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Venezia, dosi terapeutiche di meraviglia

N. 55 - Giugno2021

 

Venezia, dosi terapeutiche di meraviglia

Beati i poveri di Google Maps perché di essi è il regno delle scoperte. Beati i puri da tour virtuali perché di essi è la sorpresa e la MERAVIGLIA. Beati quelli che si perdono perché essi sono costretti a trovare. Beati quelli che non sanno dove vanno perché essi andranno nel luogo in cui devono andare…….

Discorso della Montagna? Piuttosto un Discorso della Laguna, da pronunciarsi al primo ponte su cui si mette piede a Venezia…….

E poi, appena recitata l’ultima parola, è d’obbligo infilarsi in una calle ristretta, infastidirsi nel dedalo successivo che non suggerisce il pertugio giusto, sbucare in un campo arioso/luminoso/dedicato ovviamente a un Santo/con panchine rosse, chiesa caffelatte e campanile a biscotto. E poi farsi catturare l’occhio dall’oro di una maschera in vetrina, oro che rimbalza sull’insegna di un bàcaro, oro che salta sul mosaico di un palazzo principesco, oro che si rende inaccessibile sulla nuvola coreografica di Canaletto……. E poi ficcarsi nella gola scura di un sotoportego, turarsi il naso per il tanfo di piscio, sfidare altre callette, saltare i rivoli delle sciacquature di ingressi, fissare un gorgo olivastro, scocciarsi e tornare indietro davanti a un rio senza barca o ponticello che lo attraversi……E poi essere partoriti sulle Fondamenta Nuove, confine terracqueo di Venezia, in fronte a Murano. Se il cielo è ben sfregato dal vento-sciuscià, vedi fino alle Dolomiti cadorine.

“Tutti i più grandi pensieri sono concepiti mentre si cammina”, afferma Friedrich Nietzsche. Io dico che anche le storie da narrare le incontri mentre cammini. Per questo, io, cacciatore di racconti stellati, cammino. Cammino a Venezia, nel primo giorno di primavera, quello che rinfresca la formula della vita. Cammino accanto al Canale di Cannaregio/nel Ghetto ebraico, dove indovino le sinagoghe da piccole cupole e 5 sottostanti finestre lunghe/nel solitario campo-sagrato Sant’Alvise. Quindi costeggio Rio della Sensa, turchese pallido/svolto nella striminzita Calle Loredan, con divieto d’accesso agli obesi/raggiungo la deliziosa Madonna dell’Orto, facciata rossastra merlettata dal bianco di piccole statue e dal contorno del rosone.

Procedo fino all’Abbazia della Misericordia, con annessa la Scuola omonima, la più bella palestra di tutti i tempi. Qui, fino al 1976, gioca, in serie A, la Reyer Venezia Basket. Il parquet coi canestri è al primo piano, contornato da affreschi di allievi del Veronese e da finestroni che durante le partite sono occultati dal pubblico (max 1000 persone). La palla a due è alzata verso un enorme soffitto in legno. Il clima è intimidatorio, con i tifosi che arrivano a un metro dalle linee del campo. Un urlo da mille Polifemo acciecati accompagna tutto l’incontro. Per imporsi in trasferta alla Misericordia, si devono prendere a prestito le parole di Larry Bird: “non basta voler vincere; bisogna rifiutarsi di perdere”.

Utilizzo il ponte verso nord per oltrepassare l’acqua della Sensa =) eccomi sulle Fondamenta della Misericordia =) becco il ponte a est, a scavalcare Rio di Noale =) insisto con altro ponte a est, a superare Rio di San Felice (parallelo al ponte del Chiodo, privato e senza parapetto). Poi imbocco Calle de la Racheta, larga quanto una corsia da bowling =) eccedo col ponte sul Rio Santa Caterina =) mi caccio in Calle Longa Santa Caterina, interminabile budello all’ombra, atmosfera inquietante da Nosferatu a Venezia.

