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I fiori di Kyoto

N. 59 - Ottobre 2021

 

I fiori di Kyoto

“Ciò che si sa si può dire in tre parole”, afferma Ludwig Wittgenstein, salvo poi scrivere libri fiume di logica/matematica/filosofia del linguaggio. Wittgenstein, viennese con studi a Cambridge, sogna definizioni brevi ed esaustive, ma sa che nel mondo occidentale ogni parola pronunciata è subito fraintesa, parcellizzata, snaturata dal dichiarante o dall’uditore pro domo sua.

In Giappone si spingono oltre la possibile trinità verbale. Una sola parola deve racchiudere immagini multiple, concetti articolati, suggerimenti comportamentali. Ad esempio, Komorebi, parola dell’Estremo Oriente, indica “la gioia leggera che invade alla vista della luce che filtra tra le foglie degli alberi” (16 parole). Rimbaud, il sommo Arthur, per una situazione analoga descrive: “io risi al wasserfall biondo che si scarmigliò tra gli abeti” (11 parole, 2 lingue).

E Age-otori, che significa? È “la tristezza che ti soggioga quando esci dal parrucchiere col taglio sbagliato” (12 parole). Sai, quando il coiffeur ti chiede: “Come ti vedi?” – e tu rimugini: “Anche Picasso avrebbe fatto meglio. Se arrivo a prenderti le forbici te le ficco in gola” – ma per educazione gli dici: “Perfetta/o” – e appena sei a cento metri dal negozio ti scendono lacrimoni lunghi come ghiande. Age-otori, niente altro.

Ancora, una delle parole nipponiche più inquietanti è Kyoiku mama, mamma che crea pressione sui figli perché a scuola raggiungano ottimi risultati. Mamy chiede, per 12 volte: -Hai studiato?/Perché gli altri hanno preso più di te nel compito di geometria?/Perché non ripeti mai a voce alta?/Perché TUTTI i tuoi professori mi dicono che puoi fare molto meglio? – Il bambino domanda: -Sei stata al colloquio con i prof, Mamy? – -Certo- risponde Mamy -20 minuti per ogni professore- E il bambino pensa: -20 minuti dal professore di geografia? Che avranno fatto? Una partita a Risiko? –

Il solo probabile vantaggio di avere una Kyoiku mama è che il bambino cresciuto diventa uno Tsundoku, un compratore compulsivo di libri. Sentendosi sempre al di sotto delle potenzialità conoscitive, il ragazzo acquista testi e legge in continuazione. E se, puta caso, il giovanotto non ha denaro allora diventa professionista di Tachiyomi, lettura in piedi in una libreria dei volumi non acquisibili.

Per i Giapponesi la tendenza a restringere non si limita alle parole. L’imperativo categorico è “Contenete!”. Gli appartamenti non superano i 60 m2, indipendentemente dal numero dei familiari. Si può possedere l’automobile solo avendo il garage che permette di non occupare suolo pubblico. I rifugiati accolti nel Paese sono al massimo 25 all’anno =) per cui la popolazione è 99% di etnia giapponese (con coreani e cinesi che si dividono l’1% rimanente). L’inno nazionale è il più breve al mondo, Kimi ga yo, solo 5 versi. La religione diffusa al 90% è lo shintoismo, culto delle forze naturali e di vaghi spiriti di antichi antenati (il 75% applica sullo shintoismo ombre di buddhismo). Il ritardo massimo di qualsiasi treno in qualsiasi giorno del calendario è di 24 secondi.

I contatti pelle contro pelle sono ridottissimi: per le vie di Tokio e Kyoto non si vedono abbracci, strette di mano, baci, manco sulle guance (la metropolitana è una manna: nell’ammassamento ci può scappare addirittura una manomorta). I bambini, va da sé, sono davvero pochi, uno ogni 2200 abitanti.

“Contenere” viene dal latino contĭnēre, cum-tenere, racchiudere/portare dentro/mantenere unito. Ma indica anche reprimere. Contenendo è implicita la rinuncia a uno spazio, che può essere sfruttato da altra persona.

Emblematica la recente storia della proprietaria di un ristorante di Tokio, frequentato soprattutto da atleti che si allenano nelle vicine strutture sportive. Il 23 luglio, giorno di inizio delle Olimpiadi, la signora decide di chiudere il locale per un mese. Intervistata alla TV, la donna ammette l’assoluta necessità di recuperare i guadagni persi nell’anno e mezzo di pandemia. Eppure dichiara: “chiudo per portare il mio piccolo contributo alla causa del contenimento del coronavirus”. Il suo atteggiamento è quello di fare un passo indietro, di controllarsi per controllare, di allinearsi allo spirito di resistenza (nintai). Reggere, sopportare le difficoltà e tollerare l’ansia del tempo.

