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Due uova sul soffitto, e poi…

N. 112 - Giugno 2026

 

 

 

 

Due uova sul soffitto, e poi…

Dopo Paletti e Fagioli, il suo primo libro, in cui racconta la nascita e lo sviluppo della sua azienda, l’imprenditore bolognese Daniele Camisa si cimenta in una nuovo volume, Due uova sul soffitto. Piccole storie di un mondo che non c’è più (edizioni Pendragon, Bologna 2026). Questa volta abbandona la narrazione della prima opera, che raccontava l’economia, la società e la visione del futuro, per fermarsi su aspetti più familiari e intimistici, che diventano il quadro di una società, di rapporti familiari e personali che formeranno l’uomo e l’imprenditore.

È il racconto della Bologna che fu, quando esistevano ancora le botteghe e gli artigiani di quartiere che magari agli occhi dei ragazzini parevano brutti e antipatici, ma che erano da tutti conosciuti e che a tutti dispensavano i loro servizi. Esemplare in questo senso è la “strega meccanica” che aggiustava le biciclette e che con la sua attività ha avuto il merito di ispirare all’autore le due uova sul soffitto del titolo, antesignane della banana attaccata al muro di Maurizio Cattelan (per saperne di più vedi il libro a pag. 20).

Era anche la Bologna dove un aspirante ingegnere (cosa che poi Camisa diventerà) e sognatore di voli interstellari (erano i tempi degli sputnik sovietici e dei razzi Atlas che partivano da Cape Canaveral) poteva sperimentare un suo missile artigianale nel cortile di casa, inondando mezzo quartiere di fumo rosa, senza che arrivassero elicotteri e polizia in assetto antisommossa.

Il libro scorre veloce e piacevole tra ponti radio intercontinentali (Camisa era un cultore delle radiotrasmissioni) e incontri con personaggi come “Settecappotti”, il clochard che quasi tutti quelli che vivevano a Bologna in quegli anni conoscevano.

Due personaggi caratterizzano di sicuro le vicende del giovane Daniele: nonno Vittorio ed Eleuteria Ricci Lucchi Chiarini, detta per comodità Teria.

Quest’ultima, a dispetto del triplo aristocratico cognome, era la domestica di casa, che senza nessuna malizia rappresentava lo spirito vivace e carnale di Bologna. È lei che fornirà, anche involontariamente, al giovane Daniele i primi elementi di conoscenza dei segreti del corpo femminile mettendo a nudo il suo culone per insegnargli a fare le punture o annunciando, mentre serve il pranzo, che la sua giovane nipote aveva “messo su il pelo!”. E non si trattava di un pellicciotto per l’inverno.

Nonno Vittorio al mare con il piccolo Daniele

Il nonno Vittorio, infine, era il vero ispiratore dell’ingegner Daniele Camisa. “Un bel caratterino, geniale e con mille passioni che ha costruito e brevettato macchine di tutti i tipi: dal motoscafo a reazione alle macchine per incartare le caramelle, per fare i gelati e per fare i tacchi”. Così lo descrive il nipote.

Autentico simbolo del bolognese intraprendente e allo stesso tempo ironico e sempre pronto alla battuta, nel libro nonno Vittorio è anche il simbolo della Bologna che diventa sempre più sfocata nel passato, dell’uomo che, dopo tanta creatività, si distacca dal mondo nell’oblio della mente e del corpo e termina la sua vita terrena su una carrozzina, ripetendo all’infinito la litania “ora pro nobis ora pro nobis ora pro nobis…”.

Giuseppe Di Paolo

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