Da Suzzara alla Romagna: due mostre e una storia da rileggere
Nel corso dell’estate 2026, la collezione del Museo Galleria del Premio Suzzara torna a farsi vedere lontano dalle rive del Po. Due esposizioni in terra romagnola — distinte per sede, committenza e taglio critico, ma convergenti nella capacità di interrogare la storia dell’arte italiana del secondo Novecento attraverso la lente del collezionismo istituzionale — chiamano in causa alcune delle opere che compongono il patrimonio del museo padano, mettendole in dialogo con contesti e genealogie critiche che ne amplificano il significato e ne restituiscono la profondità storica.
La prima mostra, “Pittura in Romagna. Verso il contemporaneo”, aperta fino al 19 luglio 2026 a Palazzo Rasponi dalle Teste di Ravenna, è un progetto di omaggio e rilancio: omaggio a Raffaele De Grada, intellettuale e critico milanese che negli anni Settanta diresse l’Accademia di Belle Arti e la Pinacoteca Comunale di Ravenna, animando con rigore e passione civile il dibattito figurativo romagnolo; rilancio, nel senso che la rassegna odierna — curata da Paolo Trioschi in collaborazione con Sergio Sermasi, organizzata dall’Assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Ravenna insieme al MAR e all’Accademia di Belle Arti — riprende e aggiorna il capitolo dedicato ai “contemporanei” della grande esposizione “Pittura in Romagna dall’800 ad oggi” allestita da De Grada alla Loggetta Lombardesca nell’estate del 1974.
La seconda mostra, “L’arte dei premi”, è invece un progetto di più ampio respiro comparativo: sarà inaugurata il 10 luglio 2026 nei Magazzini del Sale di Cervia e visitabile fino al 16 agosto, promossa da CNA Ravenna in collaborazione con il Comune di Cervia e curata da Claudio Spadoni. L’esposizione mette a confronto le raccolte di quattro tra i più longevi premi d’arte del dopoguerra italiano: il Premio Campigna, il MIC di Faenza, il Premio Marina di Ravenna e il Premio Suzzara, restituendo uno spaccato del collezionismo come forma di storia dell’arte praticata fuori dai grandi centri, nei margini fecondi della periferia culturale.

Due contesti assai diversi, dunque: uno di carattere storico-critico, incentrato sulla vicenda figurativa regionale e sul profilo intellettuale di un mediatore d’eccezione; l’altro di natura comparativa e quasi museologica, che ragiona strutturalmente sul ruolo dei premi acquisto come strumento di costruzione del patrimonio e di democratizzazione della fruizione artistica. Eppure entrambi, a ben vedere, convergono verso un punto che è anche il punto di forza identitario della collezione suzzarese: la convinzione che l’arte del secondo Novecento italiano non si legga soltanto attraverso le grandi istituzioni ufficiali — Biennale, Quadriennale, gallerie metropolitane — ma si costruisca anche, e forse soprattutto, nella rete capillare di esperienze locali che hanno saputo intercettare talenti, orientare gusti, documentare tendenze con una fedeltà al presente che le istituzioni maggiori non sempre potevano permettersi.
Il Premio Suzzara nasce nel 1948 su iniziativa di Dino Villani e dello scrittore Cesare Zavattini, che di Suzzara era figlio adottivo, con l’appoggio istituzionale del Sindaco Tebe Mignoni. Fin dalla prima edizione, il premio si distingue per una caratteristica destinata a diventare il suo tratto più originale e più discusso: il compenso agli artisti premiati non è in denaro, ma in natura, con prodotti dell’agricoltura e dell’artigianato locale. Animali vivi, olio, salumi, formaggio, vino — e negli anni successivi oggetti di uso quotidiano prodotti dagli operai e dagli artigiani del territorio — al posto dei tradizionali assegni in lire. Questa scelta non era soltanto una necessità dettata dalla ristrettezza di mezzi del dopoguerra: era una dichiarazione di poetica, un atto di programmatica simbiosi tra arte e mondo del lavoro che anticipava temi destinati a diventare centrali nel dibattito culturale degli anni Cinquanta e Sessanta. La raccolta che ne è scaturita — oltre mille opere, oggi conservate presso il Museo Galleria intitolato al Premio — è uno straordinario documento di quella stagione: non una collezione costruita per acquisti sul mercato o per scelte di gusto di un singolo collezionista illuminato, ma un archivio vivo della relazione tra artisti e comunità, tra estetica ed etica del lavoro.

È in questa doppia natura — di documento storico e di spazio estetico — che risiede la specificità della collezione suzzarese rispetto agli altri premi che partecipano all’esposizione cervese. Il MIC di Faenza porta in dote la sua vocazione internazionale e la specializzazione ceramica; il Premio Campigna, depositato nella Pinacoteca “Vero Stoppioni” di Santa Sofia, ha radici profonde nella cultura figurativa dell’Appennino forlivese; il Premio Marina di Ravenna, ormai cessato da un decennio, conserva la memoria di una stagione in cui la vocazione turistica della costa adriatica si intrecciava felicemente con l’animazione culturale. Suzzara porta qualcosa di diverso: un’idea di arte come patto sociale, come forma di riconoscimento reciproco tra chi produce con le mani e chi produce con gli occhi e il pennello.
Gli artisti rappresentati nelle opere suzzaresi selezionate per le mostre romagnole appartengono a quella generazione di pittori e scultori che negli anni Cinquanta e Sessanta definirono il linguaggio del realismo italiano post-neocubista e post-espressionista: una figurazione mai ideologicamente semplificata, capace di tenere aperto il dialogo con le coeve esperienze informali e con la tradizione del “ritorno all’ordine” senza rinunciare alla tensione verso il reale. È una collezione in cui Alberto Sughi convive con Ernesto Treccani, in cui le tensioni sociali di Guttuso dialogano con la misura meditativa di certi pittori di area padana, in cui la scultura di Manzù o di Vespignani trova eco nelle ceramiche di artisti meno celebri ma ugualmente significativi per la storia del gusto. Una collezione, insomma, in cui la qualità del singolo pezzo è spesso inseparabile dalla densità del contesto in cui è stato prodotto e acquisito.