Foto di Gerhard G. da Pixabay

E finalmente mi sbocciano davanti le Fondamenta Nuove! Ossigeno salato, orizzonte glauco sdoganato, onde che riconoscono il mio polso, pali in sequenza a segnare un sentiero di mare, vaporetti lamentosi che vengono e vanno, barconi da trasporto attraccati. Cocai (gabbiani) si spalmano sulla corrente come fazzoletti scappati a chi saluta dalla nave in partenza. Due pantegane che hanno recitato con Indiana Jones fanno le dive su uno zerbino (brown carpet). Mi chiudo il giubbotto e alzo il bavero per rifiutare i buffetti della tramontana. Respiro sereno, anche il virus del decadentismo.

Passeggio sulle Fondamenta avanti/indrè, marciapiede abbondante e umido di spruzzi. Ponti dai gradini comodi sormontano gli sbocchi dei canali. Un’edicola occupa quasi tutta la banchina: se ci passi dietro caschi in laguna, se ci passi davanti devi comprare una rivista altrimenti la giornalaia ti butta addosso la maledizione di Ca’ Dario (i cui inquilini crepano di morti violente o di malattie fulminanti).

Risalgo verso piazza San Marco dalla Salizada dei Spechieri, breve passaggio che si slarga con parsimonia nel campo dei Gesuiti. Mi fermo in questo rettangolo inaugurato dalla chiesa abbacinante di Santa Maria. Davanti le si appaiano due case, una color diavolaccio e l’altra color cardinale. Quella di sinistra ha la parete in comune con l’Oratorio dei Crociferi, padiglione ocra con quattro comignoli a forma di candele per auto. I tre platani innanzi a Palazzo Zen sono punteggiati di foglioline fresche. Un pozzo circolare è chiuso da un coperchio di rame. Cinque bambini giocano a calcio. Una bambina intona una tenera canzone. Due vecchie, con sedani e carote a sporgere dalle borse, ciacolano: do femene e na séola (cipolla) fa un marcà.

Annuso l’aria come una marmotta diritta sulla soglia della tana. Compio un giro su me stesso, scrutando concentratissimo. Annuisco. La storia da raccontare è qui…….

Primavera del 1517. Nella casa color diavolaccio s’incava la piccolissima osteria Bosegàto. Dentro, l’aria è di un giallo spossato. Il banco di legno scuro è sulla destra, sorvegliato da mensole con bottiglie a pancia tonda e collo lungo (inghistere). Una breccia nel muro mette in comunicazione con la cucinetta. La faccia dell’oste è quella dell’Ariosto dipinto da Tiziano nel 1510. L’Ari-oste (troppo facile il gioco di parole) ha occhi da colloquio, accattivanti, che capiscono al volo/barba lunga e capelli neri a caschetto/naso così affilato da poterci sbucciare sopra una mela. Veste un maglione vinaccia.

Al primo tavolino, innanzi al banco e spinto contro il muro, pranzano due muratori. Nel pomeriggio devono restaurare l’Oratorio. I due operai occupano sedie opposte e sforchettano polenta e passeri arrostiti. Quello più vicino alla porta è il Giovanni Battista, ancora tizianesco: capelli e barba lunghi, nerissimi, poco curati. Occhi sicuri ma rassegnati a un ruolo di secondo piano, tipo presentatore che introduce il tenore più famoso al mondo. Torace da pallanotista. I bicipiti, che esplodono dalle maniche tagliate della camicia blu, sono di livello Rambo.

L’altro commensale è il Cristo risorto, dipinto da Tiziano nel 1511. È uno dei pochissimi Cristi sbarbati. I capelli castani lisci e lucidi sono da Manuel Agnelli. Gli occhi guardano insù. Il tronco, sotto la camicia azzurra dal colletto arricciato, è da rugbista.

Poi c’è un altro tavolino, sempre raso-muro, libero.

Quindi si aggiunge un terzo tavolino, a un braccio di distanza dall’angolo del locale.

E ancora, una scala di legno, dal lato del banco, sale al primo piano, incastrata nel muro da una parte e protetta da una balaustra minimalista dall’altra. Uno specchio a grande triangolo l’accompagna per tutta la parete, così da aumentare la scarsa spaziosità dell’osteria. Un quarto tavolino, vuoto, è inframmezzato tra scala e banco.

