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La Giornata della montagna. Per rispettarla ed amarla

N. 107- Gennaio 2026

 

 

 

 

La Giornata della montagna. Per rispettarla ed amarla

Celebrata per la prima volta nel 2003, l’11 dicembre di quest’anno ha compiuto vent’anni la Giornata internazionale della Montagna, voluta dall’Onu per valorizzare e tutelare la natura e l’ambiente montano. Che se lo merita ampiamente! Le montagne coprono circa il 27 per cento della superficie terrestre dove abita il 15% della popolazione mondiale. Le tradizioni e le pratiche culturali delle popolazioni montane sono un patrimonio comune e richiamano visitatori per motivi sportivi, sociali e culturali. Oggi il turismo di montagna rappresenta circa il 15-20% dell’industria turistica mondiale.

Il Rifugio Migliorero sulle Alpi Marittime

Delle 20 specie vegetali che forniscono l’80% del cibo mondiale, sei sono nate proprio in montagna: mais, patate, orzo, sorgo, quinoa, pomodori e mele. La montagna fornisce tra il 60 e l’80 per cento delle acque dolci, senza le quali non sarebbe possibile la vita sulla terra. L’acqua proveniente dalle montagne è fondamentale per raggiungere la sicurezza alimentare globale, poiché viene utilizzata dagli agricoltori per irrigare ciò di cui ci nutriamo.

Strana storia quella della montagna: l’attenzione da parte dell’uomo è piuttosto recente, infatti nell’antichità, forse per l’asprezza dei luoghi, veniva considerata un posto da evitare. Al massimo era il luogo delle divinità (vedi l’Olimpo dei greci) oppure di esseri più o meno abominevoli (Yeti). I pochi uomini che avevano la “sfortuna” di abitarla venivano additati come rozzi e ignoranti.

A parte qualche raro, sporadico esempio (vedi Francesco Petrarca con l’ascesa al monte Ventoso nel 1336), qualcosa è cambiato solo verso la fine del Settecento, quando soprattutto nobili e signori hanno cominciato a valorizzare la montagna per l’aria fresca e salubre, contro il caldo della pianura; poi nell’Ottocento sono arrivati gli inglesi con le sfide sportive di arrampicata sulle cime più alte. Successivamente è toccato allo sci, che dall’inizio del XX secolo ha cominciato a discendere sempre più a valanga i crinali alpini, fino ad arrivare al sovraffollamento attuale.

Ed è proprio dall’eccessiva pressione antropica che nasce l’idea dell’Onu di fissare una data per celebrare la Giornata internazionale della Montagna. L’obiettivo è la rinaturalizzazione e salvaguardia degli ecosistemi montani. Quasi una contraddizione, se pensiamo che oggi alcuni degli aspetti naturali della montagna ce li procuriamo in modo artificiale: l’aria fresca con i condizionatori e la neve con i cannoni.

Per celebrare la giornata, potremmo fare un lungo discorso sull’eccesso di piste da sci e sulla presenza sovradimensionata dell’uomo, che dopo il Covid si è estesa anche ai periodi estivi; potremmo parlare della bruttezza delle bretelle di neve sparate dai cannoni in mezzo alle vallate brulle o dell’invadenza delle funivie che a volte hanno deturpato bellissime cime. Ma diventerebbe un discorso complicato e fine a se stesso, che finirebbe nel chiacchiericcio generale senza cambiare nulla.

Vorremmo invece parlare, in modo più concreto, di quello che ognuno può fare per valorizzare l’ambiente in quota e non degradare l’ecosistema. Una attenzione che non può e non deve fermarsi un giorno all’anno, ma che deve essere messa in pratica tutte le volte che saliamo in alto. Per il 2023 l’Onu ha posto molto l’accento sul ripulire la montagna dall’immondizia, ma un giorno solo non servirà a niente se poi tutti gli altri 364 si sporca senza ritegno.

Avete presente quando a primavera inoltrata si scioglie la neve? Sui prati riemerge di tutto: dalle onnipresenti bottigliette di plastica agli involucri degli snack, dai resti di abbigliamento abbandonati in giro ai contenitori assortiti che un tempo hanno avvolto panini e frutta. Al disgelo la montagna sembra spesso una pattumiera. E non è che d’estate vada meglio. C’è chi in giro abbandona di tutto e dappertutto o, quando va bene, riempie i pochi bidoni dell’immondizia attorno ai rifugi, fino a farli traboccare.

