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Tozeur, treni lenti e lode all’Inviolato

N. 108- Febbraio 2026

 

 

 

 

Tozeur, treni lenti e lode all’Inviolato

Pieni gli alberghi a Tunisi, Franco Battiato punta a sud, in treno. La locomotiva è un’anguria sbuffante. Vagoni color coccodrillo.

La ferrovia corre a lungo accanto al Mediterraneo, passamaneria neroverde cucita su abito blu mare. Stazione di Sousse, con vista su onde nervose. Stazione di Sfax, con vista su onde-denti candidi di draghi cobalto.

Poi i binari puntano a ovest, in diagonale dolce, e si spingono fino ai villaggi di frontiera con l’Algeria. Passano ancora lenti i treni per Tozeur. Passano fendendo il lago salato Chott el Jerid, ora aranciato, ora grigio a seconda del cielo. Rari cespugli. Dromedari si allontanano dal totontoton delle carrozze. Se un dromedario s’impaurisce, finisce sulla statale che procede parallela. (Sulla strada abbondano i cartelli di pericolo “attraversamento cammelli”, ma qualche bestia gibbosa viene investita da jeep. L’animale morto passa alle cucine: sa di lesso, di manzo bollito).

Chott el Jerid corrisponde, per sussurri storici e geografici, al lago Tritonide, citato da Erodoto, dove si arenano gli Argonauti. Sulle distese di sale i cristalli, la strafottenza della luce, la temperatura ballerina creano figure angeliche. Si tratta di Fata Morgana?/di Miraggio?/di Arabian Sarab? DI FATTO, a due metri dal suolo, veleggiano soggetti dalle capigliature di platino, dalle ali albine, dalle tuniche diafane. Battiato, faccia da gufo sveglio, li saluta dal finestrino.

Essere o non essere: gli angeli di Chott el Jerid nello stesso momento SONO e NON SONO.

A Tozeur, dopo 380 km, si scende. Stazione terminale, ocra, sbreccata dalla congiura di sole e vento.

Tozeur conta 33mila abitanti ma in giro non se ne vede uno. La città è immersa in un perenne pomeriggio assolato e sonnolento. Gli unici indizi umani sono gambe che, all’interno di un negozio di stoffe, spuntano da un telo appeso: il padrone dorme per terra.

Le mura sono integrali, rosate. Circoscrivono la Medina, dedalo di viuzze strette, vuote, alcune coperte. Case di mattoni tutti uguali, di argilla bionda. Finestre in legno di palma intrecciato, da cui si guarda solo dall’interno. Le porte azzurre hanno tre battenti, uno alto per gli uomini, uno medio per le donne, uno basso per i bambini (da dentro si sa chi bussa). Il minareto svetta, simile a un ballerino sulle punte.

Al di là della Medina la città si allarga come brodo bruno fuoriuscito dalla pentola.

A Tozeur incomincia (o finisce) il Sahara. Anche il deserto, sconfinato, ha un limite.

A breve distanza da Tozeur lussureggia un’oasi di palme che fanno a gara a chi si slunga di più. Sorgenti gorgogliano tra i tronchi.

Che ci va a fare Battiato a Tozeur?

A cambiare l’oggetto dei suoi desideri? A non accontentarsi di piccole gioie quotidiane? A fuggire dalla saturazione di parassiti senza dignità? O a scappare dai demoni feroci della guerra, che fingono di pregare?

Cerco l’Uno al di sopra del Bene e del Male– dice Battiato al maestro sufi Ibn Arabi.

-La fede in un monoteismo, in una unità divina, è come il coperchio di una botola che non ti fa guardare di sopra- sentenzia il maestro.

-In effetti chi ha il copyright di Dio fa spavento- constata il cantautore.

Battiato e il maestro si incontrano su un terrazzino dell’ultima casa di Tozeur, lambita dal deserto. Si siedono su sgabelli e sorseggiano thè alla menta con pinoli. Ibn ha un viso smagrito, un nastro adesivo di pelle tirato dalla fronte al mento. La barba bianca, curata, disegna una freccia che punta la terra davanti ai piedi. Un pastrano color cipria lo avvolge. Il turbante carta da zucchero lo incappuccia.

-Finché persiste un soggetto esterno a Dio che ne proclami l’unità, Dio non può essere considerato Unico- asserisce il sufi.

-Pertanto occorre la soppressione di una fra due unità perché esista l’Uno- deduce Battiato.

-Se qualcuno entrasse in una casa e, trovandovi un singolo occupante, gli dicesse “Ci sei solo tu in questa stanza”, ecco che l’altro potrebbe rispondergli “La tua affermazione sarebbe vera se tu non esistessi- chiosa il maestro.

Quando Ibn Arabi se ne va, Battiato rimane a contemplare il deserto, mordendo un paio di datteri.

