, ma è creazione di una cultura. I contenuti che circolano negli ambienti digitali influenzano il modo in cui le persone percepiscono il mondo e introducono nella coscienza comune immagini e racconti che orientano i desideri e influenzano le scelte quotidiane».
Perciò «Il primo compito che abbiamo è quello di non demonizzare né idolatrare gli strumenti, ma di governarli a partire da un punto fermo: la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità. Occorre quindi promuovere un’ecologia della comunicazione: sul versante delle regole pubbliche, ciò significa stabilire norme che rendano più trasparenti le logiche con cui i contenuti vengono selezionati e amplificati e che tutelino i dati personali; sul versante sociale e culturale, invece, implica il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata; sul versante della scuola e della famiglia, la maturazione dell’esigenza di una nuova consapevolezza educativa e la formazione all’utilizzo corretto e critico degli strumenti digitali, dell’IA, delle piattaforme di acquisto e di investimento; sul versante dell’università, la grande sfida dell’integrazione dei saperi, allenando sia alla capacità di collegare e fondere le conoscenze per leggere la complessità, sia alle tecniche per la verifica dei fatti».
•La dignità del lavoro
Il lavoro non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita. È un’esigenza inscritta nella condizione umana, un cammino ordinario verso la maturità, lo sviluppo e la realizzazione personale, rammenta il Pontefice: «L’IA promette di dare impulso alla produttività facendosi carico delle mansioni ordinarie, ma i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora. Per questo, contrariamente ai benefici dell’IA che vengono pubblicizzati, gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive». E comunque, prosegue il Papa, l’automazione non deve trasformarsi in una fabbrica di disoccupazione e precarietà. Il progresso non può essere misurato solo tramite il PIL, parametro che tralascia la prosperità condivisa, la dignità del lavoro, la riduzione delle disuguaglianze e la salvaguardia dell’ambiente.
•La filiera dello sfruttamento
Con un passaggio di forte impatto emotivo, l’Enciclica squarcia il velo sull’immaterialità della tecnologia, ricordando il lavoro sottopagato di milioni di etichettatori di dati (spesso giovani donne) e lo sfruttamento brutale di bambini nelle miniere di terre rare, necessarie per produrre i microprocessori. «Questa realtà – ci ricorda Leone XIV – interpella profondamente la coscienza morale del nostro tempo. Non basta invocare l’efficienza, né celebrare i benefici dell’innovazione, se essi sono costruiti su una catena di sfruttamento che resta deliberatamente invisibile. Se una tecnologia promette emancipazione ma produce nuove forme di subordinazione globale contraddice il principio fondamentale della dignità della persona. La lotta contro le nuove schiavitù è un banco di prova decisivo per il discernimento etico dell’IA e della trasformazione digitale».
•Il pericolo del controllo sociale
Un ulteriore rischio, meno visibile ma non meno grave, è quello del controllo sociale, reso possibile dalla raccolta massiva di dati e dall’uso di sistemi algoritmici. Quando ogni gesto lascia tracce (spostamenti, acquisti, relazioni, preferenze) si genera una nuova forma di potere: quello di profilare, prevedere e orientare i comportamenti, spesso senza che le persone ne abbiano piena consapevolezza. Per questo la libertà, nell’era digitale, non è soltanto un fatto interiore: è anche una questione pubblica, che domanda regole chiare, trasparenza, possibilità di ricorso e limiti proporzionati all’uso di tecnologie invasive, affinché la tecnica resti al servizio della persona e non diventi una forma di dominio delle coscienze.
•Il pericolo della cultura della potenza e della normalizzazione della guerra
Dopo aver considerato come l’IA stia trasformando alcune dimensioni della vita e della società, con gravi ricadute sulla dignità umana, il Pontefice ha rivolto lo sguardo a un ambito ancora più drammatico, la guerra: «Qui la questione non riguarda soltanto l’efficienza di strumenti nuovi, ma il rischio che la tecnica, separata dall’etica e dalla responsabilità, renda più rapida e impersonale la decisione sulla vita e sulla morte, e presenti il ricorso alla forza come opzione immediata e praticabile. In un mondo sempre più interdipendente, la pace non è un tema tra gli altri, ma è una condizione del bene comune universale e un banco di prova della maturità morale dei popoli, specialmente di chi è chiamato a responsabilità di governo». E il primo contributo che possiamo dare – ci ricorda il Papa – è fare attenzione alle nostre parole, le dobbiamo disarmare, perché la pace comincia da ognuno di noi, «dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra».
