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Lo scalatore di Cesenatico

N. 72- Novembre 2022

 

 

Lo scalatore di Cesenatico

Quando vai al mare d’estate, la mattina vai al mare: sei lì per quello, per l’ombrellone ben pagato, per leggere sulla sdraio, per una nuotatina, per far prendere il sole a figli o nipoti. Ma se la mattina arriva con lampi fitti come canne di stuoia, con treni di nuvole caricati a grandine, con vento che tira da dove vuole neanche fosse lo Spirito Santo, allora ci vuole il piano B.

8 o’clock. Me ne sto su un terrazzino di Cesenatico, protetto da tettoia larga. La grandine è una gragnuola secca, come fucilazione di partigiani. Poi pioggia con intonazione romantica: a dispetto delle fake-news, il romanticismo non è ancora stato messo a morte. La pioggia costringe i pini marittimi a rivelare il loro istinto musicale/manda profumo come l’abbraccio di una sorella/espande radioattività estetica. Le gocce, addensate, ballano cuore a cuore. Poi si diradano in nebbiolina miciona.

Passato il temporale, esco in infradito e bermuda: lo sanno TUTTI che da SEMPRE le fogne a Cesenatico non tirano, dunque mi bagnerò fino ai polpacci. Le pozzangherone, alcune con topo che rema su bastoncino-kayak, si asciugheranno lentamente, quando il sole tornerà in modalità savana.

Al bagno Milano mi faccio prestare dal bagnino Sauro una bicicletta Vicini, pesante, bianca con cannone blu. Mi fermo al Nuovo Fiore, dove spesso faccio colazione. L’Ornella mi porta un cappuccino in tazza gigante, col latte di un’intera tetta di mucca. Ci accompagno una pasta salata e lo stomaco è sold out. L’Ornella? Alta con il sedere alto, accoppiata non scontata. Occhi così neri da nasconderci anche la malinconia/ciglia lunghe che si muovono a scatto, come i piumini per la polvere/capelli in coda nera, tipo cavallo di Zorro. Labbra rosse sulle quali morire (Mogol docet). Sigillata in pantatuta-Catwomen così aderente che, secondo me, quando la toglie, esfolia il primo strato dell’epidermide. L’Ornella, da mezzanotte alle 4, lavora allo Sloppy Joe, bar/ristorante/pista di decollo per paradiso evergreen (ma con green pass). Il locale è in fondo al molo, a braccetto delle onde, con maxifoto di Ernest Hemingway sulla parete esterna (il vecchio Nobel ha il riporto ondulato/occhi sornioni con residui di tristezza eterna/collo del maglione squagliato come un polpo sbattuto sugli scogli. È davanti a una Underwood Noiseless Portable e sembra sussurrare: “Non ci vuole niente a scrivere. Tutto ciò che devi fare è sederti alla macchina da scrivere e sanguinare”). L’Ornella cuoce le spaghettate notturne con vongole e cozze, stappa Albane profumate di salvia e ginestra, zampilla rum bianco da Papa Doble, pesta la menta dei Mojito…………

Dalle 4 alle 10, l’Ornella sta alla macchina da caffè del Nuovo Fiore e serve ai tavoli. Lavora come un formicaio dopato ma, quando vuole, scioglie uno sguardo liquoroso che spande ferormoni attizza-lesbiche e/o sveglia-falli. L’Ornella dovrebbe essere vietata ai minori di 14 anni, ma i patiti di Fellini non approverebbero.

Dalle 10 alle 10.30, l’Ornella passa a fare le punture ai soli due vecchietti badanti-free. Poi va a letto fino al pomeriggio, quando la figlia Marika torna dalla prima elementare.

Pedalo sulla ciclabile accanto al litorale. Cielo e sabbia bagnata formano un toast bruciacchiato: in mezzo il mare color prosciutto.

Pedalo sul Porto Canale, con i pietrini luccicanti e scivolosi. I pescherecci si grattano un prurito contro le banchine. I gabbiani sulle bitte mi fissano con occhi hitchcockiani.

Pedalo fuori dal paese, verso Zadina. Le gomme della bici lasciano un solco liquido.

