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Albinoni e il mistero dell’Adagio

N. 72- Novembre 2022

 

 

Albinoni e il mistero dell’Adagio

Che cos’è un adagio? Quante volte in ambito letterario lo abbiamo sentito, ma il suo supremo e completo significato viene raggiunto nel contesto musicale. Con questo “movimento” che, sulla scala metronometrica si colloca tra il “largo” e l’“andante”, viene definito lo scorrere lento della melodia, propriamente detta “adagio”. In essa spiccano realizzazioni armoniche fortemente espressive con toni austeri, profondi, meditativi. In passato per compositori insigni come H. Purcell e J.S.Bach era inutile indicare una misura esatta del tempo, bensì si preferiva appunto scrivere “adagio”, la cui cadenza rendeva più solenne il brano o il finale di esso ed era considerato più “grave” e “lento” del largo. L’indicazione didascalica “adagio” si trova nelle forma tripartita ABA, dove B è sempre un “adagio”. Ne sono un esempio i concerti di Vivaldi e le arie tratte dalle sue opere, come pure tutti gli “adagio”, composti da Tomaso Albinoni, nel ciclo dei 20 concerti per oboe.
Per Vivaldi, la tripartizione Allegro- Adagio-Allegro era diventata norma generale. I suoi “adagio”, sempre di breve durata, dimostravano la grande abilità del “prete rosso” nel far emergere il lato malinconico dell’uomo. Mozart, all’adagio, faceva seguire una “fuga”, di cui rimane un modello nella composizione per quartetto d’archi, in 2 parti K.V. 546. Di leggerezza e meno lento dell’adagio è l’“adagietto”, che Gustav Mahler – esteta e grandissimo direttore d’orchestra che risentì dell’impronta bruckneriana e straussiana- inserisce come IV movimento della durata di 12 minuti, all’interno della grandiosa V Sinfonia: il più incantevole, struggente ed indimenticabile brano che Luchino Visconti volle introdurre nel suo film “Morte a Venezia”.

Questa premessa per ricordare il 350° anniversario della nascita del veneziano Tomaso Albinoni (1671-1751), anche lui dilettante di musica, come Benedetto Marcello. I “dilettanti”, a quei tempi, erano quei musicisti – compositori che, provenendo da famiglia nobile ed agiata, non avevano bisogno di ricavare proventi dalle proprie opere.

Albinoni operista

Albinoni, le cui composizioni strumentali sono da annoverare tra quelle di Vivaldi e Marcello, fu inoltre prolifico operista. Ricorre infatti anche il 300° anniversario della sua opera seria “Gli eccessi della gelosia”, la cui prima rappresentazione assoluta venne data nel teatro Sant’Angelo di Venezia , il 27 dicembre 1721. L’anno seguente venne prodotta a Vienna al Kaerntnertortheater.

Il libretto di Domenico Lalli, musicato da Albinoni, venne poi ripreso e messo in musica da Giuseppe Maria Buini, con il titolo “Agrippa tetrarca di Gerusalemme” e da Giovanni Porta con la denominazione “La Mariane” nel 1724; nel 1733 fu designato come “Gli eccessi della tirannide gelosa” da Nicola Alberti. Delle 50 opere composte da Albinoni, molte furono apprezzate dallo stesso Bach, ma non raggiunse mai le vette vivaldiane, anche perché ben raramente si spostò da Venezia.

Albinoni o Giazotto?

Attorno ad un cosiddetto “Adagio di Albinoni” si agita un “giallo”, perfettamente spiegato da Wikipedia: “Quest’ultimo, noto erroneamente an che come “Adagio di Albinoni”, è una composizione musicale barocca pubblicata nel 1958 da Remo Giazotto come opera di Albinoni. Successivamente, Giazotto dichiarò di aver effettuato una composizione nello stile del tempo basandosi solo sui bassi e su sei frammenti di melodia trovati a Dresda nel 1935 (e poi dispersi durante la seconda guerra mondiale): una recente scoperta della musicologa Muska Mangano (1935-2021), ultima assistente di Giazotto, ha confermato le affermazioni del compositore. Tra le carte giazottiane, Mangano ha scoperto una trascrizione manoscritta della porzione di basso figurato, e sei battute frammentarie del primo violino, «recanti nell’angolo in alto a destra un timbro che indica inequivocabilmente la provenienza di Dresda dell’originale da cui proveniva». Ciò fornisce supporto per il racconto di Giazotto, e conferma come egli abbia effettivamente composto il suo Adagio a partire da un frammento di Albinoni”.

In questo contesto, non si discute la veridicità di attribuzione o meno a Remo Giazotto, del famoso “adagio in sol minore”; si afferma soltanto che lasciare in giro “bassi numerati” e qualche battuta per violino, non è tipico di musicisti di così grande fama. Analizzando ed ascoltando tutti i tempi “adagio” concepiti appunto da Albinoni, anche nelle opere e non solo nelle composizioni puramente strumentali, balza all’occhio che la durata di essi, raramente supera i 2 minuti.

Per diventare leggenda, l’Adagio in sol minore di Giazotto/Albinoni, come da spartito Ricordi, che dura oltre7 minuti, forse aveva necessità dell’abbinamento del noto nome di un antico compositore (Albinoni) e di un musicologo dei nostri tempi (Giazotto). Come del resto l’Ave Maria di Vladimir Vavilov esigeva la notorietà del precursore del melodramma, Giulio Caccini.

Ma un altro indizio accentua il “giallo” dell’Adagio: nell’incisione Ars Nova dell’orchestra Angelicum, la composizione è pienamente attribuita ad Albinoni mentre Giazotto compare solo come revisore. Ma quale Giazotto? Nella copertina si fa riferimento ad un “C.” Giazotto, iniziale che non corrisponde a Remo.

Consigli d’ascolto: https://youtu.be/Les39aIKbzE https://youtu.be/02AlIVN0pEA https://youtu.be/cY9lWxONrWo

Mirella Golinelli

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Aut. Tribunale di Bologna n. 8115 del 09/11/2010

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