Bologna, il Bar Rossoblù
È morto da poco Stefano Benni, la cui fortuna letteraria è tutta sedimentata su Bar Sport (1976).
Oggi i racconti di quel libro sembrano esercizi onirici, i personaggi paiono paradossali e, tra le pagine, non si reperiscono tracce di realismo (il realismo è come ci ordinano di vedere la realtà). Di questi tempi l’ironia naturale e tenera dei VECCHI DA BAR è una forma di intelligenza sconosciuta.
Io testimonio che i bar di Bologna, durante il trentennio 1965/1995, brulicano di vita vera, con quella patina di follia che la rende esplosiva.
Garantisco che nulla del Bar Sport di Benni è inventato, anzi è al di sotto dell’effettività di allora.
Come ho detto altre volte, tra il 70 e il 90 io frequento il Bar Rossoblù, che mutua il nome dai colori della blasonatissima squadra di calcio. Le denominazioni dei bar dell’epoca hanno un richiamo esotico, Tropical, Mexico, Mocambo, Miami (che in pochi pronunciano Maiemi). Oppure si identificano con la zona in cui hanno sede: Mazzini, Corticella, Pilastro, Crociali, Foscherara. Oppure conservano il cognome di proprietari storici: Cuomo, Minoccheri, Billi, Pollacci, Nanni.
Il Rossoblù è su via Bondi, quasi all’angolo con via Mazzini, ramo est della via Emilia. È perimetrato da due grandi vetrate esterne, pericolose: il rettangolo di vetro che funge da porta non si distingue. Se sei un aficionado l’entrata la trovi a memoria, ma se sei un occasionale puoi anche incorrere in una capocciata. L’insidia della porta semisegreta aumenta quando all’interno del bar il fumo è denso come se Toro Seduto stia inviando un romanzo con nuvole grigie. E raggiunge il massimo se la nebbia fuori diventa tutt’uno col fumo citeriore (pardon per il latinismo): allora è più facile trovare un quadrifoglio nel deserto che il pomello del vetro apribile.
1. La sala d’ingresso. Molto spaziosa, dominata dal bancone, blocco di fòrmica rossiccia con rombi metallici applicati. A sinistra la macchina del caffè Faema, cucciolo di stegosauro sbuffante. La parete oltre il banco è rivestita di specchi, che danno profondità. Mensole di cristallo temperato reggono Unicum, Fernet Branca, Petrus Boonekamp (amari forti come tuoni dell’Apocalisse). Poi si allineano whisky che più che invecchiati sono stanchi della vita. A comoda portata del barista stanno il vigoroso Biancosarti (lo bevono Amedeo Nazzari e il Tenente Kojak), lo Stravecchio e la Sambuca da correzione, gli ambrati Stock 84 e Oro Pilla, il Rosso Antico (rosa coma maglia del Liverpool lavata a 90°), la Ferrochina Bisleri (Trapattoni, finito l’allenamento, se ne fa uno shottino. Composta con citrato di ferro, la Bisleri è consigliata alle donne durante le mestruazioni e, nonostante i 25°, ai bambini anemici).
La bottiglia dell’Aperol è la più alta di tutte, imprendibile, vestita di ragnatele che vibrano agli spifferi.
A sinistra della porta staziona il frigorifero dei gelati, rettangolare e arancione. Si apre dal di sopra con i due vetri che scorrono l’uno sull’altro. Contiene Camillino, Cornetto, Ricoperto, Ghiacciolo Dalek, Coppa del Nonno. Più a sinistra ancora sfavilla il flipper, col cicicic della pallina che rimbalza tra funghi bluastri/sagome di cowboy dalla colt facile/serpenti che risuonano come i sonaglini dei bimbi piccoli. Sul flipper è attaccato il foglio su cui vengono registrati i punteggi via via più alti: il maggiore del mese porterà alla vincita di uno spumante così dolce da mandare in coma un orso diabetico.
A destra dell’entrata il telefono a gettoni è aggrappato alla boiserie come un koala grigio a un eucalipto. Le istruzioni, scritte a mano, raccomandano: “Telefonate brevi. Non fate l’amore (eufemismo) per telefono”.