Pedalo accanto alla ferrovia, con quel treno di pianura che, miracolo!, porta al mare.

Pedalo fino al cimitero, che è circondato da un muro corallo. Viktor, il fioraio, ha messo un cartello davanti alla baracchina: “Chi non compra i fiori da me, glieli porto l’anno prossimo sulla sua tomba”.

-Ma non c’è concorrenza! Lei è l’unico fioraio dei dintorni- obietto a Viktor.

-Eh, sciocchino, qui ci sono dei patacca che si portano i fiori dal giardino di casa- racconta Viktor.

Se il fioraio si passa le dita tra i capelli, questi sono in minoranza. Rughe e dentiera da califano minore. Occhiali rosa-Elton John. Camicia bianca aperta su catena d’oro da faraone.

-Con ‘sto tempo, non potevi startene a letto stamattina- mi rimprovera Viktor.

-Acari in rivolta- rispondo e compro tre rose-talismano, a gambo lungo.

-Per la tomba di Pantani vai dritto dopo l’entrata. È l’ultima a sinistra- svela Viktor.

“M’illumino di Pantani, che arriva sotto l’acqua con dietro, come lucciole giganti, i fari ballonzolanti delle grosse moto” =) parole di Gianni Mura, Les Deux Alpes: il Tour de France è messo in cassaforte da un italiano, a 33 anni da Felice Gimondi. Dopo il Giro d’Italia, Pantani conquista nello stesso anno anche la Grande Boucle, doppietta riuscita nella storia a soli 7 ciclisti.

Marco Pantani è consacrato numero uno, ma lui è un grande numero uno, un numero uno diverso: troppa naturalezza nello scatto a zig zag su pendenze del 18% che, come risacca, succhiano indietro gli avversari/troppa eleganza da ballerina nell’alzarsi sui pedali e piegare la bici leggermente a destra, leggermente a sinistra (i francesi la chiamano en danseuse)/troppa dignità orientale nel fachirismo dell’ascesa/troppo disegno anatomico nelle vene gonfie e nel polpaccio tirato/troppa parentela tra lo scintillio lunare del Monte Calvo e la brillantezza del sale sul cranio calvo/troppa bellezza nell’impresa che non è più impresa ma solo bellezza.

Il grande numero uno viene ammirato non per cosa vince, ma per come vince. Marco va oltre i numeri. Lui ti si affratella con un’umanità particolare. Lui ti colpisce al cuore e spesso lo fa fibrillare.

Qualcuno ricorda uno dei 91 grandi premi vinti da Schumacher? Noia da pilota automatico, in attesa dell’unica variante: il giro del doppiaggio di Barrichello. Ma in tanti ricordano le derapate a gomme finite di Gilles Villeneuve, magari per conservare l’ottava posizione.

Qualcuno ricorda uno degli 8 slam vinti da Lendl? Sonno indotto dal rumore uguale delle diagonali da fondo. Ma in tanti ricordano le demi-volée acrobatiche di McEnroe, a pettinare l’erba di Wimbledon.

Qualcuno ricorda una Champions vinta da Fabio Capello, con quel culo a bombola del gas? Lentezza e sbadigli. Ma in tanti ricordano i dribbling di Roby Baggio, magari a scapito di inesperti calciatori nigeriani.

E qualcuno ricorda un acuto di Miguel Indurain in uno dei 5 Tour vinti consecutivamente? Tour archiviati dopo la prima cronometro impeccabile, senza una smorfia di fatica. In tanti però ricordano la rabbia di Pantani sulla salita al Colle di Oropa: salto di catena e fermata forzata, durante la quale in 53 gli passano davanti. Li riprende tutti ad uno ad uno e, mentre li sorpassa, stringe i denti come mordesse delle prede. Arrivo a braccia alzate e nessun sorriso: i numeri uno “speciali” non conoscono la soddisfazione, non si fermano a godere ma sul traguardo sono già proiettati a nuovi gesti eclatanti.

