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Il dialetto del “pôpol gióst” vince il Premio Ugo Bellocchi

N. 91- Luglio-Agosto 2024

 

 

 

Il dialetto del “pôpol gióst” vince il Premio Ugo Bellocchi

Borgo Emilio era, tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, la via principale di un poverissimo, fatiscente quartiere del centro di Reggio Emilia. Vi abitava- come nelle adiacenti via Francotetto (“la via dei cento usci”), via Tiratora, via della Veza- un popolino che sbarcava il lunario come poteva, con lavori umilissimi; che invocava la neve per poter lavorare qualche ora a spalarla e racimolare qualche soldo; donne costrette alla prostituzione per nutrire la famiglia; artigiani minimi che aggiustavano tutto; ladri di galline e molto altro. Questo florilegio di umanità chiamava se stesso “pôpol gióst”, popolo giusto, e oggi una piazzetta che affaccia su via Roma ricorda che è esistito.

La lingua madre di questo sottoproletariato urbano era il dialetto, ma per capirsi tra di loro (e soltanto tra di loro) spesso ricorrevano ad una lingua franca e condivisa, che oggi gli studiosi chiamano “arsave”. L’arsave consiste nell’applicare d’istinto alle parole del dialetto la metatesi, cioè girare le lettere alla rovescio. L’alèrp a l’arsàve cioè il “parlêr a l’arvêrsa è stato al centro della ricerca socio-linguistica Il dialetto è “giusto”, condotta sul campo da Franco Ferrari e Monica Incerti Pregreffi.

Il loro studio ha vinto la sesta edizione del Premio Ugo Bellocchi, organizzato per onorare la memoria del famoso studioso reggiano (1920-2011). Il premio è promosso dalla Deputazione di Storia Patria per le antiche provincie modenesi- Sezione di Reggio Emilia (di cui Bellocchi fu a lungo presidente), dal Centro Studi sul dialetto (di cui Bellocchi fu tra i fondatori), dal Comune di Albinea (che ha ricevuto e conserva il notevole patrimonio bibliografico di tema vernacolo che faceva parte della biblioteca personale dello storico scomparso) e dalla famiglia.

Con cadenza biennale la Giuria valuta gli studi sul dialetto reggiano e le tradizioni popolari locali. La prima edizione (2015) premiò l’eccellente ed innovativa “Grammatica del dialetto reggiano” di Denis Ferretti. Lo studioso ha partecipato anche nel 2023, con un curioso lavoro di traduzione in vernacolo delle filastrocche di Mamma Oca, il centone di origine francese poi diffusosi attraverso una famosa edizione inglese. L’analisi ha consentito a Ferretti di individuare alcuni temi comuni nelle poesiole popolari francesi come nelle reggiane, quasi che esse fossero state ripetute di terra in terra dagli stessi vagabondi cantastorie.

Sia Il dialetto è “giusto” sia Al rémi d Mâma ôca saranno premiati con la pubblicazione sul Bollettino Storico Reggiano.

La ricerca di Franco Ferrari e Monica Incerti Pregreffi ha potuto ricostruire il contesto storico/sociale in cui l’arsâve è nato e si è diffuso, al di là dei confini del quadrilatero territoriale del “pôpol gióst”, perché a più riprese la degradata area fu svuotata degli abitanti, fino al completo trasferimento negli Anni 50 del secolo scorso, cui seguì la demolizione dell’intero quartiere. A questo proposito, gli autori parlano addirittura di “deportazione” dei residenti nei nuovi rioni popolari periferici.

Nel frattempo, l’arsâve era diventata la lingua segreta anche di molte maestranze delle famose Officine Reggiane, un complesso industriale che raggiunse i 12.000 dipendenti. Il gergo, incomprensibile all’esterno, fu utilizzato anche nei primi tempi della resistenza antifascista.

Francesca Iotti

Le foto storiche delle vie Borgo Emilio (in copertina) e Francotetto sono tratte dalla Fototeca della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.

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