E dire che basterebbe portare il proprio pattume a valle, dove è più facile da smaltire con meno fatica e minore spesa.

Questi sono gli aspetti basici di un corretto comportamento in montagna, tenendo presente che evitare il più possibile di sporcare e inquinare è un modo per salvaguardare quello che Leonardo da Vinci (Codice Leicester) definiva il sistema circolatorio della terra, con i fiumi che sono le “vene” e l’acqua il “sangue”, perché i corsi d’acqua nel loro tragitto dal monte al mare dissetano gli uomini, abbeverano gli animali e nutrono i campi.

Oltre al rispetto, fondamentale, per la montagna, occorre anche il rispetto per noi stessi e gli altri. Andare in montagna è meraviglioso, ma può essere anche pericoloso per sé e oneroso per gli altri se non si adottano comportamenti adeguati. Mi spiego con un ricordo personale.

Qualche anno fa, sulla fine di agosto stavo ridiscendendo con mio figlio dalla cima del monte Camicia (2.564 metri, alla portata di tanti nel suo versante sud) sul massiccio del Gran Sasso, in Abruzzo. Era circa mezzogiorno e ci stavamo affrettando perché attorno alle 14.00 le previsioni annunciavano un pesante temporale di cui c’erano già chiare avvisaglie. Stavamo percorrendo in rispettoso silenzio un tratto di sentiero sassoso in mezzo a un branco di una ventina camosci, quando vedemmo spuntare da una curva un terzetto di persone tra i 20 e i 25 anni, ad occhio e croce. Mi colpisce subito il loro abbigliamento: i primi due con jeans, magliette a maniche corte, un maglioncino leggero sulle spalle e scarpe da ginnastica di tela, il terzo con bermuda, mocassini leggeri, maglietta e un giubbetto di cotone. Rimango un attimo a guardarli meravigliato, quando il capofila all’improvviso lancia un grido belluino come se dovesse farsi sentire fin sulle Alpi: “Guardate, le capre!”, mettendo in allarme i camosci.

Gli faccio cenno di abbassare la voce e prima che riesca ad informarlo che non sono capre, interviene il secondo (evidentemente zoologo del gruppo!): “Sono caprioli”. Provo a spiegare che sono camosci appenninici, razza a rischio estinzione, ma non stanno neanche ad ascoltare e il primo in modo brusco mi chiede “Quanto manca al rifugio?”. Casco dalle nuvole: sul Camicia non c’è nessun rifugio, a parte il ristorante giù in basso, vicino al parcheggio alla partenza del sentiero. “Ma sì, certo, c’è il rifugio Franchetti!”, mi rampogna quasi stizzito. No, il rifugio Franchetti è sulla sella dei due Corni, a circa 10-12 chilometri in linea d’aria e un alpinista esperto e ben attrezzato ci metterebbe una quindicina di ore per arrivare. Il ragazzotto non mi considera e riparte impettito facendo cenno agli altri di seguirlo.

Arrivato alla base di partenza, prima di rimettermi in macchina, avviso il gestore della locanda/rifugio della presenza di persone poco attrezzate sulle balze del Camicia. L’uomo allarga le braccia sconsolato e senza parafrasi dice “Ce ne sono tutti i giorni di imbecilli così!”. Tempo dopo ho saputo che sono stati recuperati intirizziti e spaventati dal Soccorso alpino.

Quegli escursionisti erano riusciti a trasgredire tutti i parametri per un corretto comportamento in montagna: non si erano informati sul meteo (oggi con internet è facile); non avevano una attrezzatura adeguata (scarponi e giacche a vento in primis, anche se è estate); non si erano informati sul tipo di percorso; non avevano preso informazioni neanche sulla flora e sulla fauna che avrebbero potuto incontrare (il camoscio appenninico è uno degli animali più eleganti in natura ed è una vera fortuna incontrarlo, ma bisogna anche sapere se per caso può capitare di trovarsi di fronte un orso).

Trasgredire questi elementi minimi può significare andare incontro a pericolosi incidenti che magari richiedono l’attivazione della complessa e costosa macchina dei soccorsi.

Molto meglio usare la testa: ci consente di apprezzare e valorizzare di più le bellezze della montagna.

Giuseppe Di Paolo

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