Nel tavolino d’angolo sono seduti, uno in fronte all’altro, Tiziano e Palma il Vecchio. Tiziano ha 27 anni e il volto che ha dato a San Rocco in uno dei dipinti di Santa Maria della Salute (1511). Capelli neri come carbone mai lavato, neanche da un temporale/barba arruffata/naso a triangolo rettangolo, perfetto per Pitagora/occhi da finto tonto. Tiziano porta una giubba amaranto allacciata da grossi bottoni. Il pittore beve un goto di Malvasia,

Palma il Vecchio, nato Jacopo Negretti, ha 37 anni. È ben pettinato, con scriminatura centrale e capelli mossi tagliati a mezza nuca. Occhi grandi e pacifici. Una mantellina senape è allacciata da un nastrino verde sotto il pomo d’Adamo. Il pittore mangia pane e frittata, servita su un piatto di coccio

Palma, nel suo curriculum, vanta commissioni per soggetti sacri da metà delle chiese veneziane. Ma può elencare anche richieste di ritratti da parte di molti privati. Tiziano, a 27 anni, per l’uso teatrale del colore e per l’energia drammatica, è considerato l’inarrivabile numero uno dei pittori veneti (da ciò deriva pure la sua supremazia nelle committenze). Palma il Vecchio è un grandissimo pittore. Tiziano è il genio in combutta con i dèmoni.

Palma il Vecchio , Ritratto di giovane detta “la bella” Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

Palma non può non ammettere la marcia in più di Tiziano. Tra loro scaturisce il seguente dialogo.

Palma: -Devo ritrarre una donna bellissima, con i capelli color della luna rossa, quelle poche volte che la luna nasce così-

Tiziano: -Buon per voi-

Palma: -La donna è prosperosa e le darò una veste bianca ben scollata. Voi, Tiziano, di che colori fareste i panneggi sulle braccia? – 

Tiziano: -Non è importante, Palma, quali colori sceglierete. L’importante è che i vostri colori urlino-

Palma: -Il colore può urlare? –

Tiziano: -Il vostro colore, Palma, deve urlare-

Palma: -Altri consigli? –

Tiziano: -Non mettete nella tela angeli che facciano pensare alla perfezione divina o libri che facciano pensare alla saggezza-

Palma: -Perché mai? –

Tiziano: -Dio e saggezza sono magari i gradini più alti destinati all’uomo. Ma la Bellezza, la meravigliosa Bellezza, la Bellezza dell’Arte sta sempre al di sotto di quei gradini-

Palma si alza e se ne va accigliato.

Dopo l’uscita di Palma dall’osteria, la scala manda uno scricchiolio leggero, un solletico ai timpani. Sull’ultimo scalino, più profondo degli altri, appare Salomè, ritratta da Tiziano qualche giorno addietro. Shalom, Salomè. (Dai, Tiziano, falle s’ciao con la manina). Salomè, chioma fulva, capelli di rame ondulati come pioggia rossa su vetro in movimento. Salomè, guance imbellettate di aurora/sopracciglia schizzate ad arco/labbra carnose, impegnate in una smorfia di noia. Salomè, in sottoveste perla e con scialle rosso-arancio sulle spalle. Salomè dal seno che schernisce la poca luce dell’osteria e rifulge smodato. Salomè, caviglie sottili e piedi scalzi. Salomè, i 46 cromosomi della MERAVIGLIA. Meraviglia che si raddoppia nello specchio accanto alla scala. Salomè, di anni 16, battezzata col nome di Violante, figlia di Palma il Vecchio.

Salomè si siede al posto di suo padre, di fronte a Tiziano. Gli chiede:

-Dipingete anche oggi? –

-Per non morire-

-E che dipingete? –

-Dipingerei voi per tutto il pomeriggio e per tutta la sera- dice Tiziano.  

-E la notte? –

-La notte la passerei con voi-

Salomè si finge triste.

Dalla porta spalancata con forza entra un uomo avvolto da mantello plumbeo/con zuccotto nero e morbido/con guanti bianchi. Sulla cinquantina, forse qualche anno in meno. Naso grosso/frangetta e basette ingrigite/due rughe verticali, a fianco della bocca, paiono incise col coltello. Occhi sadici. Labbra serrate.