Per la mostra ravennate — che si riallaccia esplicitamente all’iniziativa di De Grada del 1974 — la presenza di opere suzzaresi ha un valore di rispecchiamento storico particolarmente pregnante. De Grada era un critico che credeva nella possibilità di costruire narrazioni locali senza provincialismo: la sua attenzione alla Romagna figurativa degli anni Sessanta e Settanta era parte di un progetto più ampio di mappatura dell’arte italiana al di fuori dei circuiti egemoni. In questo senso, il Premio Suzzara era per lui un interlocutore naturale: un’altra esperienza di decentramento culturale, un altro tentativo di radicare l’arte nel tessuto sociale di una comunità lavoratrice. Non sorprende che tra gli artisti che ritornano in questa rassegna — Alberto Sughi, Mattia Moreni, Umberto Folli, Giulio Ruffini, Giovanni Cappelli, Francesco Verlicchi — diversi abbiano partecipato anche alle edizioni del Premio suzzarese, creando quei ponti silenziosi tra esperienze geograficamente distanti ma culturalmente congruenti che la storiografia dell’arte italiana fatica ancora a ricostruire nella loro piena complessità.
La mostra cervese, dal canto suo, pone una questione di metodo che merita di essere esplicitata. Claudio Spadoni — curatore di lungo corso, profondo conoscitore della scena figurativa romagnola e non solo — imposta il progetto come un’indagine comparativa sui meccanismi del collezionismo istituzionale generato dai premi d’acquisto. La scelta è storiograficamente avvertita: i premi d’acquisto sono stati per decenni uno strumento fondamentale di costruzione del patrimonio artistico italiano, spesso sottovalutato dalla critica ufficiale proprio perché operante al di fuori dei meccanismi di mercato e di consacrazione che strutturano il campo artistico metropolitano. Nelle commissioni giudicanti dei grandi premi — e Suzzara non fa eccezione — sedevano critici della levatura di Raffaele De Grada, Giulio Carlo Argan, Marco Valsecchi: nomi che avrebbero figurato benissimo nelle giurie di Venezia o Roma, ma che scelsero di portare la loro autorità critica anche in contesti periferici, contribuendo a legittimare esperienze che altrimenti sarebbero rimaste ai margini della narrazione storiografica dominante.
Per il Museo Galleria del Premio Suzzara, questa doppia presenza romagnola rappresenta un’occasione preziosa di visibilità extra moenia, ma anche un banco di prova per la narrazione identitaria che il museo sta costruendo attorno alla propria collezione. Negli ultimi anni, il lavoro curatoriale e scientifico del museo si è concentrato sulla ricostruzione della storia materiale del Premio attraverso le sue edizioni e i suoi protagonisti: dagli artisti premiati ai critici giurati, dai donatori occasionali agli artisti stranieri che parteciparono a partire dagli anni Sessanta, portando nel cuore della Pianura Padana ventagli espressivi inattesi. Le mostre in corso al museo stesso — “La paga del sabato” (1948–1958) e “Il costo del pane” (1958–1968), che rimarranno aperte fino al 25 luglio 2026 — analizzano proprio il nucleo fondativo della collezione attraverso la storia dei premi in natura, restituendo agli oggetti premiati la loro doppia valenza di compenso economico e documento antropologico. Le due rassegne romagnole si inseriscono idealmente in questo percorso di riscoperta, proiettando la collezione suzzarese fuori dalla sua sede e misurandola con altri sguardi, altri contesti, altre genealogie critiche.
C’è infine una considerazione più generale che le due mostre suggeriscono, e che riguarda la questione attualissima del ruolo dei musei civici di piccola e media dimensione nel panorama culturale italiano. Il Premio Suzzara, come il Premio Campigna, come il MIC di Faenza, ha costruito nel tempo una raccolta che non è riducibile a una somma di singoli capolavori né a una illustrazione di tendenze stilistiche: è piuttosto un archivio di relazioni, un deposito di storie, un luogo in cui la storia dell’arte si intreccia con la storia sociale, economica e politica di una comunità. Musei come il Museo Galleria del Premio Suzzara sono custodi di una forma di memoria che non ha equivalenti nelle grandi istituzioni nazionali: una memoria situata, radicata, capace di interrogare il presente a partire da un luogo preciso e da una comunità concreta. Le mostre romagnole del 2026 ci ricordano che questa memoria ha ancora molto da dire, a patto che sappia uscire dai propri confini e misurarsi con la storia più larga di cui è parte.
Adrian Botan ed Erika Vecchietti
Nell’immagine in alto: Alberto Sughi, “Viaggio di notte”, 1956, olio su tela, 130,2 x 170 cm.