Poi, forse, in un’eventuale ripresa, in molti potranno godere dell’avvenuto controllo sul virus. E si potrà essere, assai moderatamente, contenti insieme (pure contentezza deriva da contĭnēre. Il contento è chi sa essere appagato di quello che ha, di ciò che possiede all’interno di un ambito).

Issumbosci è un bambino piccolissimo. I genitori lavorano in un ryokan fuori Kyoto e quando curano il giardino lo appoggiano su un petalo di fiore di ciliegio, dopo aver scrollato la rugiada che potrebbe affogarlo. Issumbosci proprio non cresce e dunque null’altro può fare che osservare papà e mamma, che non lo mandano neanche a scuola per paura che anneghi nel calamaio.

Issumbosci è bellino, con occhietti neri oblunghi e una minifrangia sulla minifronte.

Il ryokan è un’antica locanda, con tetti svolazzanti sul perimetro. È pavimentato interamente in tatami, pannelli rettangolari costruiti con un telaio di legno rivestito da paglia intrecciata e pressata. Le stanze sono scarne anche per un monaco minimalista: materassino alto un dito, un lenzuolo, una coperta, un cuscino/un tavolino inutilizzabile visto che arriva a mezza tibia/una poltrona rigida. Armadio ad un’anta, con un kimono appeso (da indossare mettendo il lato sinistro sul destro. Il contrario porta sfortuna perché così si vestono i morti). L’unica eccedenza è il doppio paio di ciabatte, uno da infilare quando si entra in camera e l’altro da utilizzare esclusivamente in bagno. Solo se sei molto fortunato, può esserci un vaso in terracotta nera da cui folleggiano cinque garofani rossi.

Ecco, la vetrata è una meraviglia: grandissima, permette un ampio sguardo sullo splendido giardino. Cascatelle di aceri bordò dalle foglie dentellate/il pino potato a uccello che spicca il volo/i salici tremanti come abitati da fate rissose/le stelle malva delle azalee/il muschio brillante/il boschetto di bambù verde-oro/lo stagno d’acqua mercuriale/il sentiero di sassi piatti/lo spiazzo di ghiaia rastrellato in semicerchi concentrici.

Il ryokan è quasi sempre collegato all’onsen, struttura termale. Il bagno all’aperto, nudo e comunitario, è irrinunciabile in qualsiasi stagione. Ai clienti dell’onsen è richiesto di lavarsi e risciacquarsi accuratamente prima dell’ingresso nella vasca di acqua calda; i bagni interni hanno rubinetti e bulbo da doccia rimovibile, sgabelli, saponi e shampoo. È sempre presente una vaschetta con cui versarsi l’acqua addosso.

Poiché tutto ciò che non è corpo nudo sporca l’acqua, il costume è vietato. I clienti possono portare solo un asciugamano che di solito buttano sulle spalle nella stradina scoperta tra i lavatoi e la grande vasca di cipresso, riempita di acqua calda. Gli asciugamani non devono mai toccare l’acqua.

Qualsiasi tatuaggio, prerogativa dei membri della Yakuza, proibisce l’ingresso.

Fino alla metà del secolo scorso, nella vasca esterna ad alta temperatura, non c’è divisione tra donne e uomini ignudi. Oggi la mancata ripartizione dei sessi persiste in molti onsen, soprattuttorurali =) per cui è facile per uno stupito cliente occidentale condividere la piscina scoperchiata in mezzo al giardino con Adami ed Eve dagli occhi a mandorla.

Nell’aprile 1980 Carmelo, giovane siciliano e giornalista alle prime armi, riceve una soffiata di un breve soggiorno di John Lennon e Yoko Ono in un ryokan ai margini di Kyoto. Carmelo entra nudo nell’onsen e deve usare l’asciugamano per occultare un principio di gonfiore del pene. (“Io sono erezione “, commenterebbe Wittgenstein in 3 parole). La sequela di tette affioranti può essere eccitante. La temperatura acquea sui 40 gradi smorza provvidenzialmente le velleità di turgore.

Il primo sguardo di Carmelo non è alla ricerca di Yoko o John, ma alla lunghezza dei membri virili dei giapponesi (“Io sono competizione”, commenterebbe di nuovo Wittgenstein con 3 parole). Comunque ecco Lennon appoggiato di schiena a bordovasca. Capelli bagnati e occhiali tondi appannati che gli velano la pletora rosa dei ciliegi intorno. (Il pene di Lennon è arcinoto per il filmato “Self-portrait” del 1969 che lo ritrae ininterrottamente per 42 minuti. Sì, in ogni caso, un film del ca..o). Carmelo attacca una conversazione banale, tipo “Are cherry blossoms better or strawberry fields?”. Poi rivolge anche domande interessanti come: -John, che consiglio daresti a un ragazzo? – Risponde Lennon: -Impara a nuotare- (3 parole, Herr Wittgenstein).

