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Il filatoio di Caraglio: tecnologia e spie sulla via della seta

N. 74- Gennaio 2023

 

 

Il filatoio di Caraglio: tecnologia e spie sulla via della seta

Il filatoio di Caraglio è uno degli esempi più belli e meglio conservati del patrimonio industriale che ha fatto l’Italia grande nei secoli. Non a caso è stato definito dal Consiglio d’Europa “il più insigne monumento storico-culturale di archeologia industriale in Piemonte”, ed è oggi il più antico setificio d’Europa, nonché l’unico con i macchinari dell’intero ciclo produttivo.

Realizzato nell’area pedemontana della provincia di Cuneo, dove si trova acqua abbondante per avere la forza motrice necessaria a far funzionare il processo produttivo, il filatoio di Caraglio è una delle tappe più significative della storia della seta.

Una storia che è soprattutto storia di spie, che parte dai primi secoli dell’era cristiana, nel 572, quando due monaci di san Basilio in Costantinopoli, riuscirono a trafugare i segreti della produzione di seta dalla Cina e farli giungere dal Medio Oriente (Siria) fino in Europa. I tessuti di seta, per la loro raffinatezza ed eleganza erano molto ricercati e chi ne possedeva i segreti produttivi aveva in mano il mercato e assicurata la ricchezza. Per cui quello che oggi chiameremmo il know how era gelosamente custodito, con pene pesanti per chi l’avesse divulgato.

Un torcitoio

Sul suolo italiano, una delle prime aree produttive è Lucca. Da qui i segreti arrivano a Bologna (probabilmente anche in questo caso con un’operazione di spionaggio industriale). La città felsinea porta la qualità della produzione a livelli mai raggiunti, grazie alla messa a punto del filatoio (detto anche torcitoio) “alla bolognese”, una complessissima macchina fatta di centinaia di ingranaggi, alta fino a due piani, che riesce a “torcere” insieme più fili di sete, per ottenere un filato finale da cui tessere poi raffinati tessuti. Bologna divenne così la capitale europea della seta

Divulgare i segreti tecnologici del processo produttivo era punito nei casi più gravi con la pena di morte. Ma evidentemente non bastava, perché i segreti cominciarono a uscire dallo Stato della Chiesa nel cui territorio si trovava allora Bologna. Prima verso ducati limitrofi, come Modena e Reggio Emilia, poi verso Stati più lontani.

Ma l’azione di spionaggio più pericoloso e dannoso venne messa a segno dal ducato sabaudo. Carlo Emanuele II Savoia convinse tale Giovanni Francesco Galleani, esperto dei processi produttivi della seta di Bologna, a realizzare un setificio, anzi due, “alla bolognese” a Torino, in Borgo Dora, vicino al fiume Dora Riparia, e a Venaria Reale, nella nuova Reggia che i Savoia stavano allora costruendo alle porte del capoluogo piemontese.

Incannatoio e binatoio

Come spesso capita, chi copia riesce a migliorare il copiato e così i filatoi realizzati nel futuro regno di Piemonte e Sardegna divennero famosi in tutta Europa per i loro filati, l’organzino piemontese raffinato e resistente, e soprattutto per la tecnologia, al punto che il filatoio “alla piemontese” ebbe l’onore di essere inserito nel 1780 nella prima enciclopedia mondiale, l’Encyclopédie Française di Diderot e D’Alambert, sotto la voce Moulin de Piémont. Nel ‘700 la seta costituiva l’80 per cento dell’export piemontese in tutta Europa!

Se nel ducato dei Savoia Galleani ottenne il titolo nobiliare di conte, a Bologna fu condannato a morte e impiccato, anche se (per fortuna) solo in effigie. In Piemonte Galleani fece fortuna e nel 1676 realizzò a Caraglio un filatoio tutto suo, all’avanguardia per la concezione che univa la casa padronale alla fabbrica, il tutto concepito come una fusione tra un palazzo signorile e un castello, che coniugava funzionalità e comfort.

Il cuore pulsante del filatoio era la spaziosa sala di torcitura, articolata su due piani, con quattro torcitoi alti sei metri, con un diametro di quattro: due per il filato, con 1296 fusi complessivi, e due per il torto con 768 fusi, il tutto mosso da una serie di ingranaggi, leve e tiranti, azionati dalla forza dell’acqua. La nuova fabbrica dava occupazione a 300 persone, soprattutto donne. . Il filatoio fu attivo fino al 1936.

Il filatoio, acquistato a metà degli anni ’90 del secolo scorso dal Comune di Caraglio, oggi è diventato museo del Setificio piemontese e il visitatore può vedere in funzione due torcitoi realizzati su disegni originali insieme con le altre macchine della trattura, dell’incannaggio, della binatura. I setifici piemontesi si dovettero però arrendere al vecchio detto “chi la fa, l’aspetti”: un inglese, John Lombe, sembra sotto le mentite spoglie di operaio, riuscì a trafugare i segreti del filatoio e a realizzare a Derby il primo filatoio moderno in Inghilterra. Ma questa è un’altra storia.

Giuseppe Di Paolo

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