Tiziano, Salomè, Galleria Doria Pamphilij Roma

L’Ari-oste fuoriesce dal banco, toglie il mantello al nuovo arrivato, scoprendone il saio nero, abito con maniche sbuffanti/abbottonato davanti/lungo fino a metà coscia. Le altre mezze cosce sono coperte da braghette rosse e pure rosse sono le calze che si agganciano alle ginocchia. Scarpe senza tacco.

Tolto lo zuccotto, compare la tonsura circolare che denuncia uno stato clericale. Tolti i guanti, l’uomo allunga subito all’Ari-oste un mocenigo d’argento (o lira veneziana).

Tiziano riconosce sua eccellenza Jacopo Pesaro, ritratto nel 1503, ma, abbassando lo sguardo, lo ignora. Jacopo è vescovo, promosso al più alto grado del sacramento dell’Ordine addirittura da Papa Borgia, Alessandro VI, l’ottimizzatore del nepotismo.

Salomè s’avvicina al vescovo gocciolando sensualità acerba, favolosa ciliegia rubata dall’albero oltre il recinto. Salomè confeziona il sorriso pioniere della malizia.

Violante-Salomè, baby prostituta d’alto bordo, prende per mano il vescovo. I due salgono la scala che scricchiola sdegnata.

Dopo un tempo breve, diciamo quello che serve per cuocere un uovo sodo, Jacopo Pesaro e la pulzella riappaiono in cima alla scala. Parlano forte e si spingono.

L’Ari-oste divora i gradini e raggiunge i litiganti.

-La ragazza si rifiuta- protesta il vescovo.

-‘Sto qui ga un osèlo che non vola- ridacchia Salomè.

-Siete impotente? – non va per il sottile l’Ari-oste.

Ti xe ebete? È la fìa che mi prende per il naso- si scalda il vescovo.

A ‘sto qui ghe piase la uganega dura (salsiccia compatta) – irride ancora Salomè.

-Puttanella stupida- offende il vescovo e tira uno schiaffo a Salomè.

Salomè graffia il mento del vescovo.

L’Ari-oste si frappone tra i due.

-Voglio indietro la moneta- pretende il vescovo.

-Costa più un vizio che diese fioi. Il nostro accordo è precedente al vostro intrattenimento con la fìa-obbietta l’Ari-oste.

Il vescovo paonazzo mette le mani al collo dell’Ari-oste e stringe. Salomè tira il vescovo per un gomito.

A questo punto il Giovanni Battista, il muratore che ha finito di consumare il pasto insieme al Cristo, corre su per la scala.

Giovanni Battista stacca con grande sforzo le dita del vescovo strangolatore: i suoi bicipiti si gonfiano a montagnette. Il muratore spintona il vescovo contro la balaustra e per poco non lo fa precipitare di sotto. L’Ari-oste si inginocchia tossendo. Salomè si siede sull’ultimo gradino, senza guardare nessuno.

-Come vi va? – chiede Giovanni Battista a Salomè.

-Un po’ di pepe nella monotonia- risponde Salomè.

Il vescovo Pesaro è inferocito. Si butta violentemente contro Giovanni Battista che, per rivolgersi a Salomè, gli ha voltato le spalle. Giovanni Battista barcolla, fa una giravolta e cade giù. Al terzultimo gradino, senza alcun briciolo di equilibrio, Giovanni Battista rovina contro lo specchio che si abbina alla scala.

Frantumazione e pioggia di lame di vetro. Un frammento taglientissimo squarcia la gola di Giovanni Battista.

DECOLLATO.

Finito il racconto, MERAVIGLIOSI lettori, aggiungo tre brevi note.

La prima: Tiziano dipinge il suo Giovanni Battista nel 1539, ricordando probabilmente il muratore cavalleresco immolatosi nell’osteria più di venti anni prima

La seconda nota: il ritratto conosciuto come “la Bella”, del 1518, è uno dei pochissimi dipinti di Palma il Vecchio in cui i colori urlino

La terza nota: un fiore porta il nome scientifico di Mirabilis, in latino “meraviglioso”. È la “Bella di notte”, pianta che fa il contrario di ciò che ci si aspetta. Se il girasole vive di luce, la Bella di Notte schiude le corolle al tramonto, profuma per tutte le ore notturne e richiude i fiori all’alba.

Carlo Maria Milazzo

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Aut. Tribunale di Bologna n. 8115 del 09/11/2010

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