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Gli Zanotti, archibugiari per quattro secoli: fine della dinastia

N. 114 - Settembre 2026

 

 

 

 

Gli Zanotti, archibugiari per quattro secoli: fine della dinastia

Negli ultimi tempi, con Stefano Zanotti, classe 1945, ci sentivamo al telefono più o meno frequentemente per raccogliere da parte mia, ove possibile, qualche dettaglio inedito o qualche precisazione sulla storia della famiglia. Una storia enciclopedica. Era venuto in Romagna, dalla sua bresciana Val Trompia, verso metà maggio, con la gentile consorte, durante un suo viaggio di visita al cimitero di Santa Maria in Fabriago, nei pressi di Lugo, ove riposano gli antichi avi. E si era fermato a casa mia per un saluto e un presente che da tempo diceva mi avrebbe portato. Poi, appena qualche settimana dopo, al telefono c’era solo il ritornello della segreteria telefonica che però non trasmetteva nulla ad alcuno. Poi la notizia: Stefano non c’era più. Improvvisamente mancato, il giorno 27 di giugno. Difficile metabolizzare la cancellazione di quel rapporto di stima che si era instaurato fra noi.

L’atelier

Un atelier piccolo ed elegante, a contatto di gomito con uno scorcio, forse il più caratteristico, delle rive del Mella, il fiume “anima liquida” della bresciana Gardone Val Trompia. Una volta, il fiume faceva ruotare i mulini ad acqua per le azioni dei grandi magli che battevano le barre d’acciaio destinate alle botteghe d’armi. Ora è in pensione, ma, a chi sa ascoltare, il suo scrosciare racconta ancora le antiche storie della vallata degli archibugiari fin dai tempi della Serenissima, che aveva eletto il luogo, ricco di miniere metallifere, quale sua officina armiera. Il fiume è come un nonno che racconta le storie ai nipoti. Purtroppo le orecchie dei “nipoti” son cambiate, e molte storie vanno perse, ma questa è, appunto, un’altra storia. Ci eravamo incontrati lì la prima volta con Stefano, nel suo atelier di via Zanardelli, qualche anno fa, per un’intervista. Stefano, ultimo discendente in attività dell’antichissima famosa famiglia di archibugiari romagnoli. Quattro secoli di attività ininterrotta! Il primato mondiale della categoria! Eh, quando i romagnoli ci si mettono…

La storia

Una storia dai contorni rocamboleschi. E’ il 1625, preso ufficialmente a riferimento, l’anno che porta gli Zanotti negli annali dell’archibugeria artigianale italiana.

Pistole di Cassiano Zanotti I (nell’immagine in alto un particolare). Vennero esposte l’ultima volta nel 2010 in occasione di una mostra a tema, a Russi (RA), durante la nota manifestazione settembrina locale “Fira di Sét Dulùr”. Facevano parte di una collezione privata, gentilmente messe a disposizione. Della mostra si occupò anche il TG3 Emilia-Romagna

Precedentemente mugnai, si trovano ad un certo punto gli Zanotti intenti all’attività di armaioli con Cassiano I (1593-1665; nella famiglia i nomi dei discendenti maschi si ripetono alcune volte) nella bottega di Santa Maria in Fabriago, alla “Bruciata”, presso Lugo di Romagna. I confini della “riconversione” professionale non sfuggono ad un più che comprensibile rimpiattino con le date, in molti casi impossibili da definire con esattezza, ma è innegabile che in quegli anni Cassiano costruisse pistole ad avancarica di pregiata fattura meccanica ed estetica. Dicevamo della difficile datazione, poiché la loro casa-officina, in località Bruciata di Santa Maria in Fabriago, risale alla seconda metà del XV secolo. La storia, ufficialmente accettata, narra che il mugnaio Zanotti di San Patrizio (allora manciata di casupole, oggi frazione del comune di Conselice, poco lontana da Santa Maria in Fabriago), una mattina (o una notte?), mentre lavorava, si trovò di fronte una pattuglia di Lanzichenecchi dai quali venne prelevato. Poteva andargli peggio, data la pessima fama dei rapitori, ma evidentemente ebbe fortuna. Inoltre, durante la permanenza forzata fra quella truppa acquisì conoscenze sulla riparazione delle armi da fuoco. Conoscenza che poté portare in famiglia nel riportare a casa anche la pelle. L’avventura peraltro aiuta e conforta la collocazione temporale del fatto, giacché la storia dice che i Lanzichenecchi, spietati mercenari tedeschi, operarono (eufemismo!) in Italia fra il XVI e XVII secolo (portarono anche la peste descritta da Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi”), quindi nulla vieta di accettare l’evento del rapimento del mugnaio Zanotti di San Patrizio con quanto a seguire.


Scorcio della vecchia bottega Zanotti, non più esistente, di Santa Maria in Fabriago.

Altro scorcio della vecchia bottega Zanotti di Santa Maria in Fabriago, con uno dei macchinari.

Come potrebbe anche essere che nel nucleo familiare degli Zanotti siano coesistite per un certo tempo le due attività di mugnai e armaioli, condotte da membri diversi. L’albero genealogico, che appare sulle pagine di varie pubblicazioni di storia armiera, riporta i nomi dei soli armaioli. Fra l’altro, il ramo armiero era identificabile localmente anche da un dettaglio di tradizione romagnola: il soprannome. A differenza degli altri rami, quello armiero portava il soprannome “Galletti”.

