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Bio è buono, antispreco è meglio

N. 72- Novembre 2022

 

 

Bio è buono, antispreco è meglio

I prodotti biologici e biodinamici stanno conquistando sempre più le nostre tavole in funzione di una accresciuta consapevolezza nelle scelte alimentari di qualità da parte della popolazione.

Ma l’agricoltura biologica e biodinamica potranno affermarsi a tal punto da sostituire, sia pure gradualmente, l’agricoltura convenzionale? La questione è aperta. Sappiamo infatti che le rese delle colture bio sono mediamente più basse (essenzialmente per il ridotto uso di prodotti chimici) mentre i costi dei prodotti sono più elevati, perché produrre bio richiede pratiche che alla fine risultano più costose. Allo stesso tempo la crescita esponenziale della popolazione necessiterebbe di una produzione di cibo maggiore, possibilmente a un prezzo basso. Come si esce da questa impasse? Non è facile ma, allo stesso tempo, non è impossibile.

La chiave di volta sta in tre paradigmi: la creazione di un’alleanza fra produttore e consumatore (i gruppi di acquisto ne sono un esempio), l’uso di tecnologie sostenibili anche molto avanzate (agricoltura di precisione che utilizza droni e informatica) ma soprattutto la riduzione degli sprechi. Eh sì, potremmo infatti comprare meno cibo, pagarlo forse un pochino di più, ma soprattutto consumarlo tutto, senza sprechi. Su questo ultimo punto il lockdown ci ha dato una mano. È curioso pensare che il rimanere chiusi possa aver fornito anche qualche vantaggio, ma è così.

Riduzione degli sprechi

La pandemia ha ridotto lo spreco alimentare in Italia di quasi il 12% nel 2020. Tutto ciò deriva dalla maggiore consapevolezza del valore del cibo, così come delle buone pratiche indotte dal lockdown alla vita domestica. Adesso però è necessario capitalizzare i risultati che sono stati raggiunti e puntare verso gli obiettivi di sviluppo sostenibile previsti dall’Agenda 2030 (programma dell’Onu che prevede il raggiungimento di 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile) grazie anche al Green Deal Ue (o Patto Verde europeo, un insieme di iniziative politiche proposte dalla Commissione europea con l’obiettivo generale di raggiungere la neutralità climatica in Europa entro il 2050).

Il Waste Watcher International Observatory on Food and Sustainability segnala che la quantità di cibo sprecato, pur se in notevole calo, è ancora troppa. Gli ultimi dati aggiornati sono stati diffusi il 5 febbraio scorso in occasione dell’8a giornata di prevenzione dello spreco (promossa da Campagna Speco Zero – Last Minute Market).

I dati dell’Italia

L’Italia del Covid sembra essere intenzionata a rilanciare lo sviluppo sostenibile: nel 2020 sono finiti nella spazzatura “solo” 27 kg di cibo a testa (530 grammi a settimana), quindi l’11,78% in meno (3,6 kg) rispetto al 2019. Questo significa oltre 222mila t di cibo “salvato” dallo spreco in Italia e un risparmio di 6 € pro capite, ovvero 376 milioni € a livello nazionale, in un anno intero. 

Raggiunge i 6 miliardi e 403 milioni di € lo spreco alimentare domestico nazionale, e sfiora il costo di 10 miliardi di € l’intera filiera dello spreco del cibo in Italia, sommando le perdite in campo e lo spreco nel commercio e distribuzione che ammontano a 3.284.280.114 €. In peso, significa che nel 2020 sono andate sprecate, in Italia, 1.661.107 t di cibo in casa e 3.624.973 t se si includono le perdite e gli sprechi di filiera 

Tendenzialmente gli italiani tendono a essere più spreconi a sud, dove viene gettato il 15% in più di cibo e avanzi (circa 600 grammi a settimana) e nei piccoli centri, mentre si spreca meno a nord (-8%, 490 g a settimana) e nel centro Italia (- 7%, 500 grammi settimanali). E sono le famiglie con figli a gettare più spesso il cibo: in media lo fanno il 15% in più dei single, che si scoprono più virtuosi e oculati, così come i cittadini dei centri urbani rispetto ai piccoli comuni. Un dato sorprendente è dato dal 38% di italiani che si definiscono “di ceto basso-medio basso” che getta il 10-15% in più rispetto agli altri.

«Gli italiani, dalle loro case e dalle loro cucine, reduci dai mesi di lockdown e distanziamento, lanciano un’Opa sul loro futuro – afferma l’agroeconomista Andrea Segrè, fondatore della Campagna Spreco Zero –. La tendenza a una netta diminuzione dello spreco alimentare domestico, che a livello nazionale e globale gioca la parte del leone con un’incidenza del 60-70% sullo spreco di filiera, si conferma saldamente in questo primo scorcio del 2021. Colpisce l’attenzione degli italiani al tema: l’85% chiede infatti di rendere obbligatorie per legge le donazioni di cibo ritirato dalla venditada parte di supermercati e aziende ad associazioni che si occupano di persone bisognose, in seguito all’aumento della povertà generato dalla pandemia Covid 19».

Tecnologia e futuro

In questo contesto il biologico può trovare la sua giusta collocazione purché non come un “ritorno al passato” ma piuttosto come un “ritorno al futuro”. È questa l’opinione di Fabrizio Piva, amministratore delegato di Ccpb (organismo di certificazione del biologico).

«Assieme alla tematica sociale ed etica, che non dobbiamo trascurare – afferma Piva -, la tecnologia dovrà essere il motore trainante del biologico. Un uso adeguato dei nutrienti delle piante oltre che della meccanizzazione e delle tecniche agronomiche, resta fondamentale. Nel biologico è anche ora che cominciamo a parlare di “genomica” e a confrontarci con le nuove tecnologie di miglioramento genetico, naturalmente sempre nel rispetto della sostenibilità».

L’agricoltore svolge un lavoro che deve essere valorizzato e tutelato per il suo indispensabile e insostituibile impegno nella tutela dell’ambiente. Molti agricoltori però sono costretti a chiudere la loro attività, come ci ricorda Fabio Brescacin, presidente di Ecor-Natura Sì (catena specializzata nella distribuzione di prodotti biologici e biodinamici), in quanto il prezzo che viene pagato dal mercato per i suoi prodotti non remunera la sua attività.

«In qualche modo il consumatore dovrebbe sostenere l’agricoltore – afferma Brescacin -. Ritengo che si dovrebbe creare una sorta di alleanza agricoltore-consumatore a sostegno del giusto prezzo dei prodotti per una corretta remunerazione del lavoro svolto».

E Brescacin lancia una proposta: «Esistono carte prepagate per i telefoni e altre forniture di tecnologie, perché non utilizzare questo strumento anche per il cibo?».

Un futuro possibile

Ma torniamo all’inizio. L’aumento della popolazione e quindi della richiesta di cibo si può conciliare con le coltivazioni biologiche e biodinamiche?

«La risposta non può che essere positiva. È vero che nel giro di pochi anni dovremo aumentare la produzione del 60-70% – afferma Segrè – ma è anche vero che oggi un terzo di quello che si produce viene sprecato. Entrambi i dati ci vengono forniti dalla Fao; chissà se fra i vari uffici preposti a queste rilevazioni riescono a parlarsi…».

La grande sfida resta quella dell’abbattimento degli sprechi che comprendono sia l’eliminazione delle perdite dal campo alla tavola sia l’impiego scorretto del cibo nonché l’abuso di alimentazione, oltretutto dannoso alla salute.

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