Dalla parete di destra incombe il televisore. Il TV grava minacciosamente in quanto pende obliquo verso il telespettatore, che, per guardarlo, deve stare seduto con la testa tutta all’indietro. Lo schermo spento pare la gola nera di un drago e anche il tubo catodico, gabbia di elettroni frustati, richiama il collo di una bestia mitologica. L’apparecchio è sempre acceso per il Festival di Sanremo e per 90° Minuto (Vasino/Carino/Giannini/Pasini/Sposini…)
2. Le foto con dedica. Sul muro del Tivù campeggiano due gigantografie. La prima ritrae Franco “Cesco” Cavicchi, mitico pugile di Pieve di Cento, capace di radunare 66000 spettatori per un match allo stadio di Bologna, nel 1955 (in quell’occasione vince la corona europea dei pesi massimi contro il tedesco Neuhaus). Cesco ha dimensioni perfette e muscolatura da scultura greca (altezza 1,84, peso kg 91, stessa misura per circonferenza del collo e del bicipite gonfio: 45 cm). Volto bello, da attore francese, anche se l’attaccatura del miliardo di capelli neri è bassa e tenace, come incollata col bostik. Torace a due ante per un totale di 120 cm. La foto, firmata, lo ritrae mentre prepara il micidiale gancio sinistro.
Al Rossoblù viene un tizio che si proclama ex pugile. Potrebbe essere vero perché nel suo naso schiacciato l’aria entra a fatica; la bocca è a romboide, come abbia preso per 10 anni dei jab da Cassius Clay. Il tipo è soprannominato Rocky Marciano.
Il Rocky de noantri racconta di aver sostenuto un incontro col Cavicchi e di essersi ritirato al primo minuto. La mamma di Rocky gli raccomanda: “mangia, figlio mio, che devi fare un lavoro pesante”. Rocky si scòfana due piatti di tagliatelle al ragù, ma al primo montante va all’angolo, si inginocchia e vomita nel secchio prontamente allungato dall’allenatore.
Marciano dice di aver fatto la doccia insieme al suo avversario e di essere rimasto impressionato dalla lunghezza del membro virile (eufemismo) del Cesco: secondo Rocky, in posizione orizzontale, avrebbe sostenuto tre galline.
Dal 1987 accanto a Cavicchi appare la foto di Alberto Tomba, accovacciato sugli sci, con le cosce come prosciutti sotto lenti di ingrandimento. In quell’anno le immagini del campione bolognese invadono tutti i bar, tutti i ristoranti, tutte le botteghe dei barbieri, tutti i negozi di abbigliamento. Le dediche e le firme dell’Albertone sono in calligrafie diverse nei vari locali. Si sa che Tomba è semianalfabeta e quindi le epigrafi sono compilate dagli esercenti.
Sfruttando la notorietà del momento, in quegli anni si cerca di far prendere la maturità al fuoriclasse degli slalom. Lo portano in un comune dell’entroterra calabro, cui si arriva solo per strade sterrate. Alla commissione dell’istituto scolastico basta dire il proprio nome e il proprio cognome e viene subito rilasciata la licenza media superiore. I professori chiedono allora al maturando: -Nome e cognome-
E l’Alberto: -Che cavolo (eufemismo) volete da me brutti terroni mafiosi-
Si scatena una rissa.
3. Il rito di accoglienza. Se sei un habitué, appena entri nel bar qualcuno ti si para davanti, ti afferra i testicoli e li stringe per una trentina di secondi. Durante la presa l’agguantato pronuncia monosillabi scimmieschi: -Uh, Oh, Eh-. È naturale cercare di sottrarsi alla morsa, rinculando. Allora un compare ti tampona da dietro e tu, mandando in avanti il pube, sei più facilmente acchiappabile.
A chi tocca fare il cattura-palle? Di solito il penultimo arrivato, appena gagliardamente torchiato dal terzultimo cliente, si occupa del benvenuto all’ultimo sopraggiunto. A volte c’è uno strizzatore seriale, ad esempio il fioraio del negozio “Siamo al verde”, che per una mezz’oretta si occupa lui del ricevimento manuale.
