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Marcello Candia, questo (straordinario) sconosciuto

N. 114 - Settembre 2026

 

 

 

 

Marcello Candia, questo (straordinario) sconosciuto

La vita di Marcello Candia, se non fosse così straordinariamente vera, potrebbe essere uscita dall’immaginazione di Chesterton, tanto è un succedersi di paradossi, di imprevisti e di quella sotterranea ironia che il destino usa spesso per rendersi manifesto a noi comuni mortali.

A Candia questa ironia chestertoniana è stata riservata fin da subito: lui, milanese in tutto e per tutto, per motivi di lavoro del padre era nato a Portici, mille chilometri lontano dalla sua città, non solo in senso geografico.

E questo è stato solo l’inizio. Ogni suo progetto, dal più semplice al più visionario, è sempre parso ostacolato dal fato, da una sorta di dimostrazione che “l’uomo propone ma Dio dispone” non è solo un aforisma di Tommaso di Kempis. 

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto: chi era Marcello Candia, uomo del secolo scorso così incredibilmente attuale nel secolo corrente?

Era, anzi è, da quanto la sua figura è presente oggi, un imprenditore della chimica divenuto imprenditore della carità, grande testimone di una spiritualità capace di superare ogni barriera ideologica. Mosso da una fede limpida e da quella tipica concretezza lombarda che fa superare ogni difficoltà, ha costruito opere destinate a dare sostegno agli ultimi e ai più bisognosi, sia nella benestante Milano sia nel profondo della desolata Amazzonia.

Dire che sia stato un cristiano esemplare è giusto, ma riduttivo. Candia è molto di più: è un uomo che ha coniugato l’intelligenza imprenditoriale con la vocazione alla carità, il senso pratico con la più ferrea morale, l’impegno sociale con una lungimiranza fuori dal comune. Un laico che ha fatto delle proprie capacità un potentissimo strumento missionario: senza etichette, senza ideologie, senza null’altro che la fede. Proprio questa è una delle sue peculiarità: non è mai entrato in nessuna associazione né privata né istituzionale, pur avendo avuto buoni rapporti con quasi tutte, dal PIME all’Azione Cattolica, dalla Gioventù Studentesca di Don Giussani ai terziari francescani. Ripeteva: “mi basta il battesimo” e questo era tutto. Il battesimo è la fonte dell’energia, della forza di volontà, della perseveranza che hanno mosso la sua esistenza, proprio come muovono il cammino dell’umana civiltà. Teologicamente inappuntabile. Non serve altro.

Come abbiamo detto, la sua vita si può ben definire avventurosa. Un susseguirsi di imprevisti, di cambiamenti, di scelte che molti definivano addirittura avventate. Ma con un unico fil rouge: la capacità di affidarsi a ciò che il Signore e la Provvidenza con chiarezza indicavano, al di là delle singole circostanze.

Marcello Candia con san Giovanni Paolo II

Candia nasce nel 1916 da una famiglia ricca e serena, allietata da cinque figli di cui Marcello è il terzo. Il suo DNA è una sintesi tra la grande fede della madre e la severa etica laica del padre, affermato industriale della chimica.

Il padre lo educa al lavoro, al sacrificio, alla serietà nella professione. La madre gli regala una forte educazione alla fede e alla carità, ed è a lei che Marcello si lega in modo viscerale. La segue nella sua attività presso l’Opera San Vincenzo, l’accompagna dai Frati Cappuccini ad assistere i più poveri, a 12 anni già l’aiuta nella distribuzione della minestra a chi non ha da mangiare. Assorbe la sua instancabile dedizione ai bisognosi, e ne trae la convinzione che anche la sua vita sarà dedicata a Dio e al prossimo.

Ma ecco che all’improvviso “Dio propone altro”: mamma Bice muore a soli 42 anni. Suo figlio non ne ha ancora compiuti 17. Il dolore è così profondo che Marcello si ammala a propria volta: le emicranie e l’insonnia che lo colpiscono lo tormenteranno per tutta la vita. Tuttavia, accetta che i suoi anni abbiano un decorso differente e risponde alla richiesta del padre di affiancarlo nell’azienda di famiglia. Lo fa e lo fa bene, perché non conosce altro modo di fare le cose.

