L’oro dei Faraoni splende a Roma
Mentre al Cairo apre le porte il più grande museo egizio al mondo (GEM – Grand Egyptian Museum), che fra le tante meraviglie consente di ammirare per la prima volta l’intero tesoro di Tutankhamon, Roma ospita – alle Scuderie del Quirinale fino al 3 maggio 2026 – la mostra “Tesori dei Faraoni”: 130 capolavori dell’arte dell’Antico Egitto, molti dei quali esposti per la prima volta fuori dal loro Paese.
Curata da Tarek El Awadi, già direttore del Museo Egizio del Cairo, è prodotta da ALES (Arte Lavoro e Servizi) del Ministero della Cultura con MondoMostre, con la collaborazione scientifica del Museo Egizio di Torino; una mostra davvero “faraonica”, costata oltre tre milioni e mezzo di euro, e che punta a raggiungere il mezzo milione di visitatori.

I capolavori raccolti nelle dieci sale tematiche coprono un migliaio di anni di quella che fu una delle più antiche civiltà della Terra, nata sulle rive del Nilo nel 3200 a.C. e che ancora oggi mantiene intatto il suo fascino. “Questa mostra – spiega il curatore Tarek El Awadi – racconta non solo i faraoni, ma anche le persone che li circondavano. Ogni reperto è una voce che ci parla di vita, fede e immortalità. È un dialogo tra passato e presente, tra Egitto e Italia, che continua da tremila anni”.

Il percorso si apre con lo splendore dell’oro, metallo incorruttibile simbolo di immortalità, che l’arte degli orafi egizi trasforma in maschere funerarie, sarcofagi di re, raffinati gioielli e amuleti. Fra i preziosissimi manufatti in oro, si possono ammirare la “Collana delle mosche d’oro”, antica onorificenza militare per il valore in battaglia; il “Sarcofago dorato della regina Ahhotep II”; il “Collare di Psusennes I”, composto da sette fili di oltre 6.000 dischetti d’oro, considerato il gioiello più pesante dell’antichità giunto fino a noi.

Coperchio del sarcofago della regina Ahhotep II
Ampio spazio è dato poi al tema della “vita dopo la morte”, dove la morte era intesa come trasformazione. Attorno al monumentale sarcofago di Tuya, madre della regina Tiye, sono raccolti vasi canopi (in cui custodire gli organi imbalsamati), statuette ushabti (servitori funebri), e un papiro del “Libro dei Morti”: oggetti che ci raccontano la precisione quasi scientifica con cui gli Egizi preparavano il viaggio nell’aldilà.
Altri capolavori ci mostrano invece il mistero della regalità divina, con gruppi scultorei e rilievi che sono tra le espressioni più alte dell’arte faraonica: come “Hatshepsut inginocchiata in atto d’offerta”, la “Diade di Thutmosi III con Amon”, la “Triade di Micerino”, o la splendida “Maschera d’oro di Amenemope”.

Il Faraone, ma anche la società che lo sostiene, fatta di nobili e alti funzionari (le cui tombe, come quella di Sennefer, svelano la quotidianità del potere, la devozione e il senso del dovere di chi serviva il faraone come garante dell’ordine cosmico); e pure la vita quotidiana di contadini, pescatori, artigiani, operai e servitori.
Ecco allora una piccola ma speciale collezione proveniente dalla cosiddetta “Città d’Oro” di Amenofi III, a Luxor, scoperta da Zahi Hawass nel 2021; la missione archeologica, avviata per la ricerca del tempio funerario di Tutankhamon, ha portato alla luce una delle più importanti città di artigiani dell’antichità, conservata in ottimo stato, con officine per la produzione di amuleti e manufatti in pelle, laboratori di tessitura, cucina e ceramica e una grande fabbrica di mattoni crudi.
Chiude il percorso la “Mensa Isiaca”, l’unico pezzo che non proviene dall’Egitto. Si tratta di una tavola bronzea nata in età romana, probabilmente risalente al tempio di Iside al Campo Marzio, la cui prima traccia storica risale al Cinquecento. Un’opera (eccezionalmente concessa dal Museo Egizio di Torino) che parla di Roma ed Egitto insieme, testimone dell’incontro fra le due culture.
Liliana Fabbri