Ogni portatore di zebedei è soggetto al rituale di ben trovato. Non scampa nessuno, tutti serrati da dita artiglianti: l’occhialuto professore universitario di Storia Medievale, il meccanico con salopette unta, l’incravattato industriale del tondino di ferro, il ragioniere della Banca del Monte di Pietà, il ciabattino con l’immagine della Madonna sul grembiule, lo svogliato studente di giurisprudenza, l’avvocato nonché venerabile della Loggia massonica “Compasso e Asso di bastoni”, il proprietario di cavalli da corsa (col Trotto nella tasca della giacca), lo spericolato trafficante di diamanti russi, il muratore con pancia estroflessa come un decanter, il panettiere di Caserta con panciotto da camorrista, il vaginologo-proctologo a giorni alterni, i fratelli Pasqui che si sono arricchiti rubando rame durante la guerra (ora tagliano qualche grondaia per divertimento)……..
Il succedersi dei brevissimi versi animali dei ghermiti (anche Ih e Ah) rimanda a un sabba di gorilla alfa in calore.
Episodio leggendario, della serie “come non fidelizzare un cliente”. Una mattina entra Gondrand, titolare di piccola impresa di traslochi. Capelli biondastri, erculeo anche nelle guance, braccia che con quattro sbadilate scavano la fossa a un rinoceronte ucciso dai bracconieri.
Un avventore, mai visto prima nel bar, ha trasportato la tazza del cappuccino sul congelatore dei gelati, su cui comincia a sfogliare il giornale. Dando le spalle ai presenti, l’estraneo viene scambiato da Gondrand per un amico, assiduo del Rossoblù. Riproducendo la cerimonia d’accoglimento, Gondrand infila la mano da dietro il deretano dello sconosciuto, tra le cosce appena divaricate. Piglia i coglioni (mi sfugge l’eufemismo) e li stritola con la sua forza da Hulk imbufalito. Mentre spreme le gonadi Gondrand invita il malcapitato: -Fischia Carosello-
L’ignoto consumatore si volta, rosso senza nessuna delle 50 sfumature. Balbetta: -Noon…co…nosco…la…mu…sica-
Gondrand molla la preda e si scusa: -Mi spiace. Sono cose che succedono-
3. La sala da gioco. Un varco nel muro mette in comunicazione la sala d’ingresso con la sala da gioco (col fumo così compatto che facendo una lastra collettiva ai giocatori non si distinguerebbe un solo polmone). Qui hanno residenza 10 tavolini quadrati, tutti deputati alle partite di carte. Si gioca dunque in quattro oppure in due, testa a testa. Si gioca a briscola, a tressette, a massino, a matazza, a sbarazzino, al tarocchino bolognese, a bridge (che è la semplice scala 51). Si gioca di soldi, da una cifra che copre le bevute di 12 spume al cedro fino all’intera pensione di un brigadiere.
I tavoli potrebbero definirsi a tema, poiché qualcosa accomuna i giocatori. C’è il tavolo dei marescialli, tutti piccolotti e a forma di botte. C’è il tavolo dei rappresentanti, di vini/di protesi ortopediche/di prét-à-porter/di macchine da scrivere (lettera 22). C’è il tavolo dei nominati con luoghi geografici, laddove sono nati o hanno abitato: Romagna/Tripoli/l’Inglese/Australia.
Rumore tipico della sala è il “busso” del tressette, quando le nocche di un giocatore picchiano forte sul tavolo per chiedere al compagno la carta migliore del seme giocato.
Le sfide a briscola sembrano interpretate da portatori di tic. I “segni” silenziosi servono a comunicare il possesso di carte importanti: si protrudono le labbra per denunciare l’Asso di briscola, si muove la bocca a sinistra se si ha il Tre, si alzano le sopracciglia quando si impugna il Re, si solleva la spalla se si pesca il Cavallo, si tira fuori la punta della lingua se si dispone del Fante.
Una costante di molti tavoli è l’osservatore esterno che, mentre si contano i punti, pontifica su eventuali errori commessi dagli attori protagonisti, i quali lo zittiscono: -ta ni gnanc bon ed ster a vadar-.