I grandi numeri uno sono soli, incomprensibili, in opposizione ostinata con l’ordinarietà del mondo conosciuto. I numeri uno “speciali” sono in perenne conflitto, anche col successo, banalità di un tempo breve. E vengono percepiti da colleghi e addetti ai lavori come minacciosi, presuntuosi, antipatici. La solitudine si rinvigorisce su questi sentimenti di avversione. I numeri uno “unici” sono in guerra continua, anche nei momenti che paiono di tregua. Non per nulla il soprannome di Marco è il Pirata. In mezzo a corridori dove abbondano gli epiteti animali (il leone delle Fiandre, lo squalo dello Stretto, l’aquila di Filottrano, la farfalla di Maastricht, il camoscio d’Abruzzo, il delfino di Bibione, il cobra di Formigine, il puma di Tuquerres e poi il grillo, lo scoiattolo, il falco, il pollo, il ghepardo, il gorilla…) il Pirata è una figura umana, dotata di intelligenza superiore a quella animale. E il Pirata è spesso solo contro l’Impero.

Scrive Samuel Bellamy, Pirata delle Antille del XVIII secolo: “Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare”.

Luglio 1998: “Marco vola!”, scrivono i francesi sull’asfalto del Galibier, mitica montagna alpina. I francesi, con la genetica puzza sotto al naso, sono sedotti dal merveilleux Pantanì/ammettono che la sua velocità in salita può essere emulata solo da un uccello/si entusiasmano come liguri e bergamaschi, correndo i tornanti da sotto a sopra, per vedere due volte il ciclista. E quando scollina e si butta in discesa, raccolto ad ogiva, Marco continua il suo volo.

Da allora a tutt’oggi il binomio “Marco vola” compare a bordo strada delle tappe di ogni corsa, delle classiche-monumento, dei campionati nazionali di tutta Europa. C’è sempre qualcuno che si premura di scrivere su un cartello o su un lenzuolo la coppia di parole.

E il verbo “volare” è accoppiato solo a Marco. Ricordo che al grande Francesco Moser, sui muretti delle curve in picchiata, viene consigliato: “Francesco, molla i freni!” (Moser, su qualsiasi impennata, sbuffa come una locomotiva sulle Ande e perde terreno. Ma, da discesista pazzesco, recupera minuti nei pendii che portano a valle). E ricordo che a Ullrich, il Kaiser battuto da Pantani, viene poeticamente chiesto: “Jan, crea il vento!” (Ullrich è un cronoman che pare sospinto da un turbine). E ancora ricordo che, nell’ultimo Giro d’Italia, a Davide Formolo viene suggerito: “Davide, cambia!” (Formolo è un corridore in crescita, ma col vizio di spingere lunghi rapporti che gli crocifiggono le gambe).

La tomba di Pantani somiglia a un trullo grigio. La copertura sale a ciuffo di gelato, incisa da una stradetta che va su circolare. Dentro, un altare di marmo abbacinante, parzialmente coperto da gagliardetti di sconosciute società sportive, da rametti di lavanda sparpagliati, da biglietti lasciati da ignoti. La data di nascita, 13 gennaio 1970, è visibile. La data di morte è occultata da una bandana nera. Pantani è commemorato da una scultura a mezzobusto. Foto sotto vetro lampeggiano colori dalla parete di fondo.

Rimango colpito dalle parole che Marco scrive sulle pagine del suo passaporto, zoomate e incorniciate sul muro di sinistra. Nel dicembre 2003, durante il secondo soggiorno a Cuba, Pantani trasforma il passaporto in un diario, sul quale annota riflessioni amare, accuse di esagerazioni giuridiche/di perquisizioni volutamente umilianti/di persecuzioni demotivanti. Il passaporto è il documento che stabilisce in maniera limpida e burocratica l’identità, per certificarla di fronte al mondo, ma il passaporto del Pirata risulta essere una attestazione volutamente sfigurata, una testimonianza di avvenuta separazione dal mondo. Con quel passaporto scritto e danneggiato, Pantani rischia di non far ritorno in Italia: ai controlli doganali di L’Avana, viene fermato e depennato dalla lista partenti, ma l’incontro casuale con un poliziotto cubano, suo ammiratore, lo toglie dal pericoloso impiccio.

