Al Premio Suzzara la “costellazione degli scontri”
Il 52° Premio Suzzara “Inferno riflesso. La guerra nello specchio dell’arte” si configura come un atlante complesso del conflitto contemporaneo, in cui la guerra non è riducibile a un evento storico o bellico, ma si manifesta come condizione diffusa dell’esistenza. “Inferno riflesso. La guerra nello specchio dell’arte” non mette in scena un unico fronte, bensì una costellazione di scontri: combattuti, interiori, simbolici, psicologici, quotidiani. È una guerra che attraversa i corpi, la memoria, la materia e le immagini; una guerra che spesso non esplode, ma si deposita e sedimenta.
All’interno di questo paesaggio frammentato emergono alcuni nuclei di coralità, in cui il recupero del realismo figurativo e della tecnica tradizionale diventa scelta etica e politica. I lavori di Marco Petean e Matteo Benetazzo si collocano in questa prospettiva: il loro realismo non è nostalgia, ma strumento di responsabilità dello sguardo, capace di restituire dignità a figure collettive e marginali, riaffermando una delle matrici storiche fondanti del Premio Suzzara.

Da qui si diramano le diverse declinazioni del conflitto. La guerra storica del Novecento è affrontata da opere che lavorano sulla memoria, sui luoghi e sulle ferite ancora aperte: dalla ex Jugoslavia al Messico del 1968, dalla Resistenza italiana alla rivoluzione ungherese del 1956, fino agli snodi tragici della diplomazia europea tra le due guerre (Adriano Nardi). In questi lavori il paesaggio, con i monumenti che ne divengono landmark, diventa archivio sensibile della violenza, spazio segnato dalla distruzione ma anche dalla necessità della ricostruzione.

Un asse centrale del percorso è quello della materia, intesa come luogo di resistenza e di memoria. Le opere scultoree affidano ai materiali il compito di raccontare il trauma: il corpo ferito, la trasformazione alchemica della materia bellica, la possibilità di trasmutare i vettori di morte in forme di pietas e di amore (Paolo Migliazza, Mauro Campagnaro). Accanto a queste riflessioni, la mostra accoglie opere che affrontano la guerra nella sua forma più diretta e brutale: quella combattuta oggi, senza mediazioni, che espone corpi e territori alla violenza (Lisa Eleuteri Serpieri). In alcuni casi, però, la rappresentazione si affida allo straniamento, all’ironia o al displacement, come strategia critica capace di disinnescare l’immedesimazione e stimolare una riflessione più profonda sulla disumanizzazione del conflitto (Gaspare Gianduia Grimaldi).
La violenza attraversa anche i linguaggi astratti e quelli ibridi tra figurazione e astrazione. Qui il colore e il segno diventano testimonianza: il sangue non si dissolve, resta conficcato nel tempo; il paesaggio si fa corpo ferito, contaminato, incapace di rigenerarsi pienamente. In questo dialogo, la natura non guarisce la guerra, ma ne custodisce il contrappunto, offrendo una fragile possibilità di sopravvivenza e di resistenza (Alberto Ravaioli, Michele Farina).

Una parte significativa delle opere esplora la dimensione del conflitto interiore e delle nevrosi quotidiane. Piccole ossessioni, paure di esclusione, sovraccarico percettivo e informativo costruiscono una geografia del malessere contemporaneo, in cui la guerra si combatte senza armi, nel rapporto con il corpo, con il controllo, con il linguaggio stesso (Matteo Bernabè). Il segno e la parola si inceppano, il testo diventa rumore, lo sguardo si paralizza: il conflitto non è più urlato, ma trattenuto, sedimentato sotto la superficie delle immagini (Pedro Henrique Simplicio, Marco Vecchiato).
Un’altra forma di guerra silenziosa è quella contro la malattia. Le opere che affrontano questo tema non promettono salvezza, ma riconoscimento: rendono visibile una sofferenza sommersa, individuale e collettiva, che si consuma nel tempo della cura e della presenza. In questi lavori l’arte diventa spazio di testimonianza, capace di dare forma a un dolore che spesso resta invisibile (AM Hoch, Francesco Giordano).

Dal disagio individuale il conflitto si estende al tema dell’identità, intesa come spazio conteso, simbolico e corporeo. Le opere affrontano i confini culturali, di genere, di appartenenza, immaginando identità alternative o denunciando le costrizioni imposte ai corpi. Il confine diventa luogo di sospensione, di attesa forzata, di migrazione e di esilio, dove la guerra si prolunga nelle vite trattenute sulla soglia. In altri casi, la guerra si deposita nella materia stessa dell’opera (l’argilla), incorporata nella terra, nelle crepe, nei segni, trasformando il ricordo personale in linguaggio simbolico (Navid Azimi Sajadi).
La centralità del corpo trova un ulteriore sviluppo nel dialogo con la grande tradizione della grande arte della tradizione occidentale. I codici della classicità vengono assunti e messi in tensione con l’inquietudine del presente: il corpo torna a essere misura e simbolo, ma non più spazio di armonia, bensì luogo di frattura e sacrificio. La pittura storica dei martìri e delle stragi riaffiora come verità necessaria, richiamando il dovere di guardare l’orrore senza rimozioni (Ermanno Poletti).
Accanto a queste tensioni, il Premio accoglie opere visionarie e installative che trasformano il conflitto in esperienza immersiva e partecipata. Il pubblico è chiamato a entrare fisicamente nell’opera, a consumarla, ferirla, attraversarla, assumendosi una responsabilità diretta. Qui l’arte non è solo rappresentazione, ma atto, gesto, esperienza etica (Domenico Difilippo, Laura Buccafusca, Marco Massarotti, Irena Paskali).

In chiusura, all’interno di questo scenario attraversato da conflitti reali e simbolici, emerge una capacità visionaria: quella di immaginare possibilità di pace non come esito garantito, ma come atto fragile e responsabile. Una pace che non cancella il trauma, ma tenta di aprire uno spazio altro, anche solo mentale, in cui il conflitto possa essere sospeso (Nino De Luca).
Ciò che questo atlante di opere consegna non è una mappa per orientarci, ma una misura per non smarrirci. La guerra non è mai un solo episodio: è memoria, materia, linguaggio, corpo, identità. Inferno riflesso moltiplica gli sguardi e ci ricorda che il conflitto non riguarda solo ciò che accade “altrove”, ma ciò che si deposita nelle coscienze e nelle forme, trasformando il quotidiano in campo di tensione permanente.
La mostra collettiva del 52° Premio Suzzara “Inferno riflesso. La guerra nello specchio dell’arte” sarà visitabile fino al 28 febbraio al Museo Galleria del Premio Suzzara, via Don Bosco 2/A, Suzzara (MN). Aperto dal martedì al venerdì dalle 9 alle 17, sabato dalle 10 alle 18.
Adrian Botan ed Erika Vecchietti
Per info: http://www.premiosuzzara.it – FB e IG: @galleriapremio
