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L’Egitto dei faraoni e la musica

N. 67 - Giugno 2022

 

L’Egitto dei faraoni e la musica

La grandiosa scoperta della stele di Rosetta, duecento anni fa esatti, ha portato alla luce la chiave d’interpretazione dei segni geroglifici. Questa rivelazione, avvenuta per merito di Jean Francois Champollion, ha cambiato la storia. Purtroppo il noto egittologo, nato nel 1790, venne a mancare a soli 42 anni. Da quel 1822, la nebulosa che avvolgeva la decifrazione dei “segni” egizi, si è diradata. Il 27 settembre di quell’anno, avviene il prodigioso miracolo. Tutto è chiaro. Sull’enorme stele di granodiorite, suddivisa tripartita, furono trovati i segni della lingua utilizzata nelle funzioni sacre della comunità copto-ortodossa; ciò permise di dare un senso alla scrittura del popolo dei Faraoni.

Il 3 aprile 2021, una manifestazione senza precedenti, si tiene al Cairo. Le mummie di 18 Faraoni e 4 Regine, vengono trasferite, nella sontuosità più magnificente, dal centro della città, alla zona periferica di essa, nella quale sono state poi restaurate. Le mummie -tutte appartenenti ad un arco temporale che copre le Dinastie dalla XVII alla XX- sono state accolte per il loro ultimo viaggio su carrozze progettate per l’evento, espressamente ideate per l’imponente e straordinaria parata (per rivederla, https://youtu.be/VS63_3KESfk).

Un mondo fantastico e ricco di misteri, quello egizio, il quale ha sempre affascinato pure il pensiero dei “grandi compositori”.

Il “Flauto magico” di Mozart K.V.620 del 1791 e l’aria della Regina della Notte trovano ambientazione nell’Antico Egitto, in un continuo dualismo ricco di opposti significati, che nell’insieme crea il mondo massonico-esoterico. Secondo Mozart, buoni e cattivi, giorno e notte, luce e buio, rappresentano la ricerca della verità e della giustizia, che rimangono sempre occultate o sono solo accessibili a chi vive su livelli spirituali superiori. Di Mozart appena diciannovenne (1775) è anche il “Thamos Re d’Egitto”.

Il “Giulio Cesare in Egitto” HWV 17 di G.F. Haendel è un colossal di carattere serio, della durata di circa 4 ore, composto nel 1724, che aveva avuto una precedente stesura musicale di Antonio Sartorio, nel 1676. In questa, la tromba duetta con la linea del canto; metodo che adottò lo stesso Farinelli, durante le sue esibizioni, mettendo in luce la propria potenza vocale.

Il “Mosè in Egitto”, nella versione francese divenuto “Moisè et Pharaon”, (https://youtu.be/HXx_mSoWXZ0) è di Gioachino Rossini. Ai nostri tempi, del celebrato Rossini rimane solo l’aspetto comico della “Cenerentola” del “Barbiere” o dell’“Italiana in Algeri”. Il Mosè invece è un melodramma serio, come lo sono Otello, Assedio di Corinto, Tancredi… Steso in forma di oratorio, venne eseguito per la Quaresima del 1818 a Napoli ma, proprio qui, subì le “risate” del pubblico, che dall’alto del loggione, all’atto della separazione delle acque del Mar Rosso da parte del Profeta, vedeva le teste degli “scugnizzi” che sorreggevano il telo dipinto d’azzurro a mo’ di mare e li chiamava con nomignoli canzonatori. Nella chiusa dell’opera, Rossini fa raccontare la catastrofe marittima dei guerrieri del Faraone, alla sola orchestra, zittendo ogni voce. Ciò costituirà una libertà armonica mai adoperata sino ad allora, la quale rivoluzionerà la storia del teatro dell’opera nell’Ottocento, arrivando sino al primo atto del wagneriano Parsifal.

Il Crociato Egizio” è il sesto ed ultimo melodramma a carattere eroico composto da Giacomo Meyerbeer che vide la prima rappresentazione a La Fenice nel 1824. L’anno seguente, Rossini -essendo divenuto direttore del Teatro Italiano a Parigi- invita il compositore berlinese di origini ebraiche, figlio di un noto industriale dello zucchero, a presentare la sua opera. E’ un periodo nel quale il grande pubblico riteneva di essere molto intelligente, ma non era così. Per accontentarlo, Meyerbeer, diplomatico e votato per gli affari, si comportò come farà in seguito Richard Wagner: compose musica sublime, di facile comprensione, dove la melodia cantabile era eroica e di indimenticabile espressività.

Giuseppe Verdi, artista solitario, nato nel 1813, come Wagner, esegue un nuovo lavoro che verrà rappresentato il 24 dicembre 1871, per festeggiare l’apertura del Canale di Suez e diventerà l’opera lirica più rappresentata al mondo. La cerimonia teatrale fu allestita per “Aida”, la cui stesura venne cambiata completamente rispetto alle altre opere di produzione verdiana. In essa, la concatenazione dei pezzi “a forma chiusa” divenne più stretta. L’efficacia del pensiero compositivo wagneriano aveva dato anche in Italia i suoi frutti.

Si narra che, durante la prima esecuzione italiana di un’opera wagneriana – il Lohengrin, a Bologna, nel 1871, con la direzione di Angelo Mariani- Giuseppe Verdi senza farsi notare ascoltò tutta la recita che durò oltre 3 ore. Non solo le composizioni di Wagner influirono su quelle verdiane, ma anche quelle di Meyerbeer. Gounod, Halevy, Thomas, Schubert, Schumann, Chopin e Mendelssohn. Il condizionamento fu tale che Verdi non rispettò più certi gradi della scala, consacrati sino ad allora per il “finale” di un brano. L’inserimento di queste novità caratterizzò maggiormente i personaggi dell’opera stessa.

Concludendo, non poteva mancare il ricordo della “Maria Egiziaca”, del bolognese Ottorino Respighi (1879), che si avvalse dello stesso librettista de “La Fiamma”: Claudio Guastalla. Il grande compositore fu considerato il “rievocatore” di antiche melodie. Non a caso, in molti dei suoi titoli operistici riconosciamo la rappresentazione di leggende medievali tramandate oralmente, che funsero da spunto anche scenografico, di stile gotico o bizantino. Maria Egiziaca, fu rappresentata in forma oratoriale nel 1932, quattro anni prima della morte del compositore.

Mirella Golinelli

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