Marcello Candia con Madre Teresa di Calcutta, beatificata nel 2003 da Papa Giovanni Paolo II e proclamata santa nel 2016 da Papa Francesco

Consegue ben tre lauree: in chimica, in farmacia, in scienze biologiche. Impara a fare l’imprenditore sotto la guida di papà Camillo, che oltre alla serietà professionale gli comunica anche il convinto antifascismo. Al punto tale che Marcello, insieme ai frati Cappuccini, rischia in prima persona per salvare la vita di molti ebrei e perseguitati politici.

Ma nel 1943, ecco un’altra svolta del destino: Marcello, ragazzo pacifico e pacifista, viene chiamato alle armi e portato nel cuore della situazione più terribile che possa capitare a un uomo, la guerra. Non solo. A causa della sua competenza viene arruolato come chimico esplosivista, cioè costruttore di bombe e di devastazioni. E qui pare davvero di leggere Chesterton: la realtà divina è talmente sconcertante da poter essere compresa solo attraverso verità apparentemente in contraddizione tra loro.

Marcello però ha l’abilità di non sparare nemmeno un colpo e di ricavare da quel periodo la conferma che il più profondo bisogno dell’uomo non è quello di combattere per il potere, ma di amare ed essere amato, indipendentemente dal credo, dalle opinioni e dalla condizione in cui si trova. 

Quando torna riprende il suo operato con ancora più vigore. Collabora alla fondazione e al sostentamento del “Villaggio della madre e del fanciullo”, una vera e propria comunità di accoglienza ante litteram, destinata alle ragazze madri e a tutte le mamme in difficoltà. Una scelta tanto coraggiosa da essere criticata: Candia, uomo di fede cristallina, per di più scapolo giovane ed elegante, viene velatamente accusato di dare spazio alla maternità fuori dal matrimonio e di mischiarsi con persone lontane dalla morale corrente.

Ma ancora una volta, gli ostacoli diventano opportunità. Le occasioni per fare del bene sono infinite, e Candia sembra volerle sfruttare tutte. In pochissimi anni – e ricordiamo che ne ha 30! – fa nascere un laicato missionario, organizza l’invio di medicinali in missione, fonda la rivista “La Missione” di studio e cultura missionaria, partecipa alla fondazione del Collegio Studenti d’Oltremare, che assiste i primi giovani inviati in Italia dalle missioni per studiare. È tra i fondatori del Collegio Universitario Aspiranti Medici Missionari, dell’AFI (Ausiliarie Femminili Internazionali) e dell’Associazione Femminile Missionaria. Con la Congregazione di Don Giovanni Calabria apre una scuola di medicina missionaria per formare i giovani religiosi che si preparano a partire. In pratica: formazione professionale, valorizzazione dei laici, apertura alle donne con mezzo secolo d’anticipo sul resto del mondo.

Poi, nel 1948, Candia incontra Mons. Pirovano del PIME, futuro vescovo di Macapà alla foce del Rio delle Amazzoni, che lo invita a fondare un ospedale proprio in Amazzonia. Bisognerebbe essere folli per accettare: là non c’è altro che desolazione, qui c’è un’azienda da mandare avanti e c’è tanto bisogno di carità in una Milano alle soglie del boom economico, ma già pronta a lasciare indietro chi “non ce la fa”.

Marcello Candia ovviamente accetta. Il suo sì è senza esitazioni. È quello stesso sì fatto di pura accoglienza e di consapevole inadeguatezza che avrebbe detto sua madre, e prima di lei aveva detto la Madre di tutte le madri. Il resto viene di conseguenza, anche se è colmo di insidie e di sconvolgimenti.

Naturalmente c’è un solo modo per aderire a quella proposta, ed è quello che Matteo ci ricorda nel capitolo 19: “va’ e vendi tutto quello che hai”. E quindi, ecco che stavolta Dio propone e l’uomo dispone, nel senso letterale del termine. Candia decide, contro il parere di tutti, di vendere l’azienda e i suoi beni personali per andare in Brasile a costruire l’ospedale. Tratta con le banche, trova il credito, si prepara a partire. E la fabbrica esplode.

