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Intelligenza artificiale per tutti

N. 113 - Luglio/Agosto 2026

 

 

 

 

Intelligenza artificiale per tutti

“L’AI è un insieme di tecniche che permettono alle macchine di svolgere compiti che richiedono intelligenza umana, come riconoscere immagini, comprendere il linguaggio o fare previsioni. Possiamo fare un’analogia con una ricetta. Se immaginiamo per esempio di creare una crostata, avremo bisogno di ingredienti come farina, uova e marmellata. Ecco, nell’AI gli ingredienti saranno invece i dati (big data), gli algoritmi evoluti e i processori potenti”.

La chiarezza e la semplicità del linguaggio sono l’ingrediente principale di “AI per tutti”, il nuovo libro di Vincenzo Basili, pubblicato appena un mese fa dalla modenese Sigem nelle Collezioni il Fiorino (pp. 78, euro 12,50).

Basili, noto ed apprezzato collaboratore di Omnis Magazine (anche su questo numero è presente la sua interessante analisi dell’enciclica “Magnifica Humanitas”, di papa Leone XIV) non è nuovo agli impegni editoriali che spiegano una fetta del mondo in cui viviamo: la storia della radio e della tv, le teorie e le tecniche della produzioni cinetelevisive. Per la sua vasta esperienza professionale e l’innata curiosità, non poteva mancare all’appuntamento con il colossale fenomeno dell’intelligenza artificiale, che sta pervadendo e modificando tutto il nostro modo di vivere, spesso senza che noi ne abbiamo approfondita comprensione. “La utilizziamo già tutti i giorni, spesso senza rendercene conto: –  spiega Basili- dall’assistente vocale che ci sveglia al mattino, ai filtri fotografici sui social, fino ai suggerimenti su cosa vedere su Netflix o riguardo le indicazioni di percorsi migliori su Google Maps. Senza dimenticare il supporto nella scrittura o nella traduzione di un testo”.

Perciò, l’autore ha scelto di accompagnarci per mano dentro la galassia AI (Artificial Intelligence, come viene universalmente indicata in base all’acronimo inglese), cominciando dal glossario che serve per capire il nuovo convitato di pietra della nostra esistenza: dall’AI al ML (Machine learning), al DL (deep learning) alla Gen  AI (intelligenza artificiale generativa), fino alla AI agentica, che sa fare un sacco di cose senza l’essere umano ed è programmata per correggere da sola i propri errori, modificare i percorsi scegliendone di più performanti e coordinare (sempre in autonomia) l’utilizzo dissociato di più modelli funzionali, ricomponendone poi i risultati in funzione dell’obiettivo prefissato.

Tutto ciò può essere applicato a testi, foto, video e audio. L’AI “mangia”, letteralmente, quantità incommensurabili di dati e le usa per formarsi e migliorarsi. Sono “cibo” per lei anche tutti i nostri atti in rete: postare sui social, visitare un sito, prenotare un treno, mettere un like… Molti settori economici usano già normalmente l’AI; ad esempio, nella sanità applicazioni specifiche “forniscono strumenti per l’analisi dei sintomi, per l’interpretazione di referti medici e per la gestione del benessere personale. Si può dire che agiscono come assistenti sanitari virtuali. Possono contribuire a semplificare la terminologia medica e a monitorare parametri utili alla salute quotidiana”.

La scuola è un campo privilegiato di applicazione della AI, sia per aiutare gli insegnanti nella preparazione delle lezioni sia per gli studenti che nel corso della vita dovranno interagire sempre più con essa. Cina ed Emirati Arabi hanno già inserito lo studio della AI nei programmi dalle scuole medie. E qui cominciano le riflessioni etiche. Vale per l’Intelligenza artificiale ciò che vale per l’energia nucleare: può essere usata per riscaldare le città e fare funzionare le industrie con costi energetici contenuti, o può annientare città e popolazioni che accadde a Hiroshima e Nagasaki e come si teme possa riaccadere in questi tempi di geopolitica aggressiva. Le preoccupazioni per  un uso improprio, “belligerante”, della AI sono già state espresse in molte sedi; i Paesi democratici cercano di porre argini legislativi condivisi; qualche società produttrice (come Anthropic con Claude) ha scelto di non distribuire pubblicamente il prodotto, che serve ad individuare falle nei programmi in essere, ma che essere anche impiegato in modo “malevolo”, scardinando sistemi.

Già quasi tutti abbiamo dovuto apprendere il termine “deepfake”, con il quale si creano letteralmente dal nulla video, dichiarazioni o testi che sembrano veri e possono orientare impropriamente decisori politici e violentare la democrazia. Un esempio che ha riguardato molti è stato quello dei falsi video in cui personaggi noti (da Mario Draghi ad altri ministri dell’economia) “suggerivano”, mettendoci faccia e voce a loro totale insaputa, di investire nel tale o talaltro titolo.

Il primo bersaglio dell’uso scorretto dell’AI è l’informazione: “inondando i media con versioni contraddittorie e messaggi progettati per influenzare le emozioni e le convinzioni preesistenti, si ottiene il cosiddetto “effetto verità illusoria”, in cui la semplice ripetizione trasforma la falsità in apparente realtà”. Non a caso qualche sociologo ha già definito il nostro tempo “epoca della post verità”. “Il termine -mi spiega velocissima la AI di Google- è stato coniato nel 1992 dallo scrittore Steve Tesich, ma è diventato di uso comune nel 2016, venendo eletto “parola dell’anno” dall’Oxford Dictionary”.

Basili non esita ad affrontare il negativo dell’AI, dall’aumento delle diseguaglianze sociali ed economiche tra Paesi, all’uso antidemocratico (riconoscimento facciale usato per sorveglianza non autorizzata); dalla manipolazione dell’opinione pubblica alla disaffezione dei più giovani nei confronti dell’informazione. L’uso dell’intelligenza artificiale in ambito militare solleva ulteriori questioni etiche, legali e di sicurezza, che sono oggetto di dibattito tra esperti, governi e organizzazioni internazionali. Ma ci sono anche inattesi risvolti ambientali l’AI per funzionare ha bisogno di moltissima energia, che nella maggior parte dei casi è tuttora fornita da fonti fossili. E i macchinari, che funzionando si riscaldano, sono letteralmente “assetati” d’acqua per il raffreddamento. C’è chi pensa anche di portare i datacenter in orbita, nello spazio, per avere i vantaggi teorici costituiti dal raffreddamento naturale: nel vuoto dello spazio le temperature sono molto basse. Nemmeno il più fantasioso scrittore di fantascienza era arrivato fin qua…

Lisa Bellocchi

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