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Ci si ricorda del suolo solo quando il portafoglio piange

N. 72- Novembre 2022

 

 

Ci si ricorda del suolo solo quando il portafoglio piange

Dopo due settimane di guerra in Ucraina, abbiamo tutti sotto gli occhi la tragicità di questa sciagura. Accanto all’immenso dramma umano delle popolazioni coinvolte, si comincia anche a comprendere quanto sia fragile il nostro sistema economico, compreso quello agricolo. L’intera filiera agro alimentare sta rischiando il cortocircuito, non ci sono più cereali per l’alimentazione degli animali e la mancanza di grano dall’est Europa sta bloccando le produzioni di pasta e farina, comprese quelle che dichiarano l’uso del 100% di prodotti italiani (sic!).

Improvvisamente ci si accorge che il suolo su cui produrre in Italia è poco e si dice che occorre correre ai ripari.

Negli ultimi anni si è parlato tanto di consumo di suolo ma abbiamo continuato a impermeabilizzarne tantissimo. Dal 2012 al 2020 secondo l’ultimo report sul consumo di suolo dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), a livello nazionale sono stati consumati 37.500 ettari di terreno agricolo, che corrispondono ad un’estensione di circa 17 campi da calcio al giorno e che hanno comportato una perdita di produzione agricola di più di 4,15 milioni di tonnellate, principalmente seminativi e foraggi.

La perdita delle superfici coltivabili è irreversibile, quello che si produceva su quei suoli non lo si può più fare, come dimostra uno studio internazionale di qualche anno fa, che ha analizzato le conseguenze del consumo di suolo in una delle aree più fertili al mondo: la pianura emiliano-romagnola. Qui, tra il 2003 ed il 2008, l’urbanizzazione ha sottratto all’agricoltura circa 15.700 ettari. Supponendo che su quei suoli ora urbanizzati si fosse coltivato grano, si sarebbe potuto soddisfare il fabbisogno calorico di più di 400.000 persone all’anno, ogni anno, cioè più del 13% della popolazione della regione.

Noi europei viviamo in aree dove l’agricoltura cerca di massimizzare il redito e in nome di questo non fa una grande differenza coltivare grano o lottizzare per costruire villette a schiera. La differenza la fa (solo) la resa economica. Purtroppo, non si considera il fatto che nonostante la nostra economia sia dominata da operazioni finanziarie, dipendiamo da processi molto basilari come piantare un seme, crescere la pianta e raccoglierne i frutti. La globalizzazione e il facile scambio delle merci sono stati spesso presi come pretesto per poter rinunciare ai nostri suoli agricoli, salvo poi accorgersi che la stessa globalizzazione ci lascia tutti senza cereali quando scoppia una guerra.

Ciò che sta accadendo dovrebbe farci comprendere l’importanza di poter produrre cibo, di poterlo produrre sano su suoli sani, e, attraverso la disponibilità di terreni agricoli, poter continuare a farlo.

Francesco Malucelli

Per approfondire: Report ISPRA sul consumo di suolo 2021 (https://www.snpambiente.it/wp-content/uploads/2021/11/Rapporto_consumo_di_suolo_2021.pdf)

Soil is brown gold in the Emilia-Romagna region, Italy (http://dx.doi.org/10.1016/j.landusepol.2014.01.019)

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