Una notte del 1955, una bombola di anidride carbonica difettosa fa crollare tutto: fabbrica, sogni, prospettive. Muoiono due operai. A Marcello Candia sembra non restare più niente. Invece, ha tutto quello che gli serve: la fede nella Provvidenza e nei segni che il Signore gli mostra.

Sostiene gli operai che hanno perso il lavoro e le famiglie delle vittime, ritrova la fiducia delle banche, ricostruisce la fabbrica più moderna ed efficiente di prima. E la vende.

Nel 1961 inizia a edificare l’ospedale a Macapà, accompagnato, tanto per cambiare, dallo scetticismo di chi non crede nei miracoli e nella potenza della fede. La cittadina ha 18.000 abitanti, lui costruisce un ospedale enorme, capace di ospitare centinaia di malati, ma soprattutto i lebbrosi, reietti della società. Si fa arrivare i materiali dall’Italia, di notte glieli rubano, se li fa arrivare di nuovo, glieli rubano ancora: capisce che chi glieli ruba ha più bisogno di lui, e decide di comprarne in maggiore quantità per poter accontentare tutti.

Così costruisce un ospedale modernissimo, efficiente, come se fosse a Milano, sfidando le incompetenze e le incomprensioni che gli costellano le giornate. Per inciso, oggi Macapà supera i 300.000 abitanti e l’ospedale è il riferimento di tutto il territorio.

Ma Candia non si ferma. Realizza un altro lebbrosario a Marituba, apre centri di assistenza sociale nelle periferie, case per il recupero dei disabili e dei ragazzi di strada, scuole professionali, fonda due conventi in cui chiama le Carmelitane di Firenze per l’assistenza ai malati e l’animazione delle opere attraverso la preghiera.

Candia è ormai “Marcello dei lebbrosi”, come lo definisce Padre Gheddo in una sua famosa biografia. La ricchezza materiale che ha perso l’ha riguadagnata accanto ai suoi malati, ai poveri, ai bambini più sfortunati. La prova concreta che il centuplo quaggiù non è un’astrazione, ma il risultato tangibile delle proprie scelte. Candia è così consapevole di questo che non considera le sue opere terrene legate alla sua persona. Affida gli ospedali Macapà ai Camilliani, dà in gestione tutte le altre opere e dà vita alla Fondazione Marcello Candia, con il compito di sostenere tutte le attività anche dopo la sua morte. Preveggente anche in questo caso: in anticipo sul previsto, il Padre lo chiama a sè il 31 agosto 1983, a soli 67 anni. Nel 1991 il Card. Martini dà inizio al processo per la canonizzazione, che ha portato a dichiararlo Venerabile. Le sue spoglie, caso rarissimo per un laico del XX secolo, riposano accanto all’altare della chiesa degli Angeli Custodi, nella sua Porta Romana.

Per il 110° anniversario della sua nascita si è deciso, in accordo con l’Arcidiocesi di Milano, di dare nuovo impulso al processo di beatificazione, dopo aver constatato che ne esistono i presupposti.

A questo si aggiungeranno una serie di iniziative – supportate dalla Curia, dal Comune e dalla neonata Associazione Culturale Marcello Candia – destinate a valorizzare tutti gli aspetti della sua figura, con l’obiettivo di renderlo un testimone positivo e credibile per il mondo imprenditoriale, per quello della carità e per tutti coloro che sono impegnati nelle opere sociali.

Un progetto apparentemente ambizioso ma mosso in realtà dall’amore che molte persone hanno per lui. Un amore che spinge a voler fare sempre di più per sostenere i suoi ideali, per farlo conoscere, e in definitiva per farlo entrare nel cuore di tutti.

Alberto Scotti

Per approfondire la conoscenza di Candia si può consultare il sito angelicustodimilano.com, dove si può trovare anche una dettagliata bibliografia.

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