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Il vino d’autunno è “nuovo” o “novello”?

N. 86- Febbraio 2024

 

 

 

Il vino d’autunno è “nuovo” o “novello”?

C’era una volta il vino nuovo, leggero, abboccato, gradevole al palato. Era il primo vino della nuova vendemmia e si beveva l’11 novembre, giorno di san Martino, il santo cristiano del IV secolo famoso per aver diviso il suo mantello con un povero in un giorno di tormenta.

Poi è arrivato il vino novello. Spesso i due vini vengono confusi, anche se oggi la diffusione della cultura enologica ha ampliato le conoscenze dei consumatori e la maggioranza conosce ormai la differenza.

Si tratta, infatti, di due vini totalmente diversi: il vino nuovo si poteva bere un tempo solo nelle cantine dei contadini (non veniva messo in vendita), mentre il vino novello, molto più recente, richiede una lavorazione complessa e in Italia si può trovare sul mercato a partire dall’ultimo giorno di ottobre.

Il vino nuovo era in genere un vino bianco, il primo a “maturare”, a chiarificarsi e a non essere quindi più mosto. Non avendo ancora sciolto tutti gli zuccheri in alcool, era leggero e abboccato (tendente al dolce). I contadini lo spillavano dalla botte, più raramente dalla damigiana, proprio il giorno di san Martino perché erano trascorsi i tempi giusti per la vinificazione, come dice il vecchio proverbio: “a San Martino ogni mosto diventa vino”. In genere si accompagnava con le castagne, frutto tipico del periodo autunnale.

Il vino novello ha una storia relativamente recente: nasce in Francia nella regione Beaujolais negli anni Cinquanta del secolo scorso e le sue caratteristiche sono determinate dal metodo di vinificazione messo a punto dal ricercatore francese Flanzy, che ha inventato la macerazione carbonica, con grappoli d’uva interi (non pigiati) che vengono messi a macerare nell’anidride carbonica. Il risultato è un vino leggero, piacevole al palato, privo di tannini e quindi non adatto all’invecchiamento. Anche il suo nome è derivato dal francese “vin primeur” o “vin nouveau”, traducibili con “primo vino” o “vino nuovo”, che in italiano è diventato vino novello, per non confonderlo appunto con il vino nuovo.

In Italia ha cominciato a diffondersi negli anni Settanta del Novecento. Se i vignaioli francesi della zona di produzione del Beaujolais avevano immesso sul mercato il Beaujolais nouveau per valorizzare il loro vino prodotto con uve Gamay, meno pregiate delle uve di Borgogna, i colleghi italiani hanno cominciato a produrre vino novello utilizzando uve ben più pregiate, Dop e Igp, fino ad arrivare a produrre quasi otto milioni di bottiglie all’inizio del terzo millennio.

Oggi la produzione si è quasi dimezzata. All’origine del calo di produzione c’è una serie di fattori, a partire dalla limitata conservabilità, che ne consiglia il consumo nell’arco di 6 mesi, fino alla tecnica di produzione, la macerazione carbonica, che è più costosa di circa il 20% rispetto a quelle tradizionali. Ma, soprattutto, oggi gli stessi vitigni che negli anni passati rappresentavano la base del novello vengono spesso utilizzati per produrre vini ugualmente giovani, ideali per gli aperitivi, ma che non presentano problemi di durata.

Resta comunque l’abitudine di consumare i novelli nel periodo di San Martino. Il mercato italiano dei vini novelli si apre infatti il 30 ottobre e dura fino al 31 dicembre.

Giuseppe Di Paolo

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