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Tre storie di padri in scena con Mario Perrotta

N. 86- Febbraio 2024

 

 

 

Tre storie di padri in scena con Mario Perrotta

Due “numeri uno” insieme per un grande spettacolo: “In nome del padre” è una pièce teatrale interamente scritta e interpretata dall’attore Mario Perrotta, con la consulenza alla drammaturgia dello psicanalista Massimo Recalcati.

Mario Perrotta è una delle migliori voci del nostro teatro italiano. Egli appartiene alla folta, virtuosa e diffusa schiera della nuova drammaturgia, cioè tutti quegli attori che si sono stancati di recitare solo in opere scritte da altri e scrivono ciò che vogliono portare in scena. Altri nomi di questa categoria sono le grandi Giuliana Musso ed Emma Dante.

La lista dei premi assegnati agli innumerevoli lavori di Perrotta è veramente lunga: più volte premio Ubu e Hystrio-Twister, Miglior spettacolo straniero allo United Solo Festival di New York, Premio Internazionale “Pugliesi nel mondo”, per citarne alcuni.

Foto di Mara Zamuner

Massimo Recalcati è uno degli psicanalisti più affermati, seguiti ed influenti, sia in ambito clinico che intellettuale. La sua attività scientifica si è articolata intorno ad alcune direttrici fondamentali, tra cui la riflessione sulla figura del padre nell’epoca ipermoderna.

L’ impegno medico è affiancato da un’intensa attività istituzionale: insegnamento universitario, attività editoriali, direzioni scientifiche, apparizioni in TV, consulenze drammaturgiche, sempre nell’ambito della psicanalisi.

“In nome del padre” viene rappresentato in giro per l’Italia da tre anni, fino all’estate appena conclusa (e certo Perrotta lo riprenderà, dopo l’attuale tournée di “Come una specie di vertigine”).

In una sera d’estate ho avuto la fortuna di vederlo e sono tornata a casa con un gran contraccolpo. Che cos’era quel contraccolpo? Qualcosa di difficile da trovare: la speranza.

Il panorama del teatro italiano è molto variegato.

Ci sono spettacoli drammatici e comici, classici e moderni, sperimentali e d’avanguardia.

La maggior parte di essi ha un comune denominatore: veicola sempre lo stesso messaggio, ha un retrogusto (e neanche tropo retro) nichilista. Vale a dire: la vita è bella, ma purtroppo è piena di domande ed interrogativi a cui nessuno sa rispondere.  Così, visto che la vita non ha senso, almeno godiamocela, subiamone il fascino, lasciamoci andare nell’oblio, in modo da non sprofondare nella più bieca disperazione. Un esempio tipico, ed ahimè non esaustivo, di questa tendenza è “Miracoli metropolitani” della Carrozzeria Orfeo.

Per questo motivo, come accanita spettatrice e come allieva dei più disparati laboratori teatrali, ho sentito sempre la necessità di vedere e fare un teatro diverso.

In questo contesto “In nome del padre” si pone come un faro nella notte.

Lo spettacolo è strutturato come un vero e proprio one-man show: Perrotta sta sul palco per circa un’ora e mezza, sempre solo, interpretando tre tipi di padri. E’ un attore talmente efficace e padrone della scena da far sembrare che ci siano tre attori che agiscono alternativamente sul palco.

Uno dei tre padri è immaturo, si rifiuta di crescere, tanto da insistere nel frequentare gli amici della figlia adolescente, mettendola in costante imbarazzo.

Un altro è un intellettuale, il terzo un operaio.

I tre personaggi sono anche stilisticamente ben caratterizzati: uno tutto arrotolato nella propria napoletanità, uno siciliano, l’altro con l’inconfondibile accento veneto.

Tre padri, dunque, tre diversi.

Per estrazione sociale, provenienza geografica e vissuti personali.

Tutti accomunati da un’unica “sventura”: ciascuno ha un figlio adolescente, col quale proprio non riesce a parlare.

In particolare il padre veneto è deluso dalla vita, si sente talmente fallito, da non trovare in sé la stima che lo faccia sentire degno di parlare col proprio figlio.

La recitazione di Perrotta è talmente concreta e la drammaturgia così vivida e sapiente che allo spettatore sembra di vedere i figli e sentirli parlare, anche se essi sono totalmente assenti dal palco, perfino come personaggi.

Lo spettacolo è un flusso monologante, un continuo, alternato, vivace quanto inutile tentativo, da parte dei padri, di parlare con i propri figli.

Finalmente, quando i padri sbattono contro il muro di silenzio ed incomprensione dei proprio figli, si frantumano.

Dal cumulo delle proprie macerie riescono a trovare la forza, la disperazione per prendere in mano il proprio cuore, tirarlo fuori dal petto e porgerlo ai propri figli dicendo “Vi amiamo, per favore, vogliamo stare in rapporto con voi, parlateci!”.

E qui accade il miracolo: i figli tornano a considerare i propri padri e a recuperarne magicamente il rapporto.

Perrotta e Recalcati devono essere ringraziati per aver dato vita ad un dramma che ci insegna che non siamo ancora del tutto perduti, che c’è ancora la possibilità per noi di essere noi stessi e di poter recuperare i rapporti a cui veramente teniamo.

C’è ancora la possibilità di tirar fuori da noi quel “cuore”, quel centro di noi stessi, quel nesso di noi stessi, quell’insieme di fattori costitutivi, irrinunciabili, irriducibili, tra cui annoveriamo sicuramente l’amore, la bellezza, la verità, la giustizia e, in questo caso, l’affetto tra genitori e figli.

C’è ancora la possibilità di tirar fuori il nostro cuore dal groviglio delle convenzioni sociali, dei preconcetti, degli amari vissuti personali, dei pregiudizi, delle sconfitte, delle paure, delle sovrastrutture accademiche ed intellettuali, dell’orgoglio, dei nostri limiti, di ogni tipo di orpello, e di metterlo a nudo, stabilendo così un contatto autentico e leale con chi ci sta davanti.

Vorrei incontrare più spesso spettacoli così.

Anche perché “In nome del padre” ha un altro enorme pregio: è godibilissimo, fa ridere facendo riflettere. Aspetto apprezzabile, visto che, secondo le migliori regole della comunicazione, se si ride di qualcosa, la si ricorda più facilmente.

Ricordo che quella sera, dopo lo spettacolo, sono tornata a casa mia con un senso di sollievo: allora esistono!

Esistono ancora!

Il buon teatro e la speranza.

Camilla Pasquali

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