A carte c’è chi perde sempre, solitamente chiamato il caviglio. Quando il perdente compare sulla soglia della sala si forma un assembramento vociante per accaparrarselo.
Un caviglio certificato è il vigile Ruben, camicia celeste di servizio e pantaloni da safari con targhetta antitaccheggio ancora attaccata.
Il vigile paga alcuni dei suoi debiti cancellando le multe dei suoi avversari vincenti.
Al gioco delle carte c’è il baro, a volte dilettante. Ad esempio: un quinto maresciallo, dissociato dai suoi pari grado, intavola ogni giorno un bridge col Lillo, corpulento dipendente Enel che all’Enel nessuno conosce (sta proseguendo il quindicesimo anno consecutivo di malattia). Il maresciallo ha cognome tedesco, Wuber. Fuma, col bocchino, sigarette le cui ceneri non cadono, ma restano sospese in grigie linee rette. Non si leva mai il cappello, un borsalino blu di Prussia. È sempre insieme al cagnolino Edo, un bastardo bianco e nocciola che tiene legato alla sedia.
Il sottufficiale Wuber si porta da casa due jolly, celati nei risvolti delle maniche della giacca. Quando gliene serve uno per chiudere una mano, con mossa veloce preleva la “matta” supplementare dal nascondiglio. Poi, per riprendere il jolly spurio usato, il maresciallo fa cadere a terra quattro o cinque carte e, nel raccoglierle, occulta di nuovo la carta polivalente.
Il trucco svanisce quando, dopo una “chiusura”, sul tavolo rimangono stese 5 “matte”, di cui una platealmente inattendibile. Il Lillo si alza coi suoi 140 kg di cerchi adiposi. Stringe per il collo il dirimpettaio imbroglione, lo sradica dalla seggiola e lo sventola a destra e a manca.
Il volto del maresciallo è già colore del borsalino. Edo abbaia disperato. Dalla sala d’ingresso accorrono Gondrand e altri tre robustoni: a fatica staccano le dita del Lillo dalle giugulari del truffatore.
Dai tavolini da gioco non si è alzato nessuno. Una partita in corso non si interrompe mai, nemmeno per un baro prossimo alla bara. Una partita si può bloccare solo in caso di terremoto del settimo grado Mercalli.
4. Alcuni personaggi. “Agonia” lavora per un’agenzia di pompe funebri. È un becchino con regolare di-partita IVA. Magro come una falce, viso depauperato di cellule, sopracciglia cresciute col fertilizzante. Passa diverse ore al Trapassatoio (il vicino Ospedale Malpighi), per cogliere in tempo reale un decesso e avvicinare i parenti del morto, offrendo loro l’organizzazione delle esequie e delle onoranze funerarie.
Quando Agonia accede al Rossoblù è istintivo toccarsi lo scroto. Anche se il necroforo è simpatico. Con lui va sempre in scena una gag; qualcuno gli chiede: -Agonia, chi è morto oggi? – Lui spiritosamente risponde: -Si è spento l’elettricista-, oppure -È mancato l’idraulico, una grossa perdita-, oppure: -Il pilota Alitalia è volato nel più alto dei cieli-, oppure: -Il piastrellista ora riposa in pace-, oppure: -Dopo 30 birre se n’è andato il cinese No Chin Ott: un grande lutto-
Zoppas è claudicante: afferma che gli è stato asportato un cancro al tallone, sostituito con una rotella di lavatrice.
Carletto Muraro è un giocatore di calcio, velocissimo: lui prende palla nella propria area di rigore e dribbla tutto l’undici avversario. A volte esce dal campo e, palla al piede, va a segnare in uno stadio a 5 km di distanza. Lungo il percorso scarta alberi, taxi, motociclisti. A un passaggio a livello incustodito, disorienta con una finta una locomotiva che deraglia (dal bar arrivano Gondrand, altri 5 robustoni e Ursus Vagoni, ferroviere scambista: raddrizzano di peso l’automotrice e la rimettono sui binari).
Altro giocatore è Robby Acquafresca, centravanti sovente assopito su una sedia. Anche durante le partite si addormenta in area, come una zia al cinema.