Anche Yoko, pelle fosforescente e occhiali neri, viene intervistata da Carmelo. Alla domanda: -Che cosa diresti a un giovane? -, la Ono risponde: -Noi siamo acqua- (3 parole). Questa è intesa (3 parole, caro Wittgenstein)

A Kyoto, si definisce Maiko l’apprendista Geisha, ragazza tra i 16 e i 20 anni. Se la principiante è di fuori Kyoto è detta Hangyoku, traducibile in un poetico “sulla via per divenire gioielli”, che non corrisponde però al fatto che queste ragazzine vengono pagate “mezzo gioiello”, la metà di una Geisha.

-Perché questa interruzione di ogni attività? – domanda Issumbosci.

Issumbosci medita che la sua statura lo renderà sempre inutile nel ryokan. Meglio tentare l’avventura in città e allora comunica al nonno il desiderio di andarsene. Il nonno approva e consiglia: -Vai per via d’acqua, navigando sul ruscello; lungo la strada potresti essere calpestato da un bufalo o da un viandante. Prendi una ciotola per il riso e usa i bastoncini per remi- Il nonno dà al nipote un punteruolo, infoderato in una breve guaina. -È bene che tu sia armato- gli dice.

Il viaggio è pericoloso. Ogni minima corrente del ruscello può ribaltare la barchetta improvvisata e i salti delle rane possono affondarla. Ma Issumbosci arriva nel centro di Kyoto sano e salvo.

Il piccoletto passeggia per Kyoto, facendo attenzione a non essere schiacciato dai passanti. Che belle le pagode con i tetti sovrapposti! Che belli i viali di ciliegi fioriti, lunghi serpenti rosa! Che bello il parco imperiale, grande quanto una risaia e difeso da snodati alberi della canfora! Che suggestione i vicoli dove lanterne di carta fluttuano tra intrecci di cavi elettrici! Che piacere i profumi di anguilla grigliata, di lillà a grappoli, di tofu fresco, di sottaceti, di brodo fumante, di birra vecchia, di funghi raccolti da poco!

Issumbosci cammina finché nel cielo si riversa la prima mestolata di stelle. Si accendono lampioni con le alette. D’improvviso però le strade si fanno deserte, tutti rientrano in casa e sprangano la porta. Serrano le botteghe e gli alberghi. Le luci si spengono una dopo l’altra.

Issumbosci s’infila in una viuzza, di sole abitazioni in legno. Spaventato, bussa a 200 usci, ma nessuno apre. Terrorizzato, si mette a piangere contro uno stipite. Si apre allora uno spiraglio e la voce di una ragazza invita: -Entra, piccolino. Oppure il mostro ti mangerà-

La ragazza ha occhi grigi e capelli neri, raccolti in uno chignon trafitto dal kanzashi, spillone dorato. Ha un trucco bianco sul viso e Issumbosci le chiede: -Che hai sul volto? – -Cera ammorbidita dalle dita ed escrementi di usignolo. Sono una Maiko- risponde la ragazza. E aggiunge: -Mi chiamo Chiyo-

A Kyoto, si definisce Maiko l’apprendista Geisha, ragazza tra i 16 e i 20 anni. Se la principiante è di fuori Kyoto è detta Hangyoku, traducibile in un poetico “sulla via per divenire gioielli”, che non corrisponde però al fatto che queste ragazzine vengono pagate “mezzo gioiello”, la metà di una Geisha.

-Perché questa interruzione di ogni attività? – domanda Issumbosci.

-Uno dei guardiani del Tempio dei 2000 susini di giorno è una statua mostruosa, un orco dal tronco rosso, enorme e nudo. Ha la faccia fuxia, gli occhi cattivi, di un verde acceso, i canini da lupo, i capelli gialli tutti scarmigliati. La sera prende vita, viene in centro città e sbrana chi riesce a ghermire

-Un incubo- commenta Issumbosci.

-Una tragedia- accresce Chiyo.

Dopo due giorni in casa della Maiko, Issumbosci annuncia: -Questa sera affronterò il mostro e lo ucciderò-

È un rischio che, così piccolo, non puoi correre- lo demotiva Chiyo.

Non rischio niente. Per il solo fatto di vivere mi sono già assunto tutti i rischi- sentenzia Issumbosci.

Tramonta il sole dietro una collina di velluto. Appare la luna, drappeggiata da nuvole d’argento. Il mostro, alto più di 2 metri, irrompe sulla Shijō-dōri, stringendo una torcia nella mano artigliata.

