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Gli amori di Gioachino

N. 69- Agosto 2022

 

 

Gli amori di Gioachino

Un viso rubicondo, allegro, sorridente, con sbalzi umorali tendenti alla rabbia, facilmente preda di crisi depressive … questo era Gioachino Rossini. A parte i pregi ed i difetti, lasciò un’impronta indelebile nella storia della musica che ben pochi eguagliarono. Proprio a lui si deve il ridimensionamento di “quella razza di cani (sua definizione) che sono i cantanti”. A questi proibì tutta la libertà che si erano presi nel ‘700. Niente più abbellimenti, virtuosismi, melismi e fioriture, eseguite dal cantante, per mettere in luce le proprie caratteristiche vocali. Ora, con la sua “riforma”, solo ciò che Rossini scriveva doveva essere eseguito. In pratica, tutto ciò che veniva interpretato e tratto dal repertorio rossiniano, era scritto in partitura ed era quindi il frutto della scrittura musicale di Rossini. Con ciò, niente più avrebbe trovato una dimensione diversa da quella espressamente voluta dal compositore. Egli, “il cigno di Pesaro”, fu appellato come il “principe del vocalismo”. Così facendo pose fine agli eccessi, molto spesso immotivati, dei castrati e dei cantanti, i quali rischiavano di far svanire le intenzioni sia del librettista che del compositore utilizzando a sproposito superflue colorature.

Nacque nell’anno bisesto 1792, il 29 febbraio. Compose la sua prima opera a 14 anni e nell’arco di tre lustri ne scrisse una ventina. Andato a Napoli, si innamorò di una capricciosa soprano di nome Ysabel Colbran. Siamo nel 1822, quando la compagnia di Barbaja raccoglie immensi trionfi a Vienna e Rossini decide di tornare in Italia, a Castenaso di Bologna, per sposare Ysabel. In quel periodo, il “canto italiano” per il quale lui stesso intrecciava ghirlande da porre sul capo dei cantanti, aveva ritrovato, attraverso la sua musica, la vera qualità della “voce umana”, esplorandone le possibilità ed usufruendo delle potenzialità della stessa, per meglio adattarsi alle sue opere liriche. Sicuramente, il più eclatante esempio di quello che fu il suo lavoro di ripristino della “correttezza esecutiva” e del rispetto del pensiero compositivo, si trova nella romanza, tratta dal suo Otello, “Assisa, a piè d’un salice”. In essa, le varianti alla formula iniziale sono espressamente indicate. Il nuovo linguaggio musicale coniato dal pesarese fu azzoppato anche e sfortunatamente nelle pubblicazioni a stampa; tant’è che – a mio modesto avviso, errando – lo stesso Arturo Toscanini, smise di eseguire le opere di Rossini. Fu solo Vittorio Gui a dirigere il “Barbiere di Siviglia”, nella versione originale. Rossini rimase il più colto compositore, dopo Donizetti.

Il ritratto di Isabella Colbran al Museo della Musica di Bologna

Ysabel, divenuta sua sposa, era nata nel 1785. Era una soprano spagnola, ma anche un ottimo compositore. Alcuni biografi infatti, pensano che vi sia la mano della Colbran in alcune opere di Rossini. Il successo trionfale le arrise già nel 1807, proprio a Bologna. Eseguendo i ruoli scritti da Raimondi, Spontini, Paisiello, Mayr, Nicolini ed altri, si conquistò eccellente fama nei maggiori teatri: Scala, Venezia, Roma e San Carlo. Fece anche la fortuna di un Rossini estasiato, il quale immaginò sempre la Colbran nei panni di tutti i ruoli femminili protagonistici, pensati solo per le sue qualità. Elisabetta Regina d’Inghilterra, Otello, Armida, Mosè in Egitto, Ricciardo e Zoraide, Ermione, La donna del lago, Zelmira e Semiramide, furono i titoli di Rossini, maggiormente da lei eseguiti. Il colore contraltile del suo canto le permise di imporsi al pubblico per delicatezza e ricchezza di armonici, vantando inoltre un’estensione vocale che partiva dal sol sotto rigo ed arrivava al mi sovracuto: prerogativa che la portò ad eseguire ruoli di soprano. Era di imponente presenza scenica e grande bellezza nel volto, il cui nobile tratto si prestò per interpretare regine e principesse.

Vialla Rossini a Castenaso di Bologna


Come tutto cambia e si modifica per adeguarsi al passare degli anni, così anche l’organo vocale della Colbran passò dalle note tenute di una vocalità sostenuta, in gioventù,  all’utilizzo dell’agilità che trovò sfogo in Armida, La donna del lago e Semiramide. Nacque perciò questa definizione, riguardo alla sua voce: “mezzosoprano acuto”. Cosa significa? La Colbran con il colore di mezzosoprano-contralto e grazie ad una superba estensione, poté cimentarsi con facilità nei ruoli sopranili. Insomma, una grande interprete, come lo fu Giulietta Simionato (1910-2010), che possedeva un colore mezzo-sopranile e per questo motivo fu definita “soprano falcon”; un soprano drammatico o un mezzosoprano che accedono alla zona del soprano. Meyerbeer negli Ugonotti, Verdi nel Macbeth e nel Don Carlos, Wagner in Parsifal e Tannhauser ma pure gli insospettabili Mascagni in Cavalleria Rusticana e Puccini nell’Edgar utilizzarono questo speciale tipo di soprano. Rossini aveva 8 anni in meno della moglie e già nel 1837 la coppia si era divisa. Colpita da una grave malattia respiratoria, sicuramente causata anche dall’ abbandono di Rossini, che rincorreva Olympe Pelissier a Parigi, la Colbran si spense sola, a Castenaso, nel bolognese, il 7 ottobre 1845.

Mirella Golinelli

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