Sauro, il barbiere ossessionato dalle sue partite di biliardo. Quando vai a tagliarti i capelli nel suo negozio, lui ti disegna sulla testa, con le forbici, la posizione di palle e pallino dell’ultimo match. Esci che non hai uno sfoltimento uniforme ma dei buchi nella zazzera.
Gigino Circotogni, nano con cappello da Davy Crockett, probabile ex artista circense. Lui sostiene che le gambe gli si sono rimpicciolite perché, durante uno spettacolo, un elefante maltrattato gli si siede per ripicca su femori e tibie.
Pajera, il maratoneta “che in Kenya se lo sognano uno così”. Il personaggio, settantenne e con dentiera funambola, racconta che da giovane corre una maratona di 42 km canonici. A metà gara, da un balcone, una signora procace gli fa l’occhiolino. Pajera sale, di corsa, le scale del condominio, si intrattiene con la donna ammiccante per un quarto d’ora, quindi riprende la gara. Pajera supera ad uno ad uno quelli che lo hanno sopravanzato durante la sosta copulativa; vince la gara a braccia alzate, tra applausi che si riservano alle medaglie olimpiche.
Bukmek, allibratore clandestino dell’ippodromo, linciato a colpi di sulky dai bookmakers ufficiali per le sue quote vantaggiose. Sulle gote porta cicatrici che sembrano tagli sulle tele di Lucio Fontana. Bukmek indossa un cappello a larga tesa e tiene in tasca due topi piccolissimi, uno nero e uno bianco. Quando li appoggia sulla falda del copricapo si può scommettere quale dei due roditori raggiungerà per primo l’altro.
Il Maestro Carrà, ex insegnante di scuola elementare, inutilmente forbito quando parla con chiunque. Un giorno piglia due schiaffi da Tonino, vecchietto tutto ossa e solo 3 chili di carne. Il Maestro lo riprende: -Ma non faccia il saccente! – E Tonino, menando le mani:
-Saccente sarà tua sorella-
Il Petroliere, null’altri che il benzinaio odoroso di nafta e con un sopracciglio fuori bolla, come il mister Ancelotti.
Il Tagliagole, magnaccia avvertito dal racket dei marciapiedi “battuti” con una coltellata, ben visibile da mandibola a pomo d’Adamo.
“Sconsolato Sganascin”, uno dei primi ristoratori cinesi. Alterna momenti di riso irrefrenabile a facce tristissime, come un delfino bipolare.
Mamadou Diuf, senegalese asciutto, alto quanto un watusso (“alle giraffe guardiamo negli occhi”), nero senza nessuna delle 50 sfumature, tunica crema, capostipite dei Vu cumprà. Su un tavolo della sala d’ingresso dispiega, uno sull’altro, 3 tappetini su cui piazza idoli africani in legno.
“100 lire”, alias Spartaco al drughé, che ogni giorno tenta una colletta per poi rifornirsi di qualche stupefacente. Capelli lunghi e secchissimi, giaccone di pelle consunta al limite della resa. A tutti chiede una monetina e si giustifica: -Devo uscire dal tunnel-. Brunino, postino al mattino e imbianchino dopo il pasto-panino, incazzoso di default, minaccia “100 lire”: -Se ti rivedo ti ci muro dentro in quel tunnel-
continua, probabilmente…
6. Le donne. Rare come i lupi rossi e gli scrittori veri.
Una barista storica è Teresa, proveniente da Ottaviano, paese natale di Raffaele Cutolo. Lei dice di essere imparentata col boss napoletano. Il suo fisico è paragonabile a una lavatrice con 20 kg di capacità, appoggiata su caviglie gonfie. Capelli a elmetto, grigi senza nessuna delle 50 sfumature. Di tanto in tanto Terry soffre di fitte alla schiena e allora Nello, ex infermiere uguale a Zio Fester, va dietro al banco e, sollevata la gonna alla barista, le conficca una siringa di antidolorifico nel gluteo. Per qualche ora pomeridiana vengono a dare una mano a Teresa i 2 figli, Ciro e Niculino. I ragazzi sono atletici e piuttosto che fare il giro del bancone spesso lo sorvolano a gambe unite, stile Nino Castelnuovo (sì, l’Olio Cuore e il salto della staccionata). Dalle cinture dei guaglioni spuntano i calci di pistole, rapidamente estraibili.