Comunque, nelle 9 pagine di passaporto appuntate, la frase di Marco che mi lascia il segno è questa: “Ma andate a vedere cos’è un ciclista e quanti uomini vanno in mezzo alla torrida tristezza per cercare di ritornare con quei sogni d’uomo”.

Torrida tristezza: solitudine nell’inferno che evapora le lacrime. Condanna fisica: falò di muscoli, polmoni in asfissia, reni desertificati. Condanna emotiva: un pasto di dolore che non sazia.

Ritornare con quei sogni di uomo: i sogni che si avverano vestono brevemente i panni del sublime, del momento divino. Ma sono sempre e soltanto bellissimi sogni di uomini.

Cos’è un ciclista? Solo un ciclista può saperlo. Non certo il cronista dai capelli di un nero che gli tinge per infiltrazione le meningi (dai, quello con le occhiaie da panda, la silhouette di Platinette, la risata stupida da slot-machine che sputa denaro. Dai, sì, quello!). Non certo il presidente dell’UCI, Unione Ciclistica Internazionale, che apre ombrelli ai superdopati americani e fa le pulci ai gregari cotti da sole e sgobbate. Non certo l’amatore della domenica che parte con bici fatta su misura e pillole miracolose Limitless/Mary Poppins/Superpippo. Non certo io, nonostante abbia usato la bicicletta come solo mezzo di locomozione dai 10 ai 35 anni e abbia un polpaccio nato per spingere un 58 x 11.

Gianni Mura chiede una volta a Pantani: “Perché vai così forte in salita?”  E Marco: “Per abbreviare la mia agonia”

Infilo le mie rose in un vaso lungo che già ospita un girasole, tre lilium profumatissimi, due gladioli arancioni, un iris, tre gerbere bianche. Una delle mie rose è gialla come la maglia del Tour de France, le altre due sono rosa come le maglie dei DUE Giri d’Italia vinti da Pantani.

Esco. Due ragazze ventenni appoggiano le loro Bianchi da corsa a un cipresso monolitico. Le Bianchi sono così infangate che si distingue appena il tipico colore celeste. Anche le fanciulle sono inzaccherate nelle trecce, sulle guance, sui caschetti aerodinamici, sulle magliette tecniche di ultima generazione.

Le ragazze si fermano sulla soglia, per non sporcare con le scarpette luride. Si danno la mano guantata e recitano insieme una breve preghiera. Poi mandano baci verso la scultura del Pirata: li mandano con le mani, come fanno i bambini per salutare qualcuno che se ne va.

E poi eccole di nuovo in bici, con un saltello che a me asporterebbe mezzo testicolo.

Ripeto che io non so cosa sia un ciclista. Ma ho capito che, ogni giorno dell’anno, il ciclista deve uscire con le due ruote qualunque sia il tempo attorno a lui. Umidità equatoriale/fiocchi di neve come conigli/sole a palla di rame/nebbia compatta/i recenti 40 gradi In Lapponia (a Dio si è evidentemente girata la cartina): il ciclista deve mulinare i pedali. E Il ciclista deve uscire presto, prima che il traffico lo sposti nei prati.

Le ragazze con le Bianchi sono uscite quando la grandine le lapidava e la pioggia le frustava.

Marco Pantani scompare il 14 febbraio 2004. “Scomparire” è il verbo giusto perché il Pirata scompare alla vista ma continua a vivere col suo karma volante e con ciò che di brevemente immortale ha lasciato.

Marco scompare dopo aver rifiutato la retorica di una redenzione provincial-clericale/dopo aver irriso il moralismo dei mediocri che vogliono sempre ricomprare i 30 denari/dopo aver ringhiato a questa razza di Paese dove I MIGLIORI VANNO RIABILITATI/dopo aver sottolineato che se sai vincere a tutti i costi puoi anche perdere a tutti i costi.

Bene così, Marco. Le due ragazze con le Bianchi ed io siamo orgogliosissimi di te.

E, come dicono i francesi, Bonne Route, Pirata. Ovunque tu sia.

Carlo Maria Milazzo

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Aut. Tribunale di Bologna n. 8115 del 09/11/2010

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