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Chi l’ha detto? Ma l’ha detto davvero?

N. 72- Novembre 2022

 

 

Chi l’ha detto? Ma l’ha detto davvero?

Attento, che ti cito! Non c’è difesa contro l’inflazione di citazioni, molte altamente inaffidabili. Come fare? Questo è un piccolo prontuario semi-inutile per vagliare lo tsunami di aforismi.

Ai margini di un pezzo che spiega l’inattendibilità dell’attribuzione a Dostoevskij di una inflazionatissima frase sulla tolleranza e gli imbecilli, un commentatore smarrito si chiede: come fare a verificare? Va a finire – questo il suo rovello – che si svuotano tutte le pagine “social”. Il perplesso e turbato commentatore ha in parte ragione e in parte no, ma il simpatico problema è reale. E irrisolvibile, a meno che non sorga un’etica planetaria. Altra cosa improbabile. In realtà, la questione della verifica delle attribuzioni delle citazioni non è molto dissimile dal problema della verifica delle altrettanto inflazionate notizie-bufala (o fake news, che fa più tendenza).

La rete planetaria consente, alla velocità delle connessioni elettromagnetiche, di spargere qualsiasi notizia e citazioni ad una velocità incontrollabile. E la ridondanza accentua, conferma, cementifica nella memoria elettronica di tutto di più. E così troviamo stra-citato Einstein, che di certo era una gran testa, ma al quale vengono attribuite considerazioni su tutto. E spesso con pensieri in contrasto tra loro, usati ad esempio da atei o da credenti, che brandiscono così a proprio vantaggio il celebre Nobel. Può essere che una mente tanto prodiga di ricerca come quella di Einstein abbia partorito pensieri di ogni genere. Ma son tutte sue? Fin dall’infanzia scolastica?

Forse ancora più citato è Oscar Wilde. Alcuni siti gli attribuiscono il primato, ma anche questa è una verifica non facile. E gli fa una bella concorrenza il brillantissimo Chesterton. Comunque, nel caso di Wilde, è se non altro autentico il fatto che lui amasse creare e diffondere aforismi sferzanti. Idem dicasi per Chesterton, al quale non fanno in ogni caso difetto attribuzioni spurie.

Alcuni dei motivi che producono e alimentano l’inarrestabile tsunami di citazioni sono in realtà – diciamocelo! – l’ignoranza e la saccenza (oltre all’estrema facilità di copiare e incollare qualsiasi cosa). Citare o evocare un grande, fa supporre che il “diffusore” del profondo pensiero sia estremamente acculturato. L’aforisma serve da alibi, per spacciare a costo zero cultura che non si è in realtà mai praticata e posseduta. E siamo nel primo caso, l’ignoranza non ammessa.

Spesso invece – e siamo sul terreno della saccenza esibita – chi concede un aforisma potente lo fa proprio per calare sull’uditorio la propria scienza infusa. Naturalmente a volte c’è semplicemente l’entusiasmo non disprezzabile anche se ingenuo, frettoloso, per l’efficacia di certi puntutissimi giudizi, come il citato pensiero erroneamente attribuito a Dostoevskij: “La tolleranza raggiungerà un tale livello che alle persone intelligenti verrà vietata la minima riflessione, affinché non offendano gli imbecilli”.

Che fare dunque, per usare e diffondere almeno con cautela citazioni e non cadere in trappole diffuse? In realtà la battaglia è persa in partenza, ma ci sono almeno due avvertenze usabili. La prima è che una citazione debba indicare anche il testo o l’occasione dalla quale è tratta. Se manca, conviene dubitare in partenza. Viceversa, se c’è, un riscontro è più facile, posto che in rete sono reperibili oramai miliardi e miliardi di pagine o di video. La seconda avvertenza è che crescono siti o blogger – in italiano, in inglese, in qualsiasi lingua – che, per passione o mestiere, spesso investigano nella ricerca della “verità fattuale” di alcune attribuzioni (così come vanno crescendo i siti anti-bufale, che smontano seriamente molte notizie fasulle). E questi siti sono facilmente reperibili, anche solo usando un motore di ricerca, nel quale aggiungere semplicemente – accanto al nome di un supposto autore e qualche parola chiave della frase sotto verifica – parole come “bufala”, “falsa attribuzione”, verifica autore et cetera.

Non basterà, sia ben chiaro, accontentarsi di ritrovarlo citato spesso: la rete ridonda facilmente migliaia di volte qualsiasi errore. Tutto ciò non rallenterà questa moda galoppante di infilare aforismi ovunque. Se va bene, potrà alimentare in alcuni un po’ di curiosità e metodo. Ben sapendo che anche la stessa precisazione di un testo, pur essendo già un bel salto di qualità, non dà la certezza assoluta, un po’ come i vaccini.

Un esempio, recente. Tra due amici giornalisti s’era acceso un piccolo dibattito sull’attribuzione a Tommaso Moro (1478-1535) di una celebre preghiera, che suona così: “Signore, dammi la forza di cambiare le cose che possono essere cambiate, la pazienza per sopportare quelle che non possono essere cambiate, ma soprattutto l’intelligenza di saper riconoscere e distinguere le une dalle altre”.

Il testo è riferito, anche su Wikipedia, come preso delle celebri “Preghiere della Torre” (recitate da Moro prima di essere giustiziato). In siti più approfonditi si scopre in realtà che questa preghiera è parte di una più ampia “preghiera della serenità” diffusa dal teologo protestante Reinhold Niebuhr (1892–1971). Se Moro abbia ispirato Niebhur, almeno in parte, è un dibattito ancora aperto, ma il dato verificabile è che questa frase, esattamente così, non c’è nelle Preghiere della Torre, che tra l’altro sono una lettura alla portata di chiunque, straordinaria, breve e profondissima. Questo per dire quanto possa essere complicato scavare. In ogni caso è probabile non si riuscirà a strappare a Moro o a Dostoevskij o ad Einstein le “loro” frasi. E si capisce perché tutto questo mini-prontuario per vagliare l’inflazione di aforismi che tracima nel “social” sia probabilmente del tutto vano e inutile. Consoliamoci al pensiero che, tra tutti i mali del mondo, l’epidemia di aforismi e varianti non è in effetti di certo il più drammatico e impellente dei problemi.

Gianni Varani

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