Il lavoro

Da quel momento la famiglia figura ininterrottamente sugli annali dell’archibugeria artigianale italiana. L’attività rimane alla vecchia officina di Santa Maria in Fabriago con diversi discendenti fino a metà del 1800, allorché, per scelte commerciali, avviene una prima migrazione, nel 1860 circa. Due figli di Pietro (1798-1890), Giovanni (1822-1894) e Giacinto (1836-1919), esportano l’attività. Il primo a Ferrara, con un negozio di armeria commerciale, e il secondo a Bologna.

Giacinto Zanotti (1836-1919). Trasferì con successo il fulcro aziendale da Santa Maria in Fabriago a Bologna

La costruzione di fucili resta patrimonio della linea Lugo-Bologna, con il marchio Giacinto Zanotti. Nella città felsinea gli Zanotti si spostano in sedi diverse, in conseguenza sia di scelte forzate, sia di scelte opportunistiche. Ancora oggi a Bologna, in piazza Porta Ravegnana, è presente la targa dedicata a Giacinto Zanotti che ricorda la bottega degli storici archibugiari romagnoli.

In alcuni periodi, nell’officina lavora un folto gruppo di aiutanti specializzati nelle diverse fasi della lavorazione. La fama si è diffusa e la clientela è fine. Molte armi vengono finemente incise, sia dallo stesso Giacinto che dal figlio Stefano, che aveva frequentato la prestigiosa scuola d’incisione di Liegi del maestro Alphonse Delvenne, e aveva stretto rapporti con alcuni grandi nomi esteri del settore.

Si stabilì poi a Bologna anche un altro famosissimo incisore belga, Hyppolite Corombelle, che collaborò strettamente con la bottega. Curiosità: la notorietà e la finezza nel lavoro fanno sì che a loro si rivolga Guglielmo Marconi per una fornitura di viti per i suoi macchinari sperimentali. È inoltre del periodo di Giacinto il regalo al Re Vittorio Emanuele II di un modello di un particolare fucile a quattro canne con un solo grilletto. L’arma è tuttora custodita presso l’Armeria Reale di Torino.

Numerosi i premi, che qui sintetizziamo, ottenuti alle manifestazioni di settore di quel periodo (medaglia d’oro Esposizione Romagnola, medaglia d’oro esposizione nazionale Milano, medaglia d’oro esposizione nazionale Palermo, primi premi a Milano, Bologna, Faenza e altri ancora). Poi una sopraggiunta crisi di mercato porta a una nuova, importante, migrazione a metà del Novecento. Fabio (1903-1971), figlio di Tomaso (1864-1946), nel 1951 si trasferisce a Gardone Val Trompia. A Bologna rimane il cugino di Fabio, Renato (classe 1909, figlio di Leopoldo, 1868-1951), che continua l’attività sul posto fino al 1975, anno della morte. L’attività viene rilevata da un bravo collaboratore, Giorgio Simoni, che tutt’oggi ha un negozio insieme al figlio in via San Donato.

A Gardone

Gli Zanotti archibugiari, unici detentori di una “firma” originale, restano dunque quelli di Gardone, che si inseriscono nel tessuto artigianale del luogo. Morto Fabio nel 1971, il testimone viene rilevato dal figlio Stefano, classe 1945 (mancato poche settimane fa, come detto all’inizio), che prosegue l’attività con un’officina che in certi momenti conta fino ad una decina di operai. Sono di Stefano alcune modifiche, rivisitazioni e un brevetto a carico di alcuni meccanismi prodotti in precedenza dal padre. Uno di tali modelli “aggiornati”, curiosità di cronaca, ha varcato l’oceano per entrare a casa di Fidel Castro.

Stefano Zanotti (1945-2026) nel suo atelier di Gardone

Fine di una leggenda

Una leggenda iniziata in Romagna nel 1600, a fianco del fiume Santerno e conclusa in un piccolo ed elegante atelier gardonese su una riva del fiume Mella. Corsi e ricorsi … fluviali, quasi si potrebbe dire. Il destino a volte è bizzarro. Poi il tempo e le mutazioni sociali hanno chiesto pegno. In generale, la produzione del settore artigianale dei tempi moderni, non è un mistero, ha dovuto fare i conti con la situazione economico-sociale, con il cambiamento dei costumi, e diciamo, non ultimo, anche con il decadimento culturale della società. Quindi anche l’artigianato armiero di pregio ha dovuto segnare il passo di fronte alla proposta della produzione industriale e alla contrazione del mercato fine in generale. Oltre quattro secoli che in quell’incontro nell’atelier sul Mella sono condensati su pochi fogli di block-notes e in qualche migliaia di battute al pc. Ma ciò che colpiva nel dialogo con quegli artisti armaioli, era il tono “semplificante” del racconto e delle descrizioni. Cose e artifizi pensati prima di altri, realizzazioni di altissimo livello che costituiscono primati di fine meccanica artigianale adottati poi anche da armieri esteri, aldilà del ben comprensibile e giustificato orgoglio professionale, venivano raccontati e descritti come “normalità” di lavoro, senza atteggiamenti da “fenomeni”. Maestri anche in questo, non solo di meccanica ma anche di dimensione umana! Ma normalità non era, e non poteva essere, se, come in questo caso, le cose “normali” erano il filo conduttore di una dinastia: la dinastia di armaioli più lunga e continua di tutta la storia mondiale dell’archibugeria. Corre un anno del terzo Millennio, e una leggenda si è spenta. Resta il nome di una storia italiana, una storia romagnola.

Roberto Aguzzoni

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