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Vaccini italiani? Sì, ma non domani

N. 53 Aprile 2021

 

Vaccini italiani? Sì, ma non domani

È girato nelle settimane scorse l’annuncio che diverse grandi aziende bolognesi – ad esempio Marchesini, Romaco, Ima – sono pronte a collaborare alla produzione in casa nostra, in Italia cioè, dei tanto attesi vaccini anti-covid. Ovviamente è una buona e attesa notizia. Sappiamo che dalle nostre parti ci sono competenze e imprese per poterlo fare. Siamo tra i migliori in Europa, in competizione con i tedeschi. Quel che non è chiaro a molti, in realtà, è la tempistica e la rigorosa organizzazione tecnica necessaria per questa produzione. Qualche luogo comune va evitato al riguardo. Proprio uno dei protagonisti di questo settore, Maurizio Marchesini, dell’omonima impresa di packaging operativa soprattutto in campo farmaceutico, l’ha ben spiegato in un recente dialogo pubblico organizzato dagli “Incontri esistenziali” di Bologna, (e si può riascoltarlo su youtube).

Innanzitutto i tempi. Realizzare e distribuire un vaccino comporta fondamentalmente – in estrema sintesi – due grandi fasi: la produzione della materia prima, le necessarie quantità di vaccino vero e proprio, in gergo “bulk”, un termine che sta per ammasso, prodotto all’ingrosso; a seguire la fase, sofisticata e delicata, di “infialamento”, vale a dire la predisposizione dei contenitori col vaccino, sterili e garantiti, e quindi di confezionamento (o packaging). Le aziende bolognesi ed emiliane di punta intervengono in questa seconda fase. Si tratta però di un percorso tecnico – ha chiarito Marchesini – che normalmente può richiedere anche un anno e mezzo, per progettare e implementare catene produttive, acquisire le necessarie verifiche, competenze, autorizzazioni. A ciò va aggiunto un dettaglio rilevante, evidenziato dall’imprenditore felsineo. Al momento le linee produttive per fare questo grande sforzo realizzativo, in Italia, sono pressoché tutte impegnate, per produrre molti prodotti farmacologici indispensabili, quali monoclonali, antitumorali, eparina e tanto altro. In questa fase straordinaria, così ha indicato, si può farcela forse in sei mesi. “Non domattina”, come invece sembrerebbe fattibile talvolta dalla narrazione politica e giornalistica.

Marchesini ha comunque smontato alcuni altri luoghi comuni che circolano: i brevetti, ad esempio, non sono un problema. Vengono facilmente ceduti, e in ogni caso in campo farmaceutico si opera senza difficoltà in “contoterzismo”. Il vero fronte, dunque, pare essere quello delle scelte politiche e organizzative, sulle quali molti ritardi sono emersi da tempo. Clamorosa, per molti aspetti, la notizia che il 90 per cento delle dosi già disponibili in Italia di Astrazeneca sia stato a lungo fermo nei magazzini. Il nodo in questo caso è la capacità organizzativa del sistema Italia, nel gestire le vaccinazioni. Marchesini, nel citato incontro bolognese, ha ribadito che resta ottimista. Possiamo farcela. Ma, par di capire, non nei tempi sognati da molti.

Gianni Varani

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