•Costruire la pace nella giustizia
Leone XIV invita a meditare sul commento di Sant’Agostino al versetto del Salmo Giustizia e pace si baceranno (Sal 85,11b): «Non c’è nessuno che rifugga dal volere la pace, mentre al contrario non tutti sono disposti a praticare la giustizia. […] Esegui però le opere di giustizia: tenendo presente che giustizia e pace si baciano, non sono in discordia. Perché vuoi tu porti in contrasto con la giustizia? Eccoti, ad esempio, la giustizia che ti dice di non rubare, ma tu non le dai retta; di non commettere adulterio, e fai il sordo; di non fare agli altri ciò che a te non piacerebbe subire; di non dire, nei riguardi del prossimo, le cose che non vorresti fossero dette sul tuo conto. […] Vuoi dunque conseguire la pace? Pratica la giustizia!». Non stanchiamoci dunque di cercare la giustizia – ci esorta il Papa: «esiste infatti una stretta relazione tra la giustizia di ciascuno e la pace di tutti» (dal titolo del messaggio del Santo Padre Giovanni Paolo II del 1° gennaio 1998 in occasione della celebrazione della XXXI Giornata mondiale della Pace: Dalla giustizia di ciascuno nasce la pace per tutti).
Un appello finale
Il capitolo conclusivo prende avvio dalle parole con cui San Paolo esorta i cristiani di Corinto a custodire l’unità: «Ciascuno stia attento a come costruisce» (1Cor 3,10). Per poi
consegnare ai lettori e ai fedeli «un itinerario di vita cristiana sobrio ed esigente con cui abitare questo cambiamento d’epoca alla luce del Vangelo». A partire dalla misericordia: «Questo disegno di misericordia attraversa la storia anche oggi, dentro i passaggi più rapidi e inquieti segnati dagli algoritmi e dalle reti globali, e diventa la bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale». Poi un richiamo all’umanità nei confronti del prossimo e dei deboli, così che il dono della pace entri nel mondo di una vita che si compie nell’apertura e nella comunione, fino a farci desiderare che la volontà del Padre si realizzi “come in cielo così in terra”. Ritornando poi al libro di Neemia (la ricostruzione di Gerusalemme) il Papa aggiunge: «La spiritualità che desidero consegnare è quella del “saggio architetto” che, animato dalla speranza del Regno di Dio, si impegna a costruire il mondo nel bene. Come ho scritto al principio di questa riflessione, oggi il nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico».
In quest’opera, ci ricorda il Pontefice, siamo chiamati ad assumere un ruolo attivo e, oltre a investire nell’educazione, amare la giustizia e la pace e restare fedeli alla verità, dobbiamo curare le relazioni: «La cultura digitale moltiplica le connessioni e offre nuove possibilità di incontro; tuttavia, il cuore umano conserva un bisogno irrinunciabile di prossimità. Invito a custodire luoghi e tempi in cui la presenza fisica rimane decisiva: la tavola condivisa, la comunità cristiana che si raduna, la visita a chi è solo, il servizio ai poveri. Sono segni di un’umanità che continua a credere che ogni corpo è tempio dello Spirito e casa di Dio, e proprio questa alleanza tra gloria e fragilità diventa criterio per valutare i modelli antropologici proposti dalla cultura attuale».
Infine il Papa, citando Il Magnificat (o Cantico di Maria, la preghiera di lode che la Vergine Maria pronuncia nel Vangelo di Luca), si sofferma sulla speranza: «Con la stessa fede di Maria, diventiamo tessitori di speranza nel nostro mondo». La speranza che viene dal cielo «per generare, quaggiù, una storia nuova». Una speranza cristiana che non invita a essere spettatori dei profondi cambiamenti del nostro tempo, né alla fuga dalla storia, ma all’impegno concreto per trasformarla.
Vincenzo Basili
L’immagine in alto è tratta da © Vatican Media – Gianfranco Rescica