Un settembre tiepido vola dentro al bar una di quelle cavallette giganti che si vedono solo nei pressi dell’autunno. L’insettone si posa sulla molla spara-palline del flipper. Terry la afferra a mano nuda, le stacca la testa con un morso, la getta nel cestino rifiuti. Poi si strofina i palmi sul grembiule e torna a imbottire panini col prosciutto.
Jessica è un’altra barista di lungo corso. Occhi svegli e trecce che escono orizzontali dalla testa, a imitazione di Pippi Calzelunghe.
La Jessy ha purtroppo una dislocazione beffarda della massa corporea. Le tette sono quasi assenti, in pratica due bustine di thè, mentre le natiche giganteggiano e non sarebbe utopia porre due legnetti da sostegno.
Per fortuna al bar passa spesso Miky La Rocca, lungimirante praticante di chirurgia plastica. Miky ci ha messo 11 anni per laurearsi in Medicina, ma a sua difesa va l’attenuante che i primi due ha studiato con Takis, greco pelosissimo che, già iscritto alla Facoltà da sei anni, ha dato solo Istologia e Anatomia topografica.
Miky è un talento del bisturi, tanto che alcuni rigonfiamenti della Parietti sono già passati sotto le sue mani. -Solo ritocchini-ini-ini- garantisce il chirurgo (e dice di certo la verità dato che l’Alba nazionale nel 1979 è candidata a Miss Universo).
^^Breve inciso: ottobre 1990, un tardo pomeriggio Alba Parietti entra nel Rossoblù insieme a Stefano Bonaga. Lei ordina un caffè ristretto senza zucchero, lui, essendo filosofo/politico/poeta ordina un caffè-haiku: deca macchiato lungo in tazza piccola con zucchero di canna. Miky La Rocca si aggiunge al bancone per un Cynar, contro il logorio della vita moderna.
La Parietti e il chirurgo si baciano le guance, si sorridono e parlottano. Riferisce Jessica che Miky abbia così benevolmente scherzato con la sua paziente: -Alba, ancora un po’ di silicone e, se finisci in una tribù cannibale, ti mettono nel cibo spazzatura-^^
Comunque Miky rassicura la Jessy: -Ti rimetto a posto io-
Dopo un mese trascorso in una clinica in cui La Rocca opera, Jessica torna a fare la barista. È trasformata: poppe che fanno provincia, tipo Pesaro/Urbino, lato B (eufemismo) da Nadia Cassini, capelli lisci e neri alla Pocahontas. Gli occhi svegli sono ora la miccia che fa deflagrare il fascino. I 7 puttanieri più incalliti del bar si appendono al bancone, sbavanti.
A mezzogiorno e mezza arrivano al Rossoblù le ragazze-cavalle. Cavalle non nel senso dell’esuberanza, ma perché sciamano da un capannone poco distante verso la pausa pranzo. Gli scommettitori del bar, più accaniti di Pupo, puntano ogni giorno su quale fanciulla-cavalla attraverserà per prima la porta. Le ragazze lavorano alla Magica, fabbrichetta di biancheria intima. Casualmente hanno tutte un nome che finisce in ana o ena: Doriana, Loredana, Rossana, Adriana, Viviana, Morena, Lorena, Marilena, Maddalena, Maria Catena (from Acireale). Le accompagna il caporeparto Bobby, un brizzolato con occhiali dorati, che ogni giorno cita, magniloquente ma maldestro, il filosofo Plutone (yes, Plutone). Un esempio di castroneria, però discutibile; per Bobby: -Dagli impotenti vengono gli uomini più malvagi- mentre per l’ateniese Platone: -Dai potenti vengono gli uomini più malvagi-. Comunque, quando le cavalle si assiepano al bancone, i sensori di testosterone nel Rossoblù impazzano come contatori Geiger accerchiati da radiazioni ionizzant
continua, probabilmente…
E a Stefano Benni la terra sia lieve, come una battuta comica
Carlo Maria Milazzo