Non potrebbe essere il deserto una metafora dell’Uno? È compatto/incontaminato/vasto tanto da sembrare infinito/non ha muri o recinti/sussiste da solo. Il deserto è Uno: non ne esci, non ha riferimenti, è il labirinto perfetto, è segatura di specchi giganti i cui frammenti miscelano le direzioni. Il deserto è l’Ovunque, la meta numero Uno di ogni viaggiatore. Il deserto è matematicamente una base con esponente Zero: il risultato è sempre Uno.

No, il deserto non può essere considerato Uno. Cambia la tinta e non è mai lo stesso: color carta vecchia, beige, ambra, giallo pastello, corallo stinto, gamberi alla catalana, zafferano profondo, fior di solidago. Il deserto cambia forma: togli lo sguardo, glielo ributti e le dune si sono spostate (come nel gioco da fanciulli in cui dai le spalle agli amichetti, pronunci la formula 1-2-3-stella, ti volti e i bambini sono immobili ma più vicini). Il deserto cambia voce: quella del vento che sibila come un cobra davanti a un topo farcito, quella della sterpaglia che rotola crocchiante, quella di un violoncello nascosto sotto la sabbia. Il deserto è simultaneamente sostantivo e aggettivo. Il deserto non è Uno in quanto è abitato: il fennec, volpe dalle orecchie grandi, sbuca da tane pietrose/lucertole fulve si impennano come t-rex in miniatura/formiche d’argento s’incolonnano verso una cacca di dromedario.

-Ogni grado di esistenza ha la sua determinazione- dice il maestro sufi e aggiunge: -Ogni determinazione ha un limite-

-Dio esiste e quindi è determinato- desume Battiato.

-E dunque Dio ha un limite. Essere, anche in forma altissima, è un limite- prosegue Ibn Arabi.

Il cantautore si pulisce gli occhiali mutuati da Andy Warhol. Confessa:

-Io sono stato abituato al Dio incommensurabile, senza limiti. È un’abitudine che mi piace-

-Prova a pensare un limite di Dio- invita il maestro sufi.

Battiato si rimette gli occhiali. Medita a voce alta:

-Un limite di Dio è quello di non potere fare il Male-

Un pomeriggio, invece del maestro sufi, si presenta sul terrazzino una ragazza dalla pelle bruno-Van Dick, un marrone scurissimo che sta per essere promosso a nero (il pittore fiammingo ne utilizza a bizzeffe). Statura: oltre l’uno e 90. Occhi neri che possono resistere a ogni sguardo. Zigomi che si arrampicano verso le code degli occhi. Sorriso distante, denti scintillanti. Una croce del sud tatuata sulla fronte, color scarabeo egizio.

I capelli lisci arrivano alla nuca. La giovane donna si sposta una lunga ciocca dietro all’orecchio e quel movimento relega nel dilettantismo caterve di hair stylist.

Il vestito, indaco scuro, è leggero, fresco, smanicato. Arriva a metà cosce, il cui stacco è dalle parti del pancreas.

-Leyla- si presenta la ragazza.

-Da dove vieni? – chiede Battiato.

D’abord le désert, puis Paris– risponde Leyla.

-Puoi raccontarmi di più? – prova a estorcere il cantautore.

Leyla si siede sullo sgabello. Rivela:

-Sono Tuareg, tradizionalmente nomade fino a 17 anni. A quell’età attraverso con la mia tribù Mauritania, Mali, Algeria. Giungiamo all’oasi di Tozeur, per riposare e fare rifornimento di cibo. Cinque giorni di sosta, quindi ripartiremo-

-Ma tu non sei ripartita- pronostica Battiato.

-No, in quei giorni soggiorna a Tozeur un fotografo francese. Chiede a mio padre il permesso di ritrarmi, prima col mantello di lana blu, poi solo con una tunica azzurra che si ferma ai polpacci-

-Permesso concesso? –

-Sì. Nelle foto sembro una statua di legno vestita, ma il fotografo dice che sono bellissima e che potrei andare con lui a Parigi, dove potrebbe vendere le mie foto e magari farmi fare la mannequin-

-Tuo padre? –

-Per tre giorni tace, poi mi dice: “Nessun Tuareg lascia il proprio gruppo nomade, ma tu, Leyla, sei troppo bella. La tua bellezza, Leyla, è patrimonio dell’umanità. Non solo i Tuareg devono estasiarsi per il tuo fascino, per la tua naturale eleganza, per il tuo splendore straripante. Tu puoi far sospirare, ammutolire, sognare molti uomini e molte donne nel mondo. Se tu vuoi andare, vai” –

-Tu vai? –

-Sì, il deserto mi è noto. Forse è il caso di conoscere qualcos’altro- confessa Leyla.

In un successivo après midi Battiato gioca col deserto che lo prende in giro. Ad ogni sbattimento di palpebre, le dune, felpate e color rame, si spostano avanti/indietro/di lato.

Ritorna il maestro sufi che argomenta:

-Sopra a Dio, sopra l’Essere c’è il Principio Supremo Indeterminato. Si tratta del Non Essere, culla dell’indeterminazione, notte in cui non si distingue niente-

-Posso supporre questo Principio? – stuzzica il cantautore.

