Now Reading
Il “teatro alla moda” di Benedetto Marcello

N. 72- Novembre 2022

 

 

Il “teatro alla moda” di Benedetto Marcello

L’operina del patrizio veneziano compie 300 anni. E sembra oggi!

Benedetto Marcello, veneziano di nascita (9 agosto 1686), muore a Brescia il 24 luglio 1739: 2 anni prima del suo nemico Antonio Vivaldi, che osteggiò in tutte le maniere ma che rimarrà in eterno il compositore più ascoltato al Mondo. Della grandezza di Vivaldi e della tremenda potenza racchiusa nelle sue composizioni, soprattutto strumentali, non avevano capito niente né Tartini né Goldoni, tanto meno lo stesso Marcello.

Solo Bach ne comprese la grandiosità e ne trascrisse per organo o clavicembalo molti concerti. Marcello apparteneva all’alta nobiltà veneziana ed era uomo colto, ma conservava un certo disprezzo per le stesse figure del periodo secentesco. In un momento nel quale troppi filosofi e letterati gravitano intorno al dibattito melodrammatico, perché manca il parere dei musicisti, arriva il patrizio veneto che (sarà l’unico ad aver scritto sull’argomento) produce l’opuscolo dal titolo: “Il Teatro alla moda”, del quale in questi tempi -in cui l’attività teatrale è ferma causa Covid -vale la pena rammentare il contenuto ed il trecentesimo della compilazione. La breve opera è stata stampata per la prima volta in epoca moderna nel febbraio del 1996, edita dalla Pizzicato di Udine. E’ suddiviso in 29 piccoli paragrafi con titoli riguardanti i partecipanti attivi alla forma teatrale, la lirica o concertistica e da coloro che sono di contorno, come avvocati e “conduttori del botteghino”.  Marcello ironizza, in forma pungente, su “le più ragguardevoli cose che importano a ben riuscire nelle moderne sceniche operazioni”. Nelle sue considerazioni mette sempre in luce lanon ispirazione, ma l’arrivo all’arte del poetare, per esempio, da materie che nulla avevano a che vedere con il metro o verso italiano. A niente servivano le letture dei poeti greci e latini; inoltre Dante, Petrarca e l’Ariosto erano tediosi e servivano la moderna poesia, attraverso verseggiatori contemporanei che traevano da loro sentimenti ed intere frasi (ai nostri tempi avrebbero fatto la felicità della S.I.A.E!) e con vari plagi, che venivano chiamati solo “furti lodevoli” o “imitazioni”, si componevano nuove opere.

Con tono canzonatorio continuava: “un musicista non dovrà aver solfeggiato né mai solfeggiare e non dovrà neppure -importante avvertimento per il virtuoso- leggere, scrivere o pronunciare bene le vocali ma l’importante è che confonda il senso, le lettere, le sillabe, per eseguire passi di suo gusto, con trilli non scritti, appoggiature fuori luogo e cadenze lunghissime”; in breve, fare proprio il pezzo di un altro compositore, lamentandosi che ciò che sta eseguendo non è per lui. Sarà quindi capriccioso, non rispetterà i segni d’interpunzione, canterà piano nelle prove e farà il tempo a suo modo poi, corteggerà tutte le virtuose ed i loro protettori, per conseguire il titolo di Conte, Marchese o Cavaliere. Nel capitolo dedicato alle cantatrici, le provocazioni sono infinite; le stesse che ancora oggi non passano inosservate, durante le prove d’allestimento d’un titolo.

Il libretto continua con una vena sarcastica, dedicandosi ai ballerini, ai sarti, alle comparse, ai suggeritori, agli avvocati che faranno le scritture e saranno i giudici di quanto avviene sul palco. I pigmalioni delle virtuose saranno pedanti con le protette, suggerendo loro, da dietro le quinte, la parte. Ad affiancare i protettori delle virtuose, vi sono le madri, sempre pronte al sacrificio, in favore della figlie!

Una paginetta è dedicata ai Maestri dell’arte del “canto”, che recita: “a poveri ragazzi e ragazze daranno lezione per carità, contentandosi solamente in scrittura di due terzi, alle prime 24 recite, della metà alle altre 24 e di un terzo in vita”. Capitano anche oggi, con Maestri ed agenti, sperperi di denaro e situazioni di comodo.

Verso la fine del volumetto Marcello parla della mancia da lasciare a: truccatori, sarti, parrucchieri, per aver da loro massima cura. Tutto ciò si collega con alcuni ricchi “Dialoghi di Furtwangler” del 1970 circa, pubblicati da Curci nel 1981.

Secondo il più famoso e dibattuto direttore d’orchestra tedesco, in accordo con il pensiero di Marcello, i trilli, le cadenze esagerate, i suoni lunghi (alla Bocelli) che suscitano nell’ascoltatore vere e proprie esplosioni d’entusiasmo, andrebbero assolutamente evitati, poiché si creano degli illeciti. Egli inoltre affermava che: “il pubblico che assiste ad una rappresentazione strumentale o lirica, nonè in grado di giudicare se l’aggiunta di certi effetti è inerente o meno” e parlando del popolo berlinese, lo definisce: “quello di una grande metropoli. Una grande massa amorfa che reagisce per istinto”, dando così una risposta agli insuccessi di prime rappresentazioni, come: Aida, Carmen e Bohème; opere per le quali il pubblico ha fatto prevalere il sentimento, sul ragionamento. Furtwangler, sostenitore della tonalità, conclude asserendo: “un vero musicista non può esistere senza una terra madre, quindi senza sani principi di rispetto della partitura”. (Lo stesso Marcello, ammetteva che i “sani principi” non esistevano più nella sua epoca). Inoltre, “di fronte a tutto quanto sta succedendo la musica ed il suo mondo non sono che un’immagine… che con umiltà cerca una nuova dedizione”.

Mirella Golinelli

Via del Battirame, 6/3a · 40138 Bologna - Italy
Tel +39 051 531800
E-mail: redazione@omnismagazine.com
Aut. Tribunale di Bologna n. 8115 del 09/11/2010

Editore: Mediatica Web - BO

Scroll To Top