Issumbosci si pianta a gambette larghe davanti al mostro. Gli grida: -Mi fai ridere! –

-Tu mi fai ridere. Ti anniento in un secondo- replica il gigante.

Issumbosci salta sulla spalla del mostro, poi sul naso. Gli punzecchia gli occhi col punteruolo del nonno. L’orco cerca di afferrare il nemico in miniatura, ma è come tentare di acchiappare un moscerino. Issumbosci balza da tutte le parti e il colosso finisce col lacerarsi con i suoi stessi artigli.

Issumbosci entra nella bocca dell’orco, gli scende nello stomaco che perfora col punteruolo. Poi buca il peritoneo e la pelle, in una sorta di laparoscopia al contrario. Issumbosci e il sangue escono dal foro nella pancia dell’orco. Il gigante sviene, poi si dissangua lentamente.

Chiyo ha seguito da lontano il duello mortale. Quando il mostro emette l’ultimo respiro, la ragazza lo raccoglie tra le mani e lo infila tra le labbra schiuse dell’amico piccoletto. Issumbosci cresce di botto fino all’altezza di Chiyo.

Issumbosci cresce molto anche negli anni successivi. Viene accolto in una heya, scuola per divenire lottatori di sumo (sumotori). Alto 1 metro e 95 per 158 chili diventa uno dei lottatori più forti del mondo.

In un 5 di marzo gelido, nello stadio di Kyoto, sono in programma gli ultimi incontri che designeranno i lottatori che poi si contenderanno, a Tokio, il titolo internazionale. Posti esauriti e TV collegata in diretta.

Vincere un match di sumo è apparentemente semplice: o fai uscire l’avversario dal cerchio d’argilla su cui ci si sfida o gli fai toccare terra con qualsiasi parte del corpo. Issumbosci, che ha preso il nome d’arte di Taiho, ha battuto nei giorni precedenti quattro contendenti fortissimi. Ora deve vedersela con Tochiozan, tre livelli sotto al grado di yokozuna, il più alto per un sumotori.

Taiho, con chignon simile a quello di Chiyo, e Tochiozan indossano solo un perizoma ricamato, il mawashi. Si accovacciano, si schiaffeggiano le pance e le cosce massicce. Gocce di sudore si raccolgono sopra i pettorali come pozzangherine da cui potrebbero bere i piccioni. L’arbitro è in mezzo con veste luccicante porpora e tiene alzato un ventaglio. Quando i due si lanciano l’uno verso l’altro, sale un boato. Tahio-Issumbosci, memore dell’antica leggerezza da moscerino, fa tutto con disinvoltura. Si scosta roteando per schivare la presa di Tochiozan, che cerca invano di acciuffargli il perizoma. Poi sfrutta la forza della rotazione per colpire il rivale con un calcio al petto. Tochiozan barcolla. Tahio ne approfitta. Una spinta, due, tre e Tochiozan finisce oltre la circonferenza. L’arbitro indica col ventaglio il vittorioso Issumbosci, che non esulta secondo le tradizioni del sumo.

Fuori dallo stadio Chiyo va ad aspettare il sumatoro vincente. Chiyo è diventata Geisha ma ha mantenuto l’acconciatura da Maiko. Guance bianchissime. Rossetto scarlatto. Sorride con gli occhi grigi. Il kimono è ricamato a iris azzurri e cicogne candide. L’obi, il grande nastro, poggia sulla quindicesima vertebra.

Issumbosci esce in una giacca azzurra che con la sua stoffa può foderare un divano. Pantaloni nivei.  Sorride con gli occhi neri.

Issumbosci chiama un taxi e si fa portare con Chiyo al Tempio dei 2000 susini. Tre gradini di marmo, la nicchia a sinistra occupata dal guardiano scultoreo, rosso/scarmigliato/unghie ad artiglio. I due passano sotto il torij, tipico portale dalle colonne arancioni e dalla traversa vermiglia. Passeggiano tra gli alberi da frutto.

Per la stagione, che è stata fredda, i fiori non sono ancora apparsi. Appena sbocceranno centinaia di abitanti di Kyoto andranno a camminare tra le corolle piccole, bianche, profumatissime. Per ora i tronchi sono neri e le poche gemme chiuse.

Chiyo racconta: -Il poeta Kobayashi Issa è venuto molte volte in questo parco, ma solo prima della fioritura-

Issumbosci si incuriosisce: -Perché questo vezzo? –

Chiyo rivela: -Dice Kobayashi Issa: “Ho atteso a lungo nella privazione, ormai il fiore di susino è in me” –

Chiyo è luce imprigionata. Issumbosci è cielo fatto uomo.

Afferma Issumbosci: -Noi vedremo nascere i fiori-

                                                       Carlo Maria Milazzo

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