-Ho già fatto un paragone con la notte e credimi, è grandemente insufficiente. Il Principio non può essere racchiuso dalla mente umana. Le similitudini hanno un carattere imperfetto, qualificante, attributivo: il Principio è inesprimibile, non può essere concepito come pensiero. Nel Corano è scritto, sura 42 ayat 11, “non c’è nulla che Gli somigli” – filosofeggia Ibn Arabi

-Allora, in verità non posso conoscere il Principio- obietta Battiato.

Il sufi cita: -Una sentenza di Abu Bakr, compagno del Profeta, afferma che L’INCPACITA’ DI COGLIERE LA CONOSCENZA, QUELLA È CONOSCENZA-

-Mi ricorda Chuang-tzu- dice il cantautore e riporta: – “Non conoscerlo è profondità, conoscerlo è superficialità. Il non conoscere è conoscere, mentre il conoscere è non conoscere” –

Ibn Arabi fa sì col capo.

-Sia quindi lode all’Inviolato– solennizza Battiato.

Il cielo è nudo come un bambino blu. Il deserto è fresco di una vernice kaki: non ci sono impronte, macchie, crepe. Ritorna Leyla e Battiato le chiede:

-Che significa Parigi? –

-Copertina Vogue, sfilate per Chanel/Miu Miu/Saint Laurent, soldi, morti di fame, corteggiatori, corteggiatrici, geni delle stoffe, baguette a le Chatelet, passeggiate sul lungosenna, bistrot per tirarsela, seggiole al Jardin du Luxembourg-

-Perché lasci Parigi? –

-Perché là non si può andare via- stampa lì Leyla.

Per il congedo, il maestro sufi porta triangoli di samsa, sfoglia fritta, messa al forno e guarnita con mandorle e sesamo. Da bere, thibarine, liquore di datteri.

-Ho una perplessità- dice Battiato e precisa: -Mi resta oscuro il passaggio dal Non Essere all’Essere-

-Provo a spiegare con un hadit qudsi, una sentenza divina del Profeta non inclusa nel Corano- si predispone Ibn Arabi.

-Attendo l’ombra della luce– si predispone Battiato.

-Riferisce l’hadit: “Io sono un tesoro nascosto, desiderai essere conosciuto e creai il creato” – Piccola pausa e poi il sufi continua: -La frase descrive il susseguirsi di tre momenti diversi, in successione logica. La prima parte dell’enunciato allude allo stato del Principio Supremo Indeterminato e incondizionato, il tesoro nascosto inaccessibile ad altro da sé- Piccola pausa e prosecuzione: -La seconda parte, “desiderai essere conosciuto”, indica la volontà del Principio Supremo di determinarsi, di affermarsi, di Essere attraverso un atto di pura auto-conoscenza- Piccola pausa e seguito: -La conclusione della frase, “creai il creato”, esprime il punto di arrivo del processo di autodeterminazione, che consiste nell’effettiva apparizione del mondo determinato-

-Sia lode all’Inviolato che si vìola- conclude Battiato.

Per il congedo Leyla regala a Battiato un bracciale rigido in argento e legno finemente intagliato. La ragazza informa: -All’apparire della quinta stella verranno a prendermi-

-Spero di riconoscere le stelle. Ormai sono un provinciale dell’Orsa minore– dice il cantautore.

Il deserto è un corpo unico col tramonto. Poi le avvisaglie del crepuscolo e la prima stella, la stella aperitivo. Poi la seconda stella e due stelle fanno da orecchini alla notte. Tre stelle e pensi già se puoi unirle con un tratto di matita. Quattro stelle-crome compongono un refrain. Cinque stelle sono sufficienti per un bacio sotto le stelle.

Ed ecco apparire i Tuareg, in cima alla duna, offuscati dalla nebbia di sabbia che i piedi alzano. Scendono su un accenno di pista lasciato da alcune jeep. In testa gli uomini, una decina, avvolti nei mantelli di lana blu scuro. Volti mascherati, tranne gli occhi, dal velo turchese. Sette dromedari, dalle ginocchia elastiche come pongo, starnutiscono e la sabbia sprizza sotto le zampe come acqua di pozzanghere gialle. Quindi un piccolo gregge di capre e un cane. Poi i ragazzi, maglie blu notte a maniche lunghe e turbanti dello stesso blu. Poi le donne, impacciate in mantelli blu marino rigirati più volte attorno al corpo, veli celesti sulle bocche. I neonati piangono, arrotolati nella tela sempre blu sulla schiena delle madri.

-Stasera dormirò nella grande tenda di lana marrone, retta da un unico palo di legno di cedro- annuncia Leyla.

-Sarà un buon sonno- pronostica Battiato.

-Mangerò pappa di miglio, latte cagliato, datteri- associa Leyla.

-Sarà un ottimo pasto- prevede il cantautore.

Layla, in piedi, china appena la testa. Sussurra:

Adieu mon ami

Le risponde Battiato: –Adieu mon amie…e sia lode all’Inviolato che non si vìola-

Carlo Maria Milazzo

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Reg. Tribunale di Bologna n. 8115 del 09/11/2010

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