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L’inquietante Squid Game

N. 60 - Novembre 2021

 

L’inquietante Squid Game

In queste settimane potrebbe esservi capitato di imbattervi in discussioni o in letture di articoli in cui era protagonista la serie televisiva Squid Game (si tratta di un gioco per bambini coreani: il gioco del calamaro).

La serie più vista oggi sulla piattaforma Netflix è scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk. La parola chiave è: sopravvivenza. Il protagonista è Seong Gi-hun (interpretato Lee Jung-jae), quarantenne disoccupato, sommerso dai debiti a causa della sua dipendenza dalle scommesse sulle corse dei cavalli. Seon Gi-hun vive con la madre povera e malata e con una figlia che non riesce a mantenere, la quale sta per trasferirsi negli Stati Uniti con la madre e il patrigno. Insieme a lui, 456 persone, anch’esse indebitate fino al collo, si ritrovano a partecipare a giochi dell’infanzia (come ad esempio uno, due tre… stella, o il gioco del calamaro) al fine di ottenere un premio finale di 45.600.000.000 won (ovvero trentatré milioni di euro). Solo uno sarà il vincitore, chi perde viene eliminato e quindi ucciso.

La cosa che può apparire surreale (ma è il motivo pe cui la serie viene ritenuta originale) è il fatto che i partecipanti non sono lì perché obbligati, ma in quanto hanno la consapevolezza che la loro vita, al di fuori del gioco, potrebbe essere ancora peggiore e quindi sono pronti a rischiare la vita pur di aggiudicarsi il bottino che potrebbe modificare la loro esistenza.

La serie, grazie anche alla bravura degli attori, riesce a restituire allo spettatore un forte stato di tensione e quel senso di angoscia che è l’atmosfera predominante del gioco. Inoltre, Squid Game vuole essere anche una fotografia della società sudcoreana dove il sistema economico capitalista appare senza alcun freno e quindi la differenza tra poveri e ricchi è sempre più larga e definitiva. Questo è testimoniato dal fatto che il gioco è organizzato per intrattenere alcuni VIP, persone estremamente ricche, che trovano poco avvincente qualsiasi altro divertimento. Infatti, mentre guardano i partecipanti giocare, scommettono su chi, secondo loro, potrebbe avere le maggiori possibilità di vincere: quasi un ritorno ai giochi degli antichi romani con gli schiavi e le belve nelle arene.

Un’altra parola chiave della serie è: mistero. Infatti, i giochi sono segreti e vengono svelati di volta in volta. Le guardie, che gestiscono i tornei e l’ordine tra i partecipanti, indossano tute rosse e maschere con simboli geometrici (quali cerchio, quadrato e triangolo). Anche i VIP indossano maschere, ma a forma di animali.

Nonostante il clima d’angoscia che si respira, la serie offre anche spunti di riflessione: ad esempio, di fronte al dramma della sopravvivenza le persone si presentano per quello che realmente sono e per quali valori ha senso vivere ed anche morire. La serie, non solo fa parlare di sé per la sua trama, ma anche perché è diventata un caso per il rischio di emulazione da parte dei bambini durante i giochi. Gli psicologi hanno lanciato l’allarme: in alcune scuole si sono registrati episodi di “violenza”, proprio a voler imitare quell’atmosfera che si evince dalla serie. Questo è dovuto anche al fatto che sui social network si sono aperte delle proprie “challenges”, ovvero delle sfide che prendono ispirazione dai giochi della serie.

Ultima riflessione: Squid Game, è un altro prodotto multimediale che contribuisce alla diffusione in occidente della cosiddetta cultura pop sudcoreana, prima avvenuta grazie alla canzone Gangnam Style, diventato un vero e proprio tormentone, e  successivamente con il film premiato agli oscar Parasyte